Le Luci Della Centrale Elettrica: “Terra”… e la ricerca di se stessi nel mondo

RECENSIONE

Dal cielo stellato che faceva da sfondo alle storie di “Costellazioni“, Vasco Brondi torna sulla “Terra“, una Terra multietnica, uno scenario quasi post-apocalittico non lontano dai giorni nostri. Questa volta il cantautore ferrarese osserva le cose da vicino e non dall’alto, viaggiando tra le atmosfere industriali a lui molto care, atmosfere che in questo disco cambiano colori, tingendosi di sfumature musicali diverse, di altre culture e tradizioni lontane.
O forse non così tanto lontane.

Il viaggio del signor Brondi parte da “A forma di fulmine“, un invito ad andare avanti sempre e comunque, a proseguire in quel percorso tortuoso che è la nostra vita nonostante le numerose cicatrici impresse sulla nostra pelle e nella nostra mente. Un delicato pezzo folk-rock dal sapore oltreoceano, Bob Dylan che incontra il cantautorato tormentato de Le Luci della Centrale Elettrica. Il Medio Oriente incontra le spiagge dei paesi del NordAfrica affacciati sul Mediterraneo e un pizzico di India in “Qui“, un intreccio dal sapore esotico di ritmi tribali decorato dal canto di Marco Ulcigrai (voce e chitarra de Il Triangolo e collaboratore live dei Ministri), muezzin per un giorno. L’India firma un’alleanza con i Balcani in “Coprifuoco“: la tabla indiana di Federico Dragogna (chitarra dei Ministri e produttore del disco) fa da sottofondo ad una passeggiata in una terra a metà tra due Europe da cui giunge da una grande distanza il richiamo dell’Africa attraverso cori nebulosi e distorti. Si ritorna a casa con “Nel profondo Veneto” che racconta appunto il ritorno nella propria città o paese d’origine dopo un’esperienza in equilibrio tra indipendenza e precariato in un’altra città. Ritmi vivaci, i cori eseguiti da Giorgie D’Eraclea (Giorgieness) ci danno un gioioso bentornato tra sonorità dell’Africa più nera e qualcosa ancora di balcanico. “Terra” prende una piega più malinconica con “Waltz degli scafisti“, malinconica ballata che parla di tempi confusi, di radici ed origini mescolate. Un romantico valzer internazionale, accompagnato dal violino doloroso di Rodrigo D’Erasmo. Un vago flamenco circonda le percussioni e le chitarre scatenate di “Iperconnessi“, riflessione su un mondo parallelo al nostro, virtuale, famelico e molto meno interessante rispetto a quello reale ma spesso non meno crudele. Un Vasco Brondi più tradizionale emerge in “Chakra“, un passionale dialogo tra chitarra e violino, una storia d’amore finita. “Stelle marine” descrive una Nazione, un Paese nuovo e immaginario dove etnie e bagagli culturali sono mischiati, la fotografia di una città-crocevia di vari popoli, come la canzone: un incrocio perfetto di sonorità provenienti dai quattro angoli del pianeta. Il mare, il deserto, la città in un brano solo. Questo viaggio poetico si avvia verso la fine con l’introspettiva “Moscerini“, un pensiero dedicato alla fragilità dei propri sogni e delle proprie vite, e arriva definitivamente alla meta con “Viaggi disorganizzati“, pezzo in bilico tra il nuovo e il vecchio Brondi, pervaso da un insolito ottimismo.

Con l’aiuto di Dragogna e di Enea Bardi alla produzione e di musicisti come D’erasmo e Daniel Plentz (batterista dei Selton), la nostra cara Centrale Elettrica riesce ad illuminare con le sue Luci un territorio musicale ampio e variopinto.
Paesaggi lunari in cui l’urbano incontra una forte natura selvaggia. Un popolo nuovo (quello di oggi, quello di domani), variegato, cosmopolita. Una musica colorata come l’installazione di Ugo Rondinone nel deserto del Nevada che fa da copertina all’album. Una Nazione senza nome abitata da una moltitudine di persone di varie nazioni. Un cantautore, un artista alla ricerca di se stesso nel mondo.
Terra” è l’essenza del periodo storico in cui stiamo vivendo. Di una ricchezza che spesso cerchiamo di allontanare, ma che è parte di noi.
Un lavoro prezioso. Un Vasco Brondi che ci piace molto.

 

Francesca Marini

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