Lee Ranaldo @Init

Lee Ranaldo and the Dust niente male davvero ma...

Partiamo da una domanda importante a cui risponderemo alla fine: Lee Ranaldo lo leggerà questo articolo? Scrivi Lee Ranaldo e leggi Sonic Youth. Ma la musica non si legge, si ascolta. E Lee Ranaldo ex chitarrista della band di New York è uno che si ascolta con piacere, fedeltà rock e interesse. Come lo ascolterebbe un cane.

 

Onestamente quando sono andato a sentirlo il 19 giugno all’Init Club di Roma non sapevo assolutamente nulla sui suoi pezzi da solista, ma l’avevo apprezzato (lui e tutti gli altri) nella sua esperienza con gli Youth. Quindi la sera arrivato al Club dopo essermi scolato un paio di birre, ero pronto ad assorbire come una spugna qualcosa di nuovo. E scopro che Lee Ranaldo e i suoi compagni Alan Licht, Tim Luntzel, si chiamano Lee Ranaldo and the Dust. Bene.

Parte il concerto, all’inizio un po’ moscio, sonorità fredde e lontane. Ma basta il tempo che si scaldano un po’ che iniziamo a gustarci del buon rock alternativo. Partono pezzi veramente fantastici come “Off the Wall” e la straziante “Xtina as I knew Her” anticipati da dei pipponi di Ranaldo sul senso delle canzoni (a dir la verità fa sempre piacere quando il cantante parla un po’ al pubblico oltre che cantare ma non è questo il caso).

Dopo un po’ sale un cane sul palco, forse attirato dal modo in cui Ranaldo suona la chitarra. Prima storta, poi lasciata a penzoloni, poi capovolta, poi lanciata. Forse il cane voleva abbaiare al microfono e duettare con Ranaldo, (che per dipiù non ha vagamente un nome che starebbe bene a un labrador?), fatto sta che inscena un simpatico duetto sul palco con il cantante, che gli dedica un paio di assoli.

Seguono altri pezzi che valgono il prezzo del biglietto come “Shouts” e le 3 cover. “Thank You for Sending Me an Angel” dei Talking Heads, “Fire Island” dei, mai sentiti, Phases e “Everybody’s Been Burned” dei The Byrds. Tutte e tre notevoli rivisitazioni anche se è proprio qui che esce fuori il vero difetto del Ranaldo cantante; una voce (fantastica nella sua unica tonalità) un po’ troppo monocorde. Anche per il confronto, a perdere, con le altre voci. Ma il vero confronto è con la sua chitarra. Dai quali siamo rapiti. Fino alla fine. Fino alla chiudente “Waiting on a Dream“, con la quale Ranaldo ci saluta.

 

Leggerà questo articolo ci chiedevamo poco fa. Beh credo proprio di no. E meglio così, visto quello che gli sto per dire. Come solista non sei male, ma senti Gordon Moore e fate qualcosa di nuovo assieme. Che è meglio.

Gabriele Edoardo Mastroianni 

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