L’arte nell’arte: un palcoscenico per l’esperienza artistica

Dopo il “teatro nel teatro” di Shakespeare, ora abbiamo “l’arte nell’arte.. dove si riflette sui rapporti arte/nuove tecnologie e spazio espositivo/fruitore

Non solo opera d’arte presa in sé stessa, anche l’ambiente in cui viene posta diventa opera d’arte: l’ambiente viene allestito in modo che possa riceverla degnamente. Un testo di un curatore/artista segna le nuove frontiere dell’arte (è giusto dirlo) curatoriale, anch’essa scesa a confronto con le nuove tecnologie.

 

Parliamo di arte. Questa volta però non del rapporto tra arte classica e arte contemporanea, ma dell’arte contemporanea e del suo significato.

Parliamo non di una mostra in particolare, che ci attesta quali sono le nuove prospettive dell’arte, ma di un testo che vuole riflettere sul rapporto esistente fra arte e nuove tecnologie.

Il testo, scritto da Vince Dziekan, è incentrato sul concetto di “virtuale”. Il nostro autore è un curatore e un’artista; tutto’oggi anche un direttore associato presso la Facoltà di Art & Design dell’Università di Monash, in Australia. In particolare il testo è una riflessione su come deve essere allestito uno spazio espositivo e in che modo l’opera esposta deve entrare in rapporto con lo spettatore. Dziekan, per riflettere su rapporto arte-nuove tecnologie, elenca una serie di esperienze passate, una serie di mostre svoltesi negli anni che precedono la pubblicazione del libro, che sono: “The Synthetic Image” (2002), “Small Worlds: a Romance” (2003) e”Remote” (2006).

Per quanto sia straordinaria, particolare, suggestiva, affascinante, l’opera d’arte se non è inserita in un giusto ambiente forse perde parte della sua efficacia.. o no? C’è da interrogarsi, e giustamente, sul lavoro del curatore..

 

Sul palcoscenico editoriale, questo testo non è il primo ad affrontare certi temi connessi alla figura del curatore. Abbiamo già avuto, ad esempio, quello di Joasia Krysa, che si interrogava sulla questione dell’oggetto d’arte e dell’espansione dello spazio espositivo. Dziekan invece si concentra sullo spazio, ma in particolare su come il curatore si debba occupare della sua fruizione da parte dello spettatore dopo la rivoluzione digitale.

Il testo si chiama “Virtuality and the Art of Exhibition” e il “virtuale” del titolo non si riferisce tanto alla virtualità dell’opera d’arte, quindi alla diffusa definizione di arte virtuale, quanto alla «…qualità dell’esperienza estetica nella condizione contemporanea: condizione che è influenzata, in parte, dalla mediazione digitale e dall’identificazione della natura multimediale in forma culturale attraverso la quale la virtualità viene espressa».

 

L’intendo dell’autore, come si capisce da queste parole, è mostrare quali sono i punti fondamentali di cui un curatore di oggi deve tener presente, e in cosa consiste il suo lavoro, che deve essere composto da:

– analisi culturale dei nuovi media;

– analisi della produzione culturale, nel senso di realizzazioni di mostre;

– e analisi dell’estetica virtuale.

Solo tenendo ben fermi questi punti, il curatore sarà in grado di “stare al passo coi tempi” e dar vita a qualcosa che funziona.

Il virtuale diverrebbe sinonimo di un nuovo modo di allestire, unitamente a un tener conto di quelle che sono le nuove pratiche creative, influenzate dalle tecniche digitali e spesse volte interdisciplinari. Secondo l’autore, la relazione, necessaria e che deve essere impostata sulle analisi precedentemente esposte, tra artefatto, spazio espositivo e museo si chiama “exhibition complex“.

 

Ciò che riesce a creare questa interrelazione è la curatorial design, pratica curatoriale che riesce a creare degli spazi espositivi in cui l’esperienza estetica è centrale. Lo stesso design curatoriale diventa creazione quindi, volto a rendere lo spazio espositivo coinvolgente e comunicativo.

La figura del curatore si trasforma: non è più un intellettuale che costruisce una mostra attraverso un percorso critico, ma diventa egli stesso creatore e artista, che guarda operativamente all’opera d’arte e all’esperienza artistica, che vengono incluse in ambiente che presenta una vera e propria architettura, che è fisica e tecnologica, oltre che sociale. Interazione, vissuto, esperienza, dell’autore e dello spettatore, e contatto, tra spettatore e opera, sono tipici di questo ambiente.

 

I concetti più teorici, come i precedenti e quello di museo multimediale, sono espressi nella prima parte del volume. Tutto questo non è aria fritta! Ad ogni concetto è affiancata un’opera esplicativa, magari inserita in un ambiente, che chiarisce l’idea che è stata appena formulata: un esempio può valere più di mille parole. La riflessione prende in considerazione tutto il ventesimo secolo, in particolare le Avanguardie storiche e l’esperienza di Duchamp, che già pensava ad uscire dal binomio opera-oggetto. La seconda parte invece è pratica/creativa.

Roberto Morra

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14 Comments

  • nuove tecniche digitali per nuovi ambienti museali. è certamente arte contemporanea anche se come tutte le cose ci vorrà tempo
    bell'articolo del Morra. 😉

  • ARTE come RELAZIONE

    Premesso che il concetto di Arte ha un’unica fonte , quella di “comunicare l’esprimere”. Naturalmente quell’espressione che è mutata con la crescita temporale dell’uomo creatore, meglio e più modesto dire “costruttore” e di questo mondo cui tutti noi , costruttori e fruitori, apparteniamo. Le derivazioni delle nostre prime tracce, volte all’imprimere graffi, macchie, tatuaggi scene della vita ancestrale, si sono modificate (ma mai perdute e rivisitate), col crescere della penetrazione del nostro labirinto culturale il quale è divenuto fattore esponenziale del primario istinto. Si è così conseguentemente passati dalle contaminazioni sacrali trecentesche e cinquecentesche, a quelle vedutiste del 700, fulcrando molteplici aspetti e il cuore visivo con le varie evoluzioni delle tecniche e dei supporti. Tutti sappiamo che l’Arte ha avuto la prerogativa di pura immagine complice del sentimento, fino al secolo scorso, quando l’accelerazione culturale fuori e dentro l’uomo, ha schiuso ventagli su quella nuova geografia concettuale e simbolica (pur viva anche nel passato) che ha portato l’esploro e il rinnovamento mappale all’esplosione incontrollata della nostra caratteristica peculiare, perchè solo umana, “l’immaginazione”. L’uomo ha riscritto lo spartito espressivo e quindi il diverso modo di leggerlo ed interpretarlo. Il perimetro classico, prima sua unica finestra, si è trasformato in rettangolo del “volo”. Gesti, volumi, strappi, rumori e canzoni, dinamiche corali o stonate, accordive o provocative e tant’altro, hanno assunto valenza preponderante, intendendo con questo , il concetto di significanza oltre il primo vedere, ramificato in quella miriade di sentieri possibili per attraversare la selva. Senza allungarmi per non ripetere “il conosciuto”, giunti all’odierna soglia, l’Arte, già passata dal rapporto oggetto-ambiente con l’ormai non più recentissimo mondo virtuale è ora una più ampia relazione, dove il pensiero, il corpo, il luogo sono integrati dal suono interiore ed esterno in quella velocità totalizzante in continua metamorfosi del nostro diverso percepire e concepire. Ritornando sul concetto di “volo” ed “immaginazione”, il nostro cielo numeratore è esploso generando innumeri orizzonti. Concludendo, direi che l’Arte è certo emozione ed anche filosofia, scienza restando pur sempre “pensiero” per la sorgenza dell’idea senza briglie in quella poetica che associo anche all’espressione Letteraria, scrivendo che: La Filosofia spiega-La scienza capisce-La religione spera-La Poesia VOLA.

    Riccardo Melotti 20/4/2013

    • grazie Riccardo. splendida analisi su tema. grazie a persone come voi (e includo anche Uki & Roberto Morra), l'ate contemporanea (spesso davvero capita solo a posteriori) è più sincrona e meno astrusa… anche per noi semplici appassionati e fruitori, immersi nello stesso ambiente…esperenziale.
      😉

  • LUCE, OMBRA-PRESENZA, ASSENZA

    Forse, perchè temo il buio, questo continuo cercare palmi di luce, sulla stele immaginaria d’antica meridiana che raccoglie ogni parola nuova del medesimo sole. Forse perchè ho incontrato e varcato la soglia della luce bianca in quel sogno ancora scolpito, vivo, come eterna incalcolabile presenza profetica d’un possibile annuncio, nell’incognita di quel messaggio geroglifico interpretabile col dubbio d’un fitto intreccio. Le trame si diramano per invadere le ombre che non combattono ma sempre aspettano con quello scudo mai, interiormente franto. Il gioco è del senso del silenzio, abituato a vestire per dipingere il colore, sorto, cresciuto, inutilmente afferrato, inesorabilmente caduto in quel buio, per essere sigillo. So che lo strappo esiste in ogni autunno e resta gelo, nudo, sciolto dalla brace accesa dalla fede e dalla voglia disperata di credere per essere ancora, oltre il limite. Il muro è confine con zoccolo umido di fango ed erba felice di freschezza inviolata dal raggio che bacia la sella d’un dolce ricamo di collina beata in quella curva che scende alla pianura, dove sempre scorgo l’orizzonte, tra nebbie o limpida retta di lontana meta. Amo la spira della conchiglia, la considero intimo abbraccio, di perfetta tepora tangenza. E adoro la pietra, fra le pietre, solitaria orma della mia stessa dimora. Amo l’azzurro e il drappo della nuvola, la finestra come bocca dell’angolo del mio diario, nel codice che mi legge ma non conosco. Alla vita basta vivere soltanto del nulla che il tutto moltiplica. La mia felicità è poi sempre domanda della foglia vergine poi vizza trappola di siepe che divide, quanto protegge. So che morirò, penso che morirò e se sarà dolore, sarà assenza senza speranza. La vittoria delle piccole cose alle quali per conforto forse, do cuore. Dipingo, scrivo, scolpisco per tentare, coltivando l’apprendere, l’unico a donarmi l’attimo d’un sorriso che basta allo stupore sempre nuovo. Anch’io vivo la sicura abitudine, come incosciente respiro. A volte per quel niente piango di quel dolo che sale armato dal fondo. E mi rasserena solo quel Dio buono, crocifisso dal quel suo generato imperfetto. Tolgo sempre, mai aggiungo e perdo anche quando vinco, sgretolato di certezze. Sempre, sempre mi domando. Da sempre amo il cielo che dipingo, la sua altezza che mai raggiungo. Tutto è così immenso, indecifrabile, come il dubbio che passa e trovo accanto. Illuso di comprendere e di spiegarmi la luce del giorno, acceso nella candela della preghiera in salita, lasciando consumo di cera. Nè forza, nè intelligenza. Nessun potere, se non al divino, alla bellezza, al canto assoluto, intimo solo d’eco perduto. Piccolo, troppo piccolo, sperando di risorgere, m’arrendo.

    Riccardo Melotti 15/5/2013

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