Menomale che è Natale, forse

Luci e ombre di una festa esaltante in un mondo di esaltati

Natale è quel periodo dell’anno che si aspetta e, allo stesso tempo, non vediamo l’ora che finisca: sentirlo è un lusso, oramai siamo invasi da luci, lucette, palle e abeti ovunque (poco importa se veri o finti). Le feste sono diventate un format e non un privilegio, qualcosa con cui fare i conti, a tratti insopportabile. Ci hanno tolto, per via dei media e delle tendenze, la scelta di schifarle. O meglio, di poter dire che, tutto sommato, si respiri un’atmosfera triste poiché istigata.

A Natale siamo tutti più buoni, ma chi l’ha detto? Si dovrebbe esser buoni sempre, oppure stronzi, ma sarebbe opportuno mantenere un minimo di coerenza: invece, oggi, se non porti il cappello di Santa Claus durante l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze invernali, sei un asociale. Un cinico. Se preferisci evitare di fare i regali, sei anaffettivo. Se non addobbi casa, neanche fosse il Cocoricò di Riccione, hai avuto un’infanzia difficile. Magari non ami la dolcezza programmata, preferisci emozionarti davanti a pane e cicoria piuttosto che guardando un panettone smozzicato e, soprattutto, vorresti evitare come la morte l’ansia dei parenti che fanno domande.

Se nel nostro Paese non apriamo ai Testimoni di Geova, non è per intolleranza, chiusura mentale o bigottismo: si tratta, banalmente, di sopravvivenza. L’idea che qualcuno, che non vediamo mai, arrivi in casa a farci domande e spiegarci l’esistenza ci infastidisce. Vale per tutto l’anno, perché non dovrebbe valere a Natale e con i nostri cari? Per non passare da uomo col cuore di pietra: “E quando ti sposi?”; “Ma ‘sta Laurea?”; “E la fidanzata dell’anno scorso, non c’è più?”.

L’incoerenza sta tutta qui: in un giorno qualunque, ti comporteresti come Insinna nei fuori onda di “Affari tuoi”, ma sotto le feste diventi un altro. Assopisci ogni tuo istinto, per rispondere a quelle domande irripetibili. Allora scattano sorrisi finti, complimenti in scatola e battute stantie: “È uscito er 23??? Bucio de culoo”.

Quella che moltissimi definirebbero tradizione, preferisco chiamarla col suo nome: recita. Infatti, i bambini – e lo siamo stati tutti – recitano sotto l’albero. Perché il Natale – la versione pagana e alla portata di tutti, persino di coloro che come Cristiano riconoscono, forse, il centravanti della Juve – è diventata la festa della pantomima.

«Azione scenica, caratterizzata da una successione di gesti e di atteggiamenti», dice lo Zanichelli. Questi gesti e atteggiamenti nascono da retaggi derivanti dalla nostra cultura, attraverso determinati stereotipi che ci portiamo dietro: siam tutti figli dei cinepanettoni. Siamo abituati alla risata strappata e alla convivialità congenita. Ognuno interpreta una parte ed è per questo che non ci perdiamo una battuta di Boldi e De Sica, perché poi speriamo che la vita vera sia così: ciascuno ride brillo delle proprie disgrazie, sperando in un cambiamento che non arriva mai. Siamo in attesa di qualcuno che il 25 dicembre bussi alla nostra porta e ci mostri amore con i cartelli sotto la neve, come in “Love Actually”, però normalmente nemmeno aiutiamo il nostro vicino. Scriviamo sul taccuino dei propositi che non rispetteremo, facciamo viaggi mentali credendo di stare al cinema, soltanto che non basta una colonna sonora per sentirsi gioviali. Dato che, purtroppo o per fortuna, la vita non è un film. Allora esageriamo, colmiamo i nostri insuccessi e fallimenti come comunità, rifugiandoci dietro un festone. Dietro la generosità indotta, dietro un messaggio WhatsApp al quale – in un altro periodo – non risponderemmo. Quindi, non resta che aspettare qualche giorno per tornare a citare il compianto Riccardo Garrone in “Vacanze di Natale”: «E anche questo Natale ce lo siamo levato dalle palle». Nel frattempo, auguri a tutti.

 

Andrea Desideri

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