L’Indio perduto

Carlos Monzón tra gloria e oblio

Lo spettacolo della boxe è stato creato da interpreti di ogni genere, uomini che hanno scelto questo sport per caso, molti per vocazione, certi per necessità, altri per scappare dalla strada.

L’obiettivo di un pugile è annullare il proprio avversario, distruggere le sue certezze, annientare il suo corpo tentando di rimanere vivi. Un mondo dove delle emozioni primordiali, decisamente poco tangibili e comprensibili, diventano concrete e reali nella mente di un boxer: un essere per certi versi crudele, per altri autentico come in nessun altro esempio sportivo.

Il 7 Agosto del 1942, tra stenti e fame, tra l’umiliazione e la violenza della strada, nacque in un piccolo villaggio a nord della provincia di Santa Fe, Carlos Monzón, l’Indio dagli occhi impenetrabili che sconvolse pochi anni dopo la realtà Argentina di quei lontani anni ’70.

Povero e già in lotta contro la vita fin dall’infanzia, Monzón si ammalò di tifo nel viaggio che lo vide spostarsi dal suo paesino di origine San Javier, fino ad approdare nella più speranzosa Santa Fe; crescendo con i suoi dodici fratelli, trascorrendo un’adolescenza innaturale e tormentata, arrangiandosi come poteva, da lustra scarpe a ladro, e tralasciando di conseguenza gli studi, il giovane ragazzo argentino dava l’impressione di essere perduto.

Un destino segnato il suo, eppure quando tutto sembrava delineato, Carlos afferrò la sua opportunità, accettando l’aiuto di Amilcar Brusa; quest’ultimo lo accolse sotto la sua ala protettiva spingendolo ad intraprendere la strada del pugilato.

Iniziò la sua carriera a soli sedici anni, vincendo più di settanta incontri da dilettante; longilineo, slanciato (184 centimetri per 72 chilogrammi), sembrava che la categoria pesi medi fosse concepita per lui.

Professionista nel 1963, disputò centodue incontri perdendone solamente tre; l’indole spietata e calcolatrice, forgiata dalla sua infanzia vorticosa, lo porterà a conquistare il titolo di Campione del Mondo nel 1970, sconfiggendo a Roma Nino Benvenuti; nei sette anni successivi difese la corona di campione in altre tredici occasioni.

Nel ’77 come idolo della boxe mondiale e mito per i suoi fratelli argentini, Monzón si ritirò dal ring; impeccabile come sportivo e discutibile come uomo, si imbattè in vicende che lo spinsero a perdere il contatto con la realtà fino a sporfondare nella disperazione.

Fu nel 1988 che la vita del pugile cambiò drasticamente: sembrava un litigio come altri ma in quell’occasione sua moglie morì. Nello stesso anno venne condannato ad undici anni per omicidio e per tutta la durata della prigionia l’Indio non ammise mai le sue colpe.
Sette anni più tardi, dopo aver ricevuto la libertà vigilata per buona condotta, Carlos, in un gesto incomprensibile, spinse la sua auto a 140 chilometri orari perdendo il controllo della vettura e morendo sul colpo; un gesto che può riassumere tutta la fragilità di un uomo, un’insoddisfazione di fondo incastonata nei sensi di colpa, quest’ultimi logoranti fino a portare il campione argentino verso l’oscurità.

Immaginare di dover abbattere con il solo aiuto delle mani un muro corazzato e infrangibile; adesso pensare che questo diventi sempre più spesso e solido; vederlo poi prender vita come se fosse animato, pronto a sferrare colpi mortali, ganci e diretti letali.

Essere soli contro se stessi e l’avversario, ascoltare il dolore che offusca la volontà, perché quest’ultima sarà l’unico fattore che riuscirà a far indebolire quell’ostacolo, fatto di muscoli e rabbia; l’unico elemento che si frappone tra la gloria e l’oblio, tra la vita e la morte: questo è il pugilato, questa è la vita.

 Andrea Della Momma

 

http://www.youtube.com/watch?v=eCHJwa1PAJo&feature=related

Nino Benvenuti vs Carlos Monzon – Round 12

 

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