Le zanzare

Ovvero di temporali estivi e del tempo fugace [Racconto Breve]

E poi il cielo si crepò, e il bagliore di un lampo illuminò la stanza. La pioggia incominciò a cadere dapprima lievemente, poi sempre più forte, e dal balcone vidi le persone in strada correre al riparo dentro i portoni dei palazzi. Fu solo quando una goccia mi bagnò la sigaretta che chiusi la finestra del balcone e rientrai in casa. L’orologio affisso al muro in cucina segnava le nove di sera. La città andava spegnendosi. Mi misi le scarpe.

Diceva di avere diciott’anni. Una canottiera leopardata su una minigonna di pelle un po’ troppo corta. Rossetto scarlatto e capelli a caschetto color blu scolorito, una tonalità appena più scura degli occhi. Le offrii una riga di anfetamina nei bagni della Caverna, mentre sul palco si esibiva un gruppo surf punk.
Se vuoi ti succhio il cazzo, mi disse.
Fu mentre si asciugava la bocca con un fazzolettino che mi confessò che era la prima volta che prendeva una droga.

Il temporale estivo cessò in fretta. Camminai per qualche isolato sui marciapiedi insinghiozzati dalla pioggia senza incontrare nessuno. Le notizie affisse alle edicole riportavano notizie di cui non ero al corrente. Passò il tram in quel momento e vi salii. La carrozza cigolante era completamente vuota. Scesi all’altezza del Bar delle Lucciole. Nel parcheggio trovai il Numismatico. Ero sicuro l’avrei trovato lì. Aveva il volto decisamente più scavato rispetto all’ultima volta in cui l’avevo visto.
«Hai sentito?», mi chiese.
«Sì, ho sentito», risposi.

Ero andato a trovarla una volta sola, da quando mi avevano detto che stava male. Il pavimento era sporco, ovunque lastricato di riviste di moda e pezzi di carta stagnola. Di lattine di birra adibite a posacenere e sacchetti di patatine. Lei era seduta sul divano. Portava una maglietta degli Stooges che la copriva fino alla vita. Le gambe nude erano ricoperte di graffi e puntini rossi. Continuava a grattarsi. Sono le zanzare, aveva detto. Sì, le zanzare, avevo risposto, evitando bene di guardarla. I capelli erano sempre color azzurro pallido. A dispetto dello sguardo spento era sempre incantevole.
Se vuoi scopiamo, aveva detto.
Ciao Fata Turchina, abbi cura di te, le avevo risposto.

Il Numismatico si accarezzò il pizzetto. Lo chiamavano così dalla cura che una volta aveva nel contare le monetine in piazza Kennedy per comprarsi le storie. Mi era giunta voce che si fosse ripulito, ma non ebbi voglia di chiederglielo. È morta per un raffreddore, mi disse. La Fata Turchina, la più bella di tutte, aggiunse. Portata via da un raffreddore. Ti ricordi quella volta.., accennó e lo troncai subito. Mi ricordo tutto, gli dissi. Gli strinsi la mano e feci per andarmene.
Carlo, mi urlò dietro.
«Non è che hai una sigaretta?».

Passeggiai lungo il corso del fiume per un tempo imprecisato, conversando con le facciate dei palazzi d’inizio secolo. Non avevo mentito al Numismatico. Mi ricordavo davvero tutto. Di quando misero le recinzioni intorno a Piazza Kennedy e della diaspora dei tossici. Di quando avevano arrestato Luchino e di quando aveva chiuso il Bar Tabacchi all’angolo. Di quando la Fata Turchina si era ammalata di Aids e di come lentamente aveva iniziato a divorarla, e di ogni, ogni, notte d’amore con lei. Trovai un fiorista aperto. Chiesi al pakistano coi baffi un mazzo di rose blu.
«Per sua fidanzata?», sorrise ammiccandomi.
«In un certo senso», gli risposi.
«Vuole un bigliettino, anche?», disse.
«Sì, perché no».
Pochi metri più avanti c’era un ponticello che univa le due sponde. Da lì sopra guardai la luna riflessa nel fiume, e le scagliai contro il mazzo di fiori. Nel biglietto avevo scritto:

“Alla Fata Turchina morta di giovinezza”

di Carlo Massimino

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16 Comments

    • Più lunghi? AHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHH

  • Un “racconto” che non scada nel melodramma dopo due righe? Creare un personaggio invece di continuare a fare il personaggio?
    Insomma, fare qualcosa che non sia quel che fan tutti/e?
    Ah, non hai ancora sostituito la frase di Pazienza dalla tua descrizione,
    caro cazzetto in brodo.

    • Incredibile che una inutile cariatide come te si senta legittimata a commentare qualsiasi cosa. Da quanti anni è che commenti sto sito, sfigato di merda? Non hai un lavoro, un amico, una ragazza? Scrivi il tuo nome vero, al posto di nasconderti dietro uno pseudonimo gonfio d’accidia!, ma credo tu sia troppo vigliacco per fare una cosa cosi banale, figuriamoci scrivere tu qualcosa. Tu, tu al massimo puoi andare a lavorare.

  • Sono stupido analfabeta e uso qualche parola desueta così non se ne accorge nessuno. Cazzo cazzo cazzo, merda merda, scemo sfigato, cazzo cazzo artista artista, tu devi lavorare e lavorare perché altro non puoi fare.
    Cazzo, sono un poeta.

  • Fabrizio, non solo apprezzo la tua sincerità, ma credo tu possegga un certo talento puro e terso per l’espressione lirica.

  • Grazie, capo… ammetto di aver sbaghliato a giudicarti così, sei uno apostto…. cioè, un po’ stronzo, ma si capisce sche sei molto più intelligente di me, cioè, io sono bravo a scrivere rime, mi capisci? ma tu sei appostto, mi sono sbagliato e non volevole dire quelle brutte cose che ho detto, me ne vergogno e che sai, ho un grosso complesso di invidia del pene e mi scaldo facilemnte. Bella lì, ah, se non vuoi andare a lavorare puoi sempre venire in università con noi, sei uno giusto! bella zio!

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