L’arte del racconto

Una grande storia narrata con poco inchiostro

Mi innamorai dell’arte del racconto quando capitò, quasi per inciampo, di avere tra le mani un volume di Maupassant. Si trattava di un’edizione della Fabbri rilegata in copertina rigida. Non vi erano prefazioni né postfazioni, ma solo un indice tripartito che riepilogava la struttura della raccolta: “racconti bianchi”, “racconti neri”, “racconti della pazzia”. Era un volume asciutto e questo rese la lettura più misteriosa, dopo l’ultima frase galleggiò nell’aria una convinzione: scrivere racconti è un’arte complessa che richiede doti certamente non comuni.
La nostra navigazione nel genere del racconto comincia da un francese del XIX secolo. La letteratura è un atto artistico che concretizza la finzione e il sogno, così il racconto è nato il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, diceva di esserne inseguito e invece non c’erano lupi dietro di lui. Non ha importanza che il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato poi divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande fandonia c’è un magico intermediario: il prisma del racconto. La splendida metafora poc’anzi citata è di Vladimir Nabokov, una folgorante immagine definitoria che fissa la concentrazione dei lettori. I buoni racconti sono quelli che si connettono meglio al lettore, che ghermiscono l’attenzione di chi legge e aprono gli occhi della mente attraverso quelli del corpo. La relativa brevità impegna gli scrittori in descrizioni icastiche, in una forma convincente ed incisiva.

Guy de Maupassant è stato un grande maestro del genere poiché sapeva concentrare nei primi capoversi i panorami, i personaggi e trame subito chiare. Senza troppi svolazzi il lettore si ritrova immerso nella storia. «…Ma quel viso, quel corpo non riappariranno più sulla terra… l’amavo non solo di un amore sensuale, non solo di una semplice tenerezza di anima e di cuore, ma di un amore assoluto, completo, di una passione travolgente… portava in sé qualcosa del mio spirito».

Dalla Francia alla Russia ed ecco che incontriamo un medico scrittore, Anton Cechov. Le atmosfere, le temperature dei luoghi e il colore sono peculiarità somme del russo, la bellezza oscura dei suoi racconti resta impressa nella memoria come un marchio, così come lo stile asciutto e tesistico. Fu un caposcuola, dal terreno fertile del suo stile nacquero capolavori assoluti; viaggiare nel sentimento e nelle emotività della Russia di mezzo ottocento con l’occhio disilluso di chi conosce gli uomini. Quando scrisse “Il Reparto N. 6” con la sua grande capacità descrittiva, portò tutti i lettori all’interno di quel cortile d’ospedale dove si dipanano i destini di una umanità dimenticata. Il guardiano Nikita, austero soldato con la pipa tra i denti e sopracciglia da cane da pastore della steppa, è lì ad attendere il lettore di turno dalla fine dell’Ottocento. Pronto – come un cerbero ammansito sulle soglie di un inferno terreno – ad aprire i chiavistelli del padiglione.

Prendo in prestito la cartina dell’Europa e dalla Russia scendiamo a Praga, nell’estate del 1883 nasce un uomo che segnerà la storia della letteratura europea, Franz Kafka. Questo scrittore “dilettante” di cultura tedesca compose favole visionarie e fantastiche con uno stile sinistro. La sua opera presa per intero è una splendida rappresentazione simbolica della problematica esistenza dell’uomo, incessantemente confuso in una realtà che delude le sue aspirazioni, che dispone di lui suo malgrado, lasciandolo come una cosa dimenticata senza certezze. Fu principalmente un autore di racconti, anche se si è soliti identificarlo con i tre romanzi: “America“, “Il processo” e “Il castello“. Tra i racconti si innalza “La metamorfosi“. Quando ci imbattiamo nell’opera di Kafka immediatamente ci appaiono un mondo, un’atmosfera densa e inestricabile, un clima intimidatorio che è proprio delle sue cattedrali narrative. Personalmente quando penso a Kafka mi torna in mente “La cathédrale engloutie”, La cattedrale sommersa del compositore francese Debussy per pianoforte solo. Laddove ogni parola è un suono capace di aprire scorci negli angoli più ascosi della nostra realtà interiore. Timore, smarrimento e panico in Kafka, ma anche ironia e disincanto in relazione alla condizione umana. Ne “La metamorfosi” la fantasia e il surrealismo spiegano la realtà, la metafora entomologica parla di adattamento a condizioni di vita nuove anche se orribili, la mutazione di Gregor Samsa da uomo a scarafaggio. Intelligenza come capacità di adattamento e nel corso del racconto il protagonista si abitua a poco a poco a servirsi delle sue nuove appendici: i piedi innumerevoli e le antenne. «Un mattino, al risveglio da sonni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto…».

Ora lasciamo il vecchio continente, attraversiamo l’Atlantico e sediamoci accanto a Jorge Louis Borges, scrittore argentino tra i più grandi in lingua spagnola. Nasce a Buenos Aires nel 1899 e il vertice della sua letteratura spetta ai racconti, di cui fu maestro inarrivabile. “Finzioni” è una raccolta di otto racconti, opera che reca tutti i segni distintivi della letteratura borgesiana. Il nucleo da cui si dipartono le idee è la commozione, il miracolo di scorgere le stratificazioni del reale, un occhio capace di sfogliare l’esistente facendone emergere l’insita bellezza: «C’è un’ora della sera in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto; non lo dicono mai però, o forse lo dicono all’infinito e non lo intendiamo o lo intendiamo, ma è intraducibile come una musica…», scrive in un suo racconto. Sono allusive metafore di archetipi, sogni di sogni, memorie di memorie, la meraviglia del pensiero. Agiscono, questi racconti, solo nel momento in cui vengono letti, quasi esemplificando la indispensabilità del lettore perché si produca, di volta in volta, il fatto estetico parzialmente proposto dall’autore. La pagina di Borges si riceve come una esperienza sempre inconclusa e inesaurita perché ripetibile ex novo. Ogni pagina accade per la prima volta ad ogni rilettura, scritta per la scoperta, l’oblio e la riscoperta. Non esiste il tedio del già visto, solo panorami nuovi e assistiamo alla dilatazione del valore semantico di ogni parola: «…La sera era intima, infinita. Il sentiero scendeva e si biforcava, tra i campi già confusi. Una musica acuta e come sillabica s’avvicinava e s’allontanava nel va e vieni del vento, appannata di foglie e di distanza. Pensai che un uomo può esser nemico di altri uomini, di altri momenti di altri uomini, ma non di un paese: non di lucciole, di parole, di giardini, di corsi d’acqua, di tramonti» – Il giardino dei sentieri che si biforcano.

L’ultima tappa del nostro viaggio ci porta in America del nord a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago. Lì, sempre nel 1899, nasce il premio nobel Ernest Hemingway. Il giornalismo fu la sua professione ma la vocazione è quella del grande narratore. Con Hemingway la forma racconto compie un passo in avanti. “I quarantanove racconti” sono stati considerati fin dal loro apparire una delle opere fondamentali del grande scrittore americano, forse il punto più alto e rappresentativo della sua tecnica narrativa. La semplicità terminologica, lo stile scarno e privo di fronzoli unito ad una grande espressività lo hanno collocato nell’empireo degli artisti della penna. La letteratura cammina accanto agli accadimenti storici, anzi è la storia talvolta a farsi letteratura, il romanzo “Per chi suona la campana” ne è l’esempio palmare. Anche se non sempre apprezzato dalle caste culturali ci sono alcuni racconti che tutti dovrebbero leggere: “Le nevi del Kilimangiaro“, “La breve vita felice di Francis Macomber” e “Colline come elefanti bianchi” spiccano per la perfetta architettura.

 

Giuseppe Cetorelli

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