“Manchester by the Sea”; il dolore senza retorica [Recensione]

Tanti flashback al servizio di una profondità emotiva per una originale struttura narrativa

In “Manchester-by-the-Sea“, film scritto e diretto da Kenneth Lonergan, la sofferenza si respira in ogni fotogramma. Malgrado l’istinto, dei personaggi, che cercano di trattenerla e nasconderla, la sofferenza emerge tra i silenzi di una storia dove il dolore, l’autodistruzione e l’espiazione costituiscono una miscela esplosiva.

La trama è articolata in uno sfondo dove è presente un profondo trauma psicologico contro il quale i personaggi principali si trovano a lottare per resistere al tormento del passato mentre cercano un motivo per andare avanti.
Nella narrazione si giunge al finale quasi inaspettatamente attraverso le interpretazioni potenti e scarne degli attori.
Lonergan dirige con misura e, senza essere invasivo, mantiene un’armonica completezza anche nel montaggio tra fotografia e musica.
Nella recitazione, asciutta e orientata verso la sottrazione, risaltano le interpretazioni eccellenti dei protagonisti che non sminuiscono però quelle degli attori secondari.
Siamo davanti ad una narrazione che si basa tra passato e presente con flashback, apparentemente disarticolati, in una scrittura che sa alternare i piani temporali con un perfetto equilibrio.
La drammaticità, che non entra mai nel melodramma, mostra gli eventi tragici della vita con personaggi che, senza retorica, nel loro intimo dell’esistenza umana, si muovono in assenza di soluzioni plastificate o esaltazioni spirituali del lutto.
La pellicola non presenta scene d’azione o incredibili effetti speciali anzi, tutto è basato sulla storia e sulla recitazione senza particolari ambientazioni. La potenza del film è incentrata proprio nella capacità di trovare in sé la forza di resistere e il coraggio di sostenersi reciprocamente in una vita impietosa.
Il protagonista è Lee, un modesto lavoratore, che dopo un tragico passato e una storia d’amore con Randi, una eccellente Michelle Williams, vive lontano da casa, mimetizzato in una disperazione solitaria e sprofondato in un senso di colpa smisurato.
Improvvisamente, con la morte del fratello Joe, (Kyle Chandler), si trova a doversi impegnare come tutore del nipote Patrick (Lucas Hedges).
Nell’occuparsi di quest’ultimo, Lee viene spinto verso la vita degli altri. Una nuova realtà, che inizialmente rifiuta, gli permette di oltrepassare la sua ferma sopportazione al dolore e a quella rabbia esplosiva che lo domina e lo devasta per un passato da evitare.
Nei flashback si evince una costante ricerca di forme di normalità che si scontrano con le ondate di annichilimento autodistruttivo del protagonista.
Casey Affleck, con una strepitosa efficacia, ci pone davanti Lee Chandler un personaggio psicologicamente complesso e difficile.
In tutto il film il viso del protagonista non perde mai l’intensità espressiva riuscendo a mantenere, con lo spettatore, un filo comunicativo magistrale in perfetta armonia con una sequenza di emozioni diverse.
Michelle Williams interpreta il personaggio di Randi e lo fa in maniera straordinaria, conservando la potenza emozionale in tutti gli aspetti dove è chiamata a rispondere. Coinvolgente, verso la fine del film, la scena dell’incontro con Lee, suo ex marito.
Lucas Hedges entra nel mondo del grande cinema con un’interpretazione incredibile: quella di Patrick, il nipote di Lee, un ragazzo fragile e forte. Il giovane Hedges riesce a trascinare trasmettendo, paura e impertinenza, ira e sensibilità senza mai perdere un colpo. Una particolare attenzione va dedicata all’eccezionale scena dell’attacco di panico.

L’irruzione del nipote sedicenne nella vita di Lee, mette a nudo la fragilità del protagonista che ammette di non farcela proprio nell’istante in cui decide di occuparsi del ragazzo. Due stati emotivi che affrontano la durezza dell’esistenza nell’incapacità di comunicare. Il nipote vuole respirare a pieni polmoni la vita, lo zio, spezzato dalla sofferenza, non sente più nulla. Il primo, senza intenzionalità, coinvolge il secondo in una possibilità di futuro.
La sceneggiatura non cede a facili sentimentalismi e non scade in un insulso finale stucchevole, al contrario, tutto resta minimale e dignitosamente vero. Tutto mantiene una forte e delicata carica emozionale e, allo stesso tempo, un profondo rispetto per il senso insuperato del dolore.
Il film si muove senza dilatazioni esasperate o imbarazzanti sproporzioni, al contrario, siamo di fronte ai silenzi, ai toni spezzati delle frasi, ai movimenti lenti attraverso i quali si percepisce un tutto dirompente e muto.
Un’opera rara dove la violenza della disperazione è narrata con inaspettata misura e onestà e i personaggi trattengono l’emozione profonda per poi trasmetterla nel non detto, l’obiettivo è la sopravvivenza.

Candidato a sei premi Oscar, “Manchester-by-the-Sea” ne cattura due, uno a Casey Affleck per il Miglior attore protagonista e l’altro a Kenneth Lonergan per la Migliore sceneggiatura originale.
Gli altri quattro, Film, Attore non protagonista, Regia e Attrice non protagonista, possiamo valutarli noi vedendolo. Mi raccomando, prima spegnete il telefono.

Stefano Pavan

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