Livia Massaccesi e Lucio Leoni: storia di un sodalizio artistico

Comics On My Back [Rubrica] > Licenziose contaminazioni tra musica e fumetti...

Comics On My Back” è la nuova rubrica di UkiZero che si dedicherà interamente a fumetti e musica; massì, lo so che già ci occupiamo di fumetti e musica, ma se state buonini vi spiego meglio: “Comics On My Back” nasce per unire due mie grandi passioni, quella per il fumetto e quella per la musica. In ogni puntata di Comics On My Back andremo a conoscere meglio una coppia formata da un artista visivo e un artista musicale, scopriremo com’è nata la loro collaborazione e conosceremo meglio il lavoro di ognuno di loro, oltre ovviamente a chiedere quali sono i loro fumettisti, illustratrici e musicisti preferiti!

La copertina di Comics On My Back è stata affidata alle sapienti mani di Alessio Spataro, che ho conosciuto grazie al Volume che ha scritto con la casa editrice Bao Publishing: “Biliardino“, un volume di 292 tavole che ripercorre e racconta le vicende che hanno portato alla nascita, indovinate un po’? Del biliardino! Sul sito Bao trovate la scheda del Volume, una piccola anteprima (un’altra -relativa alle prime 68 tavole- la trovate su blogbiliardino) e, ovviamente, avete la possibilità di acquistare il libro. Ma se volete un consiglio spassionato, partecipate ad una delle tante presentazioni che Alessio fa su e giù per la penisola, ascoltatelo raccontare e poi fatevi dedicare il libro. Ne vale davvero la pena!

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La prima coppia artistica di cui vi racconto è quella formata dall’illustratrice Livia Massaccesi e dall’artista canoro Lucio Leoni; se i nomi non vi dicono niente proviamo così: lei è la mente dietro i meravigliosi ritratti dei cantautori, lui è il cantante che riesce a pronunciare più parole al secondo. Non ci credete? Ascoltate il pezzo “A Me Mi” tratto dal suo nuovo lavoro discografico “Lorem Ipsum” (Lapidarie incisioni, 2015). Anzi, meglio, guardate il video della canzone (lo travate qui sotto a fine intervista) che è il motivo per cui ho intervistato Lucio (che è quello che nel video canta, balla e recita “un vomito di parole”) e Livia (che è quella che ha disegnato le illustrazioni del video).
LiviaMassaccesi Ho incontrato Livia e Lucio in un’enoteca romana a San Lorenzo, a Roma, in una serata innaffiata da un buonissimo Terpin; ne è nata un’intervista lunghissima ed accorata, in cui la voce di uno diventa la voce dell’altra ed in cui abbiamo scoperto che le cose belle scaturiscono da affinità elettive importanti e profonde perché i sodalizi, prima ancora che artistici, devono essere tra persone.

 

Ci raccontate com’è nata la collaborazione tra di voi?

Livia: è nata nel 2009 con La Riunione di condominio, il locale che Lucio aveva aperto nel quartiere San Lorenzo a Roma, per cui ho realizzato il logo, le locandine e per cui curavo tutta la parte grafica. Un annetto dopo è nata “Lapidarie Incisioni“.
Lucio: è partito tutto dal locale: era chiaro che la parte grafica non poteva essere gestita internamente da noi; mi è sempre sembrato che le cose fatte autonomamente da chi non conosce il mestiere fossero un po’ bruttarelle, poco curate e realizzate con poca intelligenza. Per fortuna un’amica comune mi ha presentato Livia, all’epoca non sapevo fosse molto brava; quando conosci una persona la prima volta non sai se sia brava o meno…
Poi io all’epoca ancora non avevo capito che mi interessasse la grafica; mi stavo laureando, avevo una formazione in moda e avevo iniziato a fare grafica da poco. Grazie a La Riunione di Condominio ho capito che mi interessava l’unione tra la musica e l’aspetto estetico da dare per comunicare il messaggio nel modo migliore.
Lavorando insieme ci siamo innamorati l’uno del lavoro dell’altra. Credo che il valore aggiunto stia nel fatto che c’è una stima profonda del lavoro dell’altro, per cui, al di là dell’aspetto artistico per cui ci troviamo quasi sempre d’accordo, riusciamo a lavorare bene insieme nel metodo: quanto spigni, quanto sudi, quanto ci stai… Abbiamo la stessa dinamica, per cui ci siamo trovati a braccetto! LucioLeoniMartaCoratella12

 

Come nascono i prodotti Lapidarie Incisioni?

Nel momento in cui nasce un disco ci sono diverse riunioni in cui parliamo di cosa significa quel disco, qual è l’artista che lo sta realizzando, quali sono le persone cui si riferisce ma anche quanto voglia andare oltre un target limitato.
Per esempio quando abbiamo iniziato a lavorare al disco di Lucio, siamo partiti più da un punto di vista concettuale: cosa significasse per lui, quale fosse l’immagine del disco precedente -“Baracca e Burattini“, che tra l’altro era una musicassetta, una cosa fatta da più giovane, portata avanti fino ad un certo punto e con un leggero auto sabotaggio per cui “facciamo il disco ma non lo facciamo sentire a nessuno perché è una musicassetta”-; in questo caso c’è stato uno scarto, un salto di qualità.
Ci sono molte riunioni che precedono e combaciano con la lavorazione e la produzione del disco; il lavoro di concetto e di chiacchiera funziona tantissimo: prima dell’elaborazione che avviene autonomamente, ci vediamo, stiamo insieme e parliamo, tenendo come macro-argomento di base l’artista; poi ognuno torna nel proprio laboratorio di produzione artistica l’uno del disco e l’altra dell’immaginario. Livia si occupa di elaborare l’immaginario di quasi ogni artista di Lapidarie e di curare tutta l’immagine grafica dell’etichetta creando un mondo che vada a rispettare dei canoni che sono in primis qualitativi e poi estetici, che corrispondono al suo modo di interpretare la musica dell’artista.
Ho una formazione come grafica molto più forte che come illustratrice, l’illustrazione è arrivata dopo e corrisponde a un livello molto più personale; per cui quello su cui abbiamo iniziato a lavorare era un’immagine, senza chiederci se grafica o illustrata; quello che di solito faccio è capire cosa l’artista vuole tirare fuori e tradurlo sul piano visivo in un modo che sia molto legato all’artista stesso.
Il lavoro che facciamo in Lapidarie è comune, c’è una sinergia per cui ci scambiamo i lavori ancora abbozzati, al primo stadio di lavorazione perché sappiamo che il contributo di ognuno sarà fondamentale per arrivare al prodotto finale e perché è la logica comune quella che conta, non quello che fai singolarmente.
L’idea è che se si vince si vince insieme perché ognuno mette a disposizione dell’altro la sua professionalità.

 

Il video di “A me mi”, invece, come è nato?

Con Lucio abbiamo iniziato a lavorare insieme da subito: ho sentito i provini e ho seguito tutto il processo che ha poi portato al disco Lorem Ipsum definitivo. Abbiamo scelto di lavorare sul video di A Me Mi perché quello è il pezzo manifesto del disco; ci siamo chiesti che cosa fosse questo pezzo, cosa rappresentasse e come ne potesse fruire una persona che non lo conosce. Il brano è complesso, contiene tutta una serie di citazioni e crea immagini a una velocità molto elevata, ci sembrava giusto assecondare tutti questi elementi con un ritmo visivo incessante che seguisse quello delle parole; abbiamo coinvolto da subito Giulia Natalia Comito alla regia e Dario Pelliccia per l’animazione e, insieme, abbiamo lavorato sul video. Volevamo che ci fosse Lucio e che si vedesse la facilità con cui lui recita quel pezzo nonostante sia impossibile per chiunque altro e intorno a lui volevamo l’immaginario visivo che ci ha accompagnato durante la crescita ma ridotto a simboli; non dovevano essere delle illustrazioni didascaliche ma reinterpretazioni delle sue parole, che è quello che fa lui nel testo; il tutto accompagnato da colori forti che lo rendessero molto pop e che con la loro alternanza sottolineassero la grande variazione nelle parole.
Il capolavoro di quel video, secondo me, sta nel fatto di aver permesso ad un brano probabilmente poco fruibile per la forma di arrivare ad un pubblico più ampio; va ad alleggerire tantissimo il pezzo facendo passare tutti i concetti. Tant’è che in un mese siamo arrivati a 15mila visualizzazioni!
A posteriori mi rendo conto che io, Giulia e Dario siamo riusciti a fare in modo che un contenuto grafico così importante ed ingombrante non scavalcasse le parole. Credo che questo sia il prodotto di Lapidarie Incisioni in cui si vede davvero quello che facciamo: ognuno di noi mette a disposizione degli altri la propria professionalità per un obiettivo comune.

 

Definite l’arte dell’altro con una parola o un aggettivo!

Sincera; che è un elemento che, secondo me, manca a molte persone che ho incontrato nello stesso contesto.
L’arte di Livia è arte; che se ci pensi non è scontato per niente: un conto è mettersi nelle mani di una professionista, un altro conto è mettersi nelle mani di un’artista. L’artista si porta dietro una serie di psicosi che sono parte integrante di quello che è e di quello che fa e dietro questo c’è tutta una quantità di merda che gli permette di arrivare a quel risultato artistico e che si vive solo chi gli sta vicino; affidarsi ad un professionista, invece, vuol dire rispetto di canoni, parametri e compiti. Il lavoro di Livia non è mai il compitino, anche quando realizza qualcosa velocemente, o in maniera -per lei- meccanica, c’è dietro una profondità che io non pagherò mai abbastanza e che è pregna di quella cosa intangibile che è l’arte. Livia non scappa mai alle regole della poesia.
Ma non è giusto, lui ha avuto moltissime parole! Il discorso è che tutto ciò che lui ha detto di me, io lo potrei dire di lui. Siamo arrivati ad un livello di stima e di comprensione dell’altro che va al di là di tutto. Definirlo sincero è ciò che io trovo meraviglioso ma è anche ciò che lo allontana effettivamente da tutto quello che sono le persone che riescono in questo ambiente: se c’è una possibilità di aggirare un ostacolo, lui non la prende neanche in considerazione ma persegue la sua strada e non c’è modo di fargli cambiare idea.

 

Quali sono i fumetti e i musicisti che hanno influenzato la vostra crescita e che vi influenza oggi?

Tra i fumetti sicuramente Leo Ortolani; mi sono fatto male di Marvel, i supereroi sono una tappa obbligata nella crescita di tutti gli adolescenti, e Disney a motopompa, Topolino in Italia ci ha devastato; ma il disegnatore che più mi ha fatto compagnia nella vita è Leo Ortolani.

 

– Lo sai che a Settembre 2017 Rat-Man chiuderà?

Ma che stai a dì? Ma che davero? Ma mi hai dato una notizia tristissima! Però ti dirò di più: credo che ogni percorso degno di nota abbia bisogno di una fine, guarda David Bowie! Chi si ostina a reggere botta fino alla fine spesso e volentieri poi cade.
Musicalmente invece è difficilissimo! I Guns ‘n Roses, gli Aerosmith, passando per Elio e Le Storie Tese, attraversando pacchi e pacchi di musica italiana; un nome su tutti degli ultimi anni Giovanni Truppi, un faro nella notte nella musica d’autore italiana; credo che stia settando un modo nuovo di scrittura che cambierà la musica italiana.
Invece sorprendentemente io non ho mai letto fumetti.

 

Ma nemmeno Topolino? Come hai imparato a leggere?

Con i libri di narrativa; ho sviluppato una vita molto più visiva ma da piccola non riuscivo a leggere il fumetto perché lo sentivo come un limite alla mia immaginazione. Mio fratello ne era appassionatissimo, io provavo a leggere i suoi ma li sentivo come un limite alla mia immaginazione: non capivo perché dovessero farmi vedere le cose quando invece, solo leggendole, potevo immaginarle.
Sei un genio! Vedi dov’è il genio…
Nel disagio! Poi, certo, ho scoperto fumettisti ed illustratori crescendo: un nome su tutti Manuele Fior ma non è un fumettista, ogni singola tavola è un opera d’arte che starei a guardare per giorni interi; lo stesso con Igort; non mi appassiono al genere fumetto ma alla singola cosa che viene fatta e che mi suscita un interesse. A livello visivo ho avuto miliardi di influenze, moltissimo viene dalla fotografia di moda: Avedon, Blumenfield, gli anni 50-60… sono tutti alla base di quello che ho, credo inconsciamente, deciso essere, sono la base di un canale di comunicazione a cui mi avvicino. Non c’è, però, una cosa in particolare; non c’è nulla su cui io mi sono fissata pensando funzionasse al 100%; prendo degli spunti da quello che vedo e che vivo, sul mio percorso ha influito tantissimo quello con cui sono cresciuta: avevo una nonna sarta per cui ho visto molti tessuti, molti pezzi di stoffa, e vedere che, secondo come cuci una stoffa viene fuori un effetto ben preciso ha avuto una grande influenza su di me, molto più di qualsiasi cosa.

 

Ecco perché le tue creazioni sono così materiche!

Esatto, sì, credo di sì. Pensa che io mentre ero iscritta alla facoltà di disegno industriale della Sapienza mi sono diplomata anche in una accademia di moda, ma non sono mai stata appassionata di griffe, di stilisti. Quello che mi ha sempre affascinato della moda sono la matericità e l’impatto visivo, e non a caso questi elementi me li porto dietro in tutti gli ambiti del mio lavoro. Mi interessava poter agire sull’immagine visiva della persona a livello materico: quello che ti metto addosso deve lavorare con quello che tu hai già di tuo (lineamenti del viso, forme del corpo…) e lo deve far emergere. Questo è quello che mi piace fare, anzi è quello che proprio sono!
Dal punto di vista musicale sono molto curiosa; ci sono artisti che fanno parte della mia crescita, soprattutto la musica che sentivo in macchina con i miei genitori Dalla, Battisti, i cantautori italiani. Poi ci sono tutti gli artisti che ho conosciuto crescendo e spaziando tra i generi. La musica per me è sempre stata accompagnamento, non è mai stata ascolto puro; anche quando vado ai concerti ci arrivo perché quell’artista ha fatto parte di me, prima. Mi piace la musica che crea un’atmosfera con cui io posso fare delle cose.
Mi piacciono molto James Blake, Apparat, Chet Faker e, ultima meravigliosa scoperta, Wrong On You

 

Livia, hai dipinto alcuni tuoi soggetti sui muri del locale romano Le Mura, com’è stato realizzare le tue illustrazioni su superfici così ampie?

È stata la prima volta che facevo una cosa del genere; il mio rapporto con l’illustrazione è stato molto personale e intimo per molto tempo. Tutto quello che è rapporto fisico e materico con ciò che faccio mi stimola molto, soprattutto se è una cosa nuova e mai fatta. Quando i ragazzi de Le Mura mi hanno chiamata sono stata felice, non l’avevo mai fatto. È stato divertente e stimolante, ho imparato molte cose nuove.

 

Come nascono, invece, i ritratti dei cantautori?

I ritratti sono nati perché ho fatto una tesi sulla moda nel ‘900 e per dare risalto ad alcuni elementi avevo bisogno di un’immagine neutra; da lì è nata l’idea di fare i ritratti senza occhi ma solo con le labbra. Ho fatto il mio ritratto e poi quello dei miei amici; poiché realizzavo le locandine dei concerti ritraendo gli artisti, i ragazzi de This is not a Love Song mi hanno chiesto di realizzare i ritratti di 20 cantautori per promuovere una serata che organizzavano al Monk; da lì sono nati gli altri.

 

Fine dell’estate per la serie This is not a Love Song, invece, come è nata?

I ragazzi di “This is not a Love Song” mi hanno chiesto di illustrare il pezzo dei The giornalisti; devo dire che non li amo molto, ma quel pezzo arriva molto bene, era un pezzo che ascoltavo in quel periodo e sono stata molto contenta di farlo. Tra l’altro credo che fosse molto nelle mie corde, mi piaceva l’idea di dare dei flash di lui che racconta, il principio della cassetta è lui che guarda lei e nei vari riquadri c’è l’immagine che lui vede in quel momento.
I ragazzi di Tinals sono molto bravi anche nel capire cosa affidarti.

 

Ci racconti Upupa Pop?

Upupa Pop è nata da un’idea mia e di Giulia Natalia Comito, la regista del video “A Me Mi“: vivevamo insieme, era domenica mattina ed eravamo nella nostra piccola cucina con i Radiohaed ad alto volume; ci siamo dette che sarebbe stato perfetto averli a suonare dal vivo mentre bevevamo il caffè con il sole che entrava dalla finestra. Così è nata l’idea di portare gli artisti in posti in cui solitamente la musica potresti sentirla solo dal tuo lettore mp3 con le cuffie; così abbiamo coinvolto altre persone tra cui Lucio, perché oltre ad essere un artista è laureato al conservatorio, per cui è stato il referente tecnico del progetto.

 

Come nascono i video di Upupa Pop?

Prima di tutto scegliamo il gruppo, poi sono loro a scegliere il pezzo che suoneranno ed, in base a quello, noi scegliamo il posto dove girare il video.
La difficoltà sta nel fatto che quando gli artisti non sono di Roma abbiamo poco tempo per girare, oltre, ovviamente, alla difficoltà della scelta del posto che non deve essere banale né scontato, altrimenti faremmo quello che fanno già in tanti; il nostro lavoro di ricerca è lungo, dura settimane in cui andiamo in giro con la macchina a cercare e scoprire location.

 

Lucio hai gestito un locale a Roma La Riunione di Condominio, cosa si provava a stare “dall’altra parte del bancone”?

A parte il cocente dolore della sconfitta, dici? (ride) È faticosissimo! È molto divertente perché “hai in mano il potere”: improvvisamente sei quello che decide la sorte degli artisti per cui chi ti sta simpatico lo fai suonare, quelli che ti stanno antipatici non suonano o sono pagati meno. In realtà poi non è mai così.
È molto divertente, molto interessante ed è un’esperienza che insegna molto: impari ad avere a che fare con molte realtà diverse booking, uffici stampa, gli altri locali… Il tuo contesto artistico cresce molto. Ma è difficile perché prendi le sveglie: quando sei dall’altra parte del bancone ma sei un musicista, ti metti nei panni dell’artista che chiami a suonare e ti rendi conto del valore del suo lavoro. Io tendevo a pagare gli artisti garantendo sempre un fisso e l’open bar. Nonostante ci fossero molte spese, tendevamo sempre a curare bene la parte musicale; pensa che uno dei primi concerti di Giovanni Truppi a Roma l’abbiamo fatto noi a La Riunione di Condominio.

 

Ma perché “Baracca e Burattini” è uscito solo in musicassetta?

Quelli che ti dirò sono tutti ragionamenti che io ho fatto a posteriori, perché allora ero convinto delle mie scelte e me le rivendicavo con orgoglio.
Da una parte c’era una presunzione dal punto di vista di marketing: credevo che la cassetta fosse molto più fica del cd per cui avrebbe venduto di più. Errore madornale! Ero convinto fosse un’intuizione e invece no; in realtà dal 2011 in poi, anno di “Baracca e Burattini“, sono uscite molte musicassette, quindi avevo visto bene, ma in un mercato, allora, inesistente.
Poi c’era un grosso problema di autostima, anche il fatto di firmarmi come Bu Cho e non con il mio nome e cognome… C’erano tutta una serie di maschere perché, evidentemente, non avevo molta fiducia o molta stima di quello che facevo.
È un progetto di cui riconosco tutti i limiti: me lo sono registrato tutto da solo, suonavo pure la batteria, che non avevo mai suonato.
Ma era un tentativo, è stato un primo passo.

 

Com’è avvenuta la trasformazione da Bu Cho in Lucio Leoni?

Non ti nascondo che anche questo disco, che sarebbe comunque uscito su cd, non sarebbe uscito a nome Lucio Leoni se non fossero successe tutta una serie di cose prima che lo registrassi.
A Giugno 2015 è morto mio padre, esattamente nei giorni in cui registravo il disco; questo avvenimento è stato per me una stecca in faccia clamorosa e quello che mi ha fatto capire che se ci volevo provare davvero, dovevo smetterla di fare il cretino e metterci il mio nome. Credo che nel disco si senta che c’è un’energia particolare.
Con “Baracca e Burattini” c’era chiaramente poca autostima ma forse anche la paura di prendersi troppo sul serio, che è una paura che continuo ad avere: vorrei che la leggerezza sia sempre una componente importante nella musica, non solo nei miei dischi; scriviamo canzoni, non dobbiamo regolare il mondo!

 

Come è nato Lorem Ipsum?

In qualche modo la risposta è quella di prima: “’Na bucia” è il testo che io credo di aver scritto per primo, credo sia del ’98 o del ’99 ed è un testo di cui ho provato moltissime versioni diverse: ska, raggae, dub, triste, allegra… e non avevo mai trovato una forma adatta. Una settimana prima di entrare in studio ho trovato la chiave: fare un’improvvisazione con la batteria, la suonava Fabrizio Spera un batterista della scena free jazz degli anni 80-90; l’ho registrata il 29 giugno 2015 e il 30 l’ho letta al funerale di mio padre, come lui mi aveva chiesto.
Lorem Ipsum” racchiude, in tutti i suoi pezzi, quest’atmosfera qui: tranne “A Me Mi“, che è recente, tutte le altre tracce sono testi che io avevo da sempre ma che non avevo mai saputo collocare nella mia produzione musicale perché ero troppo legato ancora allo ska-reggae, un po’ ero troppo legato alla scanzonatezza di “Baracca e Burattini“, un clima più frivolo, più leggero, e che, rispetto al quel pizzico di fortuna che mi aveva dato, mi sembrava giusto mantenere; “Lorem Ipsum“, invece, è un disco scuro, ragionato, mi sembrava sbagliato in termini commerciali… Che poi noi ci facciamo tutte ste pippe mentali e ‘nvece gnente, è come dice Livia: se sei sincero e scrivi cose belle, funziona.
È stato il coraggio di prendere in mano, finalmente, delle cose che per lungo tempo avevo ritenuto troppo importanti per me; forse anche perché, per la prima volta, mi è venuta a mancare una parte importante.

 

Giorgia Molinari

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> Lucio Leoni: “Lorem Ipsum” – recensione

> Intervista esclusiva al co-creatore di “Orfani”: Emiliano Mammucari

 

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