Linea 77: Intervista in anteprima e album in uscita..

Il passato, il presente e no future..

Tutte le strade portano a Roma. Una di queste mi ha portato ad intervistare i Linea77. Con che spirito porre delle domande ad una band che, anno di grazia 2015, ha accumulato più di vent’anni di esperienza? Ho quindi deciso di approfittare dell’imminente uscita del loro uovo album “Oh!”, che vede la band tornare a sonorità più vicine a quelle dei propri esordi, per sentire il polso al rock alternativo italiano, per capire in che modo sono cambiate le cose attraverso gli anni, e per scoprire come limitare i danni se, malauguratamente, mi venisse la strampalata idea di suonare e fare rock in Italia.

 

– “Oh!” è un disco che si lega al passato della band su più piani. In primo luogo perchè è un disco dal suono ruvido, diretto, lo stesso dei vostri esordi. Poi perchè trova una sua prima genesi in un Ep del 2013 mai pubblicato e perchè include due brani, entrambi provenienti dal passato, quali “Absente Reo” del 2007 tradotto dall’inglese, e la cover dei Fluxus “Non Esistere”, che arriva direttamente dal 1996. È stata la volontà di ottenere certe sonorità che vi ha condotto a riconfrontarvi con delle canzoni appartenenti alle vostre esperienze passate, o viceversa è stata la scelta di lavorare su quei brani che vi ha condotto a ritrovare un certo tipo di sound?

Chinaski: In realtà non c’e’ stato tutto questo pensiero preventivo, abbiamo scelto di seguire l’istinto che ci ha portato a scrivere delle canzoni che fossero dirette ed eseguibili dal vivo. Gioco forza abbiamo operato delle scelte artistiche che sono le stesse che hanno costruito il nostro background, ma non è stato un processo cosciente, è stato più che altro un liberarsi dall’idea “oddio dobbiamo per forza fare qualcosa di originale e di nuovo” e altri ragionamenti di questo genere, lasciando che le cose fluissero per come le sentivamo.

Dade: Abbiamo guardato più al passato che al futuro e ci interessava vivere questo nuovo presente e questa nuova formazione di sei elementi, nonostante sembri che le cose siano sempre state così. Questi ultimi due anni sono stati una sorta di passaggio mentre adesso abbiamo messo un punto.

 

– Fra virgolette un sound vecchio con una formazione nuova?

Dade: Si anche se sono ragazzi che conosciamo ormai da anni e che fanno parte della nostra cerchia da sempre. È stato proprio il voler mettere un punto: si riparte, da qua.

 

– In “Presentat! Arm”, brano di apertura del disco, parlate del vostro incontro con degli adolescenti avvenuto in un autogrill. Ci raccontereste qualcosa di quell’episodio?

Dade: Lo ricordo perfettamente. Eravamo in furgone e stavamo andando a fare una data, era mattina e ci siamo fermati per la classica sosta veloce.
Abbiamo visto questi ragazzi di sedici, diciassette anni probabilmente di ritorno da un rave, sfatti marci. Uno di loro indossava la maglia dei Ramones. Mi ci sono rivisto, insieme con Nitto e Tozzo, nella stessa situazione ma vent’anni prima. Quindi ho preso il mac, l’ho appoggiato sopra il distributore di benzina e mi è saltata di colpo quella frase in testa (“dipingo il mondo di nero / cantando blitzkrieg bop dei ramones”); l’ho registrata velocissima -mima l’atto di bisbigliare rapidamente al computer- ed è diventata il pre-ritornello del brano che è secondo me uno dei migliori che abbiamo mai scritto, molto efficace.

 

– C’è anche un’istanza malinconica nel ricordare una fase della vita ormai passata?

Dade: Si, era molto malinconico, ma di quella malinconia non amara… quasi sorridente. Ci facciamo spesso ispirare dalle situazioni e dalle immagini quotidiane nei nostri testi. Prendiamo molto spunto da fotografie, che a volte magari riguardi e ti rimangono in testa, poi associ mentalmente e lasci fluire la creatività.

 

– Dopo la disavventura di “C’eravamo Tanto Armati”, (l’Ep che avrebbe dovuto vedere la luce nel 2013 e il cui hard-disk è andato distrutto a causa di un calo di tensione ndr) pensate di tornare a registrare interamente in analogico?

Paolo: Eh si, potrebbe essere la soluzione, il caro vecchio due pollici. In realtà la cosa più frustrante è stata quella di passare per dei dementi, per dei gaggi come si dice a Torino. Avevamo dei back-up e naturalmente lo studio in cui registriamo dispone di gruppi di continuità. La sfiga ha voluto che quel giorno Dade si sia portato a casa tutti e due i dischi per continuare a lavorare, e là si è verificata un’interruzione di corrente che li ha bruciati entrambi. È una cosa di quelle che fai quasi fatica a credere, perché realizzi di aver perso dei mesi di lavoro.

 

– Ne avete fatto virtù…

Paolo: È tipico del nostro atteggiamento, reagiamo meglio quando siamo in difficoltà, e quella è stata una botta talmente forte che dopo aver assorbito il colpo, la reazione conseguente è stata quella di dire “basta con l’Ep, facciamo un album”

 

Parlando con alcuni amici del fatto che vi avrei intervistato ho scoperto che uno di loro, dopo un vostro concerto, sfasciò il semiasse della propria auto. Un altro rischiò di andare dritto con la bici in curva. Dopo tanti anni di carriera, come è cambiata secondo voi la fruizione dei vostri concerti e della musica dal vivo in generale?

Dade: L’oggetto che hai in mano -riferendosi al cellulare con cui registro l’intervista- ha probabilmente cambiato la storia dell’umanità e di conseguenza anche la fruizione della musica e dell’arte. Oggi troppo spesso capita di salire sul palco carico di adrenalina, guardare sotto e magari trovare un terzo del pubblico col cellulare alzato… Sembra un po’ che le persone stiano fermando il presente fotografandolo, senza viverlo. È la direzione verso cui sta andando il mondo e ne prendiamo atto. Sicuramente negli anni ‘90 la brutalità e l’emozione dei nostri concerti era decisamente più alta, potevi sentire il sudore e la foga.

Chinaski: La nostra attitudine dal vivo è la stessa degli inizi perché ci riteniamo una live band. Il vero momento catartico e di maggior soddisfazione per noi è quando stiamo sul palco e non in studio.

 

– Molti dei vostri album sono stati registrati all’estero. Alternandosi fra i due mondi trovate delle differenze fra lavorare in uno studio in America, piuttosto che in Inghilterra, e registrare un disco in Italia?

Chinaski: In termini di professionalità direi di no, nel senso che anche nel nostro paese ci sono delle eccellenze nella produzione discografica assolutamente paritetiche a quelle straniere. Forse la vera differenza è che all’estero hai  maggiori alternative, se in Italia vuoi fare un disco con un certo tipo di sonorità puoi scegliere fra cinque o dieci studi, a Los Angeles hai magari cento opportunità diverse. Però al di là di questo, il talento è una cosa universale che non dipende dal posto da cui provieni.

 

– Tenendo anche di una certa esterofilia latente che regna sulla musica alternativa in Italia, credete abbia inciso l’aver mosso i primi passi sotto l’egida di un’etichetta straniera (la Earache Records, insieme ai Napalma Death ndr) ed essere stati percepiti dal pubblico italiano come una band prodotta all’estero?

Chinaski: Si. Il nostro primo disco per la Earcache, pubblicato nel 2000, è un disco che era già uscito tale e quale due anni prima in Italia. Nonostante i buoni riscontri della pubblicazione italiana del ‘98, è innegabile che il fatto di essere successivamente finiti sull’ NME e sul Melody Maker ci abbia fondamentalmente sdoganato. Come se chi ci ascoltava e criticava, positivamente o meno, avesse dovuto aspettare l’ok dall’estero: “Gli inglesi hanno detto che vanno bene”. Credo sia la conseguenza del fatto che in termini di numeri, la musica alternativa nel nostro paese non abbia mai avuto grande seguito.

 

– Nell’album è presente il brano “Divide Et Impera” che cita le “Dieci Regole..” di Noam Chomsky ed è realizzato in featuring col rapper sardo En?gma. Seguite da vicino la scena rap italiana?

Dade: Si, lo facciamo da sempre ed è un genere che ha cambiato il nostro modo di intendere la musica. Mi ricordo che quando sono nati i Rage Against The Machine e hanno unito il rock e l’hip hop, per noi fù una vera folgorazione. L’hip hop era diventato un genere forse ancor più di protesta del rock e noi eravamo degli adolescenti incazzati che volevano protestare. Abbiamo quindi ampliato i nostri ascolti con tantissima roba come Colle Der Fomento, Sangue Misto, Isola Posse All Star, Kaos. Poi da dopo il 2000 ci siamo un po’ persi perchè l’hip hop stava cambiando forma fino a diventare quello che è adesso: pop al 95%. En?gma invece ci ha colpito proprio per sua attitudine identica a quella del passato. Inoltre è un ragazzo molto intelligente, non uno sborone, troie e cocaina. Noam Chomsky è stato il concept che gli ho buttato lì in una mail, “Guarda ci piacerebbe parlare delle 10 regole di Noam Chomsky, se ti viene qualcosa…”. La mattina mi alzo, apro la mail e c’era già il pezzo fatto, ho letto il testo e ho subito pensato “Va benissimo così”, tanto da lasciargli due strofe intere del brano.

 

– Parallelamente seguite anche altre scene musicali?

Dade: Io e Chianski abbiamo aperto un etichetta nel 2010 (la INRI per cui esce lo stesso “Oh!” ndr) quindi siamo molto attenti alla musica italiana e siamo ovviamente legati alla nostra città, Torino, dove si trovano tantissimi talenti. Tutto quello che abbiamo prodotto per adesso sono cose che ci hanno stupiti a livello live ed è il frutto di serate passate nelle cantine ad ascoltare artisti come Bianco e Anthony Lazslo. Di Levante, che ha avuto un enorme successo, mi ricordo di essere stati in cinque al suo primo concerto che ho visto, in una libreria.

 

Cosa consigliereste ad un ragazzo di diciott’anni che inizia oggi un proprio percorso musicale?

Chinaski: Di seguire il proprio istinto, di andare avanti a testa bassa e di essere umili, disposti a mettersi in gioco avendo coraggio. È importante essere curiosi e cercare di capire tutto, non soltanto come si suona uno strumento e come si sta su un palco, ma anche tutto quello che ruota attorno al processo musicale che non dovrebbe avere segreti. L’alternativa è che tu finisca inevitabilmente nelle mani di qualcuno a cui deleghi quelle cose che ti sono indispensabili, quindi la tua carriera diventa un terno al lotto e tutto dipenderà dal fatto che tu riesca a trovare o meno una persona onesta… il che è piuttosto raro.

Dade: Per arrivare al successo bisogna fare dei gradini, se ne fai solamente uno è sicuro che cadrai a quello dopo; se ci pensi è sempre andata così. La gavetta è importante perchè ti forma, non devi solo saper suonare bene una canzone, ma devi anche saperla portare in giro, devi saper farti le grafiche, devi pensare al merchandise e ai conti del tuo cachet. Devi pensare a tutto perchè se ti metti nelle mani di qualcuno, a meno che non sia del tuo stesso sangue e della tua famiglia, in questo paese diciamo che cercano sempre un po’ di fotterti.

 Dario Russel Bracaloni

 Foto: Francesco D’Amore

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