L’importanza delle etichette e l’alimentazione chimica

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Questa RUBRICA parla di quel “consumo” incivile fatto da una società mercificata, la nostra; la stessa che qui prova a resistere con gesti locali e altre forme di autodeterminazione culturale (ispirati non di rado dal ‘mangiar e bere bene’)… mentre quel carrello della spesa si è smarrito in un momento di disattenzione del suo aguzzino

 

Arriva una buona notizia, dal 13 febbraio è in vigore il decreto sulla tracciabilità per pasta e riso; è infatti scattato l’obbligo per i pastifici ed i confezionatori di indicare l’origine della materia prima in etichetta per il riso e per la pasta secca alimentare. Il decreto firmato dai Ministri Maurizio Martina per l’Agricoltura e Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, consentono ai consumatori di conoscere il luogo di coltivazione del grano e del riso sulle confezioni – come è già stato fatto per latte e derivati.

La sperimentazione è prevista per due anni, in attesa di una legge unica europea che tuteli maggiormente i consumatori, ma intanto noi italiani ci siamo… e lo trovo un successo con cui ci portiamo avanti. Da Maggio poi arriva l’etichetta anche per il pomodoro.
Ed ecco i primi dati della Direzione Generale per l’Agricoltura della Commissione Europea, che ha pubblicato il report sui prezzi mostrando che in Italia, mentre scattava la legge nell’ultimo semestre (luglio 2017 dicembre 2017), ha diminuito del 10% l’importazione di grano duro, addirittura -88% dal Canada. A leggere bene tra le righe sarebbe andata anche meglio se l’anno scorso avesse piovuto un po di più, tanto che di grano in realtà non c’è n’è abbastanza per un consumo autoctono. Quindi, come vi avevo anticipato in un vecchio articolo (“Don Spaghetto“), il prezzo del grano italiano in produzione è leggermente salito (+ 13% su base annua e nel solo mese di gennaio +1,9%).

Torniamo al decreto grano/pasta che prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia debbano avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti tre diciture:
a) “Paese di coltivazione” del grano: nome del paese nel quale il grano viene coltivato;
b) “Paese di molitura”: nome del paese in cui il grano è stato macinato. Se queste fasi avvengono nel territorio di più paesi possono essere utilizzate, le diciture: “paesi Ue”, “paesi non Ue”; e se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura:
c) “Italia e altri paesi Ue e/o non Ue”.
Idem per il riso, sull’etichetta troviamo le tre diciture:
a) “Paese di coltivazione”;
b) “Paese di lavorazione”;
c) “Paese di confezionamento”.
Se le tre fasi avvengono nello stesso paese – per esempio l’Italia – è possibile utilizzare la dicitura “Origine del riso: Italia”. Anche per il riso, se queste fasi avvengono nel territorio di più paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le diciture: “paesi Ue”, “paesi non Ue”, “paesi Ue e non Ue”. Le indicazioni sull’origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili ed indelebili.

Detto in altri termini che succede?
Che da domani potrete mangiare la pasta sapendo se è italiana o meno, e quando comprate del riso Carnaroli o ‘vialone nano’ sapere se sono italiani o meno. Il ché, visto i contenuti di arsenico nel riso basmati o del Dom nel grano saraceno, dovrebbe togliere al nostro Ministero della Salute un 10% di allergici o intolleranti, però come vi avevo segnalato in precedenti articoli la lista dei problemi da risolvere è ancora lunga.

Guardavo uno spot pubblicitario sul “bere responsabile” e su come si legge l’etichetta, la ditta è il Tavernello… ed ho avuto un sussulto.
Sappiamo leggere l’etichetta? Chi se ne frega della CaViRo che raccoglie il prodotto nelle sette Regioni ed ha oltre 13.000 conferitori e 50 enologi. E comunque a me il Tavernello fa schifo. Ma non per questo quelli della Caviro non mettono l’etichetta. Tanto che se la leggo capisco cosa contiene? No, c’è scritto solo dei solfiti, quindi non mi è sufficiente. Ma io, la so leggere davvero un’etichetta? Cosa ci dice un’etichetta? E cosa dovrebbe dirmi. Vedi la fonte sul sito del Governo, dove però c’è un fracco di roba, troppa da leggere se vai di fretta; dove le trovo le cose veramente utili? Ora non mi soffermo su tutto ma sapete cosa sono gli “aromi” e perché sono indicati e distinti dagli aromi naturali? Sono quelli con la scritta E prima di un numero, se e quando ce la mettono.
Gli aromi naturali sono quelli che vanno da E 001 a E 200, gli altri da 201 a 9999 sono prodotti chimici, alcuni addirittura letali!
L’EFSA al riguardo è più chiara: gli additivi alimentari sono sostanze deliberatamente aggiunte ai prodotti alimentari per svolgere determinate funzioni tecnologiche, ad esempio per colorare, dolcificare o conservare. Nell’Unione Europea tutti gli additivi alimentari sono identificati da un numero preceduto dalla lettera E. Gli additivi alimentari devono sempre essere indicati tra gli ingredienti degli alimenti dove sono presenti. Le etichette dei prodotti devono riportare sia la funzione dell’additivo nell’alimento finito (ad esempio colorante, conservante…) sia la sostanza specifica usata, utilizzando il riferimento al relativo numero E o alla sua denominazione (ad esempio E 415 o gomma di xantano). Gli additivi che figurano più comunemente sulle etichette alimentari sono gli antiossidanti (per prevenire il deterioramento da ossidazione), i coloranti, gli emulsionanti, gli stabilizzanti, gli agenti gelificanti, gli addensanti, i conservanti e i dolcificanti.
Su Wikipedia trovate una specifica cartella con tutte le denominazioni. Indice:
E100-E199 (coloranti)
E200-E299 (conservanti)
E300-E399 (antiossidanti e correttori di acidità)
E400-E499 (addensanti, stabilizzanti e emulsionanti)
E500-E599 (correttori di acidità e antiagglomeranti)
E600-E699 (esaltatori di sapidità)
E900-E999 (vari)
10E1000-E1999

Non vado nel sottile ma un gruppo che ho riscontrato nelle merendine mi ha colpito. Nella parte additivi alimentari, coloranti consentiti, c’è il caramello e leggete bene: l’E150a Caramello (colorante) ma c’è la postilla:
E150b Caramello solfito caustico (colorante)
E150c Caramello ammoniacale (colorante)
E150d Caramello ammonio solfito (colorante)
E151 Nero Brillante BN(Nero PN) (colorante)
E152 Black 7984 (colorante)
E153 Carbone vegetale, Vegetable carbon (colorante).
Ebbene, la normativa fa presente che con il termine “caramello” non s’intende il prodotto ottenuto scaldando lo zucchero, utilizzato per aromatizzare i dolci, bensì “sostanze di colore bruno“, non meglio specificate, destinate alla colorazione. Quindi non sono esattamente naturali o certamente non come io intendo il caramello con zucchero e acqua, se di fatto sono derivati da calce e ammoniaca.
A questo punto mi chiedo se come per la pasta e per il riso, le sostanze inserite nei preparati possano essere maggiormente chiare. Cosa questa che, come per la pasta, probabilmente influenzerebbe la vostra scelta e quindi la produzione, portando magari a rendere remunerativa più la produzione agricola che la chimica industriale. E così pare stia succedendo.

Allora cosa accadrà col pomodoro? Quante ne usate? Io un bel po. Appena avrò i dati del pomodoro via aggiornerò sugli effetti della legge.

Detto questo, osservo che il semplice “vietareuna truffa con la farina e il riso ha avuto l’effetto di riportare la nostra economia ad una minore esposizione verso l’estero, e ad un risparmio sui costi e sulle cure mediche da intolleranze al glutine (questa appena misurabile nel breve termine ma di sicuro effetto nel lungo termine). Tutto ciò ha ripristinato campi agricoli (sino all’anno scorso incolti), riportando lavoro anche da noi. Non sono un autarchico ma il buon senso mi spinge a pensare che se non cambiamo le piccole cose, le grandi non potremo mai affrontarle.

È inutile, dal mio punto di vista, che si crei una banca dei terreni e si dia opportunità ai giovani per entrare in agricoltura, se poi sui banchi del mercato troviamo prodotti contraffatti a basso costo. È inutile parlare di qualità e poi essere costretti a nutrirsi di chimica perché non c’è alternativa. Le mafie o i cartelli, le lobby, hanno lo stesso aspetto, solo che le ultime almeno per ora sono legali… ed è solo con la conoscenza e un po’ di coraggio che si cambiano le cose.

 

Daniele De Sanctis

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