L’anno del mais

Un breve racconto da un diario esistenziale...

Gabriele usciva ogni pomeriggio e tornava ogni mattina, all’alba o più tardi, e quando tornava era un’apparizione e aveva un odore diverso. Anche se predominava l’odore della farina, di bianco. Quando tornava aveva sempre con sé l’ultima pagnottina appena sfornata.
Io non l’ho mai accompagnato a lavoro e non sono mai andata a trovarlo al forno –lui, era sempre andato ovunque da solo– e ripeteva: «Va tutto bene», anche quando nessuno gli aveva chiesto: «Come vanno le cose?».
Ma era rassicurante sentirlo così, dava un significato diverso ai silenzi e a certe parole che avevo intuito. Non avevo ancora vent’anni, io uscivo quasi tutte le sere per andare ai concerti, al pub del paese, a Roma. Vedi, la fortuna di abitare vicino la capitale? E la libertà che avevo mi faceva girare la testa: non sapevo come riempire quei vuoti che non conoscevo, e capivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato, che certi orari e certi momenti non erano fatti per me, non ancora. Questa libertà mi permetteva di andare anche ai suoi, di concerti. E l’ultimo concerto lo saltai, dovevo fare delle fotografie di scena per un teatro, a due passi dal suo concerto. Era gennaio, faceva freddo, le strade erano ghiacciate e i miei non volevano facessi tardi in giro con la macchina da sola. Non passai al locale. Quella sera non ero riuscita a salutarlo, quando se n’era andato per l’ultima volta; ho pensato che ci sarebbe stata un’altra occasione e, per un po’, ho fatto finta di niente, ho aspettato.
Un giorno che ero più triste degli altri ho chiesto alla mia mamma: «Ma quando ritorna?». E lei mi ha risposto: «L’anno del mais». Si è voltata e ha nascosto il viso dietro alle mani come in quel gioco, cucù? Ma non le ha più aperte. Ho cercato sul dizionario e nell’enciclopedia.
Il mais è: pianta erbacea della famiglia graminacee.
Il mais è: specie monoica con i fiori maschili riuniti in una infiorescenza terminale a pannocchia.
Ogni parola ne conteneva almeno un’altra che non conoscevo, e allora ho telefonato a Chiara, le ho chiesto di accompagnarmi al supermarket; volevo vedere il mais da vicino ma non gliel’ho confessato, balbettavo cercando una spiegazione e lei, ridendo, mi ha detto: «Va bene». Quando ci siamo incontrate mi ha sfiorato la schiena come se avessi qualcosa, mi ha pizzicata tra una scapola e l’altra e mi ha chiesto: «Ti sei innamorata di tusaichi?». E io non capivo che cosa e chi, ho risposto: «Eh», che vuole dire no oppure sì o non so o non sono sicura.
Tra gli scaffali ho cercato e trovato una scatoletta cilindrica, mentre Chiara ha preso una confezione di pannolini da donna, mi ha spinto il gomito contro e mi ha detto: «Non vergognarti, non c’era bisogno di comperare altro. Che cosa hai preso?», mi ha dunque chiesto.. «Del mais?». Ho annuito e sorriso come se avessi avuto un segreto al quale non davo importanza anche se mi brillavano gli occhi.
Di notte, ho aperto il barattolo e i chicchi erano gialli, dolci e croccanti. Li ho mangiati uno alla volta e ho domandato: «È questo il giorno di quell’anno che aspetto?».
Fotografavo le ombre e tutte sembravano Gabriele, lo trovavo anche nelle note passate per radio e nel cinguettio degli ultimi uccelli. «Sei tu?». Nessuno ha risposto, solo la notte è venuta a trovarmi e mi ha addormentata.
L’anno del mais. Pensavo: «Il mais, dove cresce?». Il mais cresce in campagna, in pianura.
Doveva trattarsi di una di quelle sagre alle quali suonavi d’estate. Il giorno dell’anno del mais che ci saremmo rivisti, ci sarebbero stati lunghi tavoli e panche, tovaglie cerate a quadretti, bicchieri di plastica, uomini e donne in grembiule a rosolare pannocchie, bistecche e salsicce; altri avrebbero venduto zucchero a velo e tuo fratello me l’avrebbe comprato. Da tradizione. E da tradizione ce lo saremmo mangiato tutto e ci saremmo presi le mani e avremmo camminato così.. Mano nella mano, appiccicosa di zucchero. Il giorno dell’anno del mais doveva essere per forza a primavera, l’ultima domenica di aprile, magari al mio compleanno –poi te saresti arrivato, ti avrei salutato staccando la mia mano da quella di tuo fratello per darmi lo slancio e saltare e correrti incontro, ma tu mi avresti fermata con un sorriso, mi avresti aspettata.
Ne ho parlato con Chiara un pomeriggio che fuori pioveva e non c’era niente alla televisione né la connessione internet. Sua madre ci ha portato dei biscotti a testa e poi è uscita dicendo: «Fate le brave».
«Certo che sei proprio noiosa», mi ha detto spingendomi via. Io ho alzato le spalle e le ho detto: «È come se fossi piena di paura e mi fa pure male la pancia o lo stomaco, non li distinguo mai… Potresti pensare a qualcosa anche tu». Allora ha deciso: «Se io ti racconto un segreto e tu mi racconti un segreto restiamo amiche per sempre».
«Va bene, comincia»; «No, prima tu»; «L’idea è stata mia e io decido», ha detto, fissandomi dritta senza abbassare lo sguardo.
Allora le ho parlato di Gabriele e del poco che mi ricordavo del giorno in cui non era tornato –non era nemmeno un vero ricordo, l’avevo ricostruito prendendo pezzi di altre giornate e mettendoli insieme; nessuno mi aveva avvertita: «Stai attenta, oggi non è come ieri e domani sarà ancora diverso», non ci avevo prestato attenzione. Le ho detto anche questo, alla fine, voleva la verità e i miei segreti, e io la sua amicizia per sempre.. che credo fosse almeno fino alla fine del liceo.
Poi mi ha chiesto: «Ma torna,Gabriele?». Le ho ripetuto le stesse parole che aveva detto mia madre: «L’anno del mais».
Mi sento che si sta avvicinando, le ho detto, lei ha alzato gli occhi e ha cominciato a gridare, ad insultarmi.
Mi ha detto: «Ti voglio bene o Ti odio o entrambe le cose».. e io non ho nemmeno sentito –ero già in bagno cercando allo specchio indizi del fatto che, avevo capito, l’ “anno del mai” non sarebbe arrivato.

di Sofia Bucci

Foto: Sofia Bucci

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  • Continuare a scorrere. A correre.

    “C’è qualcosa che non va in me.[…] A me importa solo l’io segreto. Cerco soltanto il sogno e l’isolamento. Ho paura che ognuno parta, vada via, che l’amore muoia in un istante. Guardo la gente che cammina per la strada, che cammina e nient’altro, ed è questo che sento: camminano, ma vengono anche trascinati via. Sono parte di una corrente. […]” “Tu stai immobile e misuri il tempo con la tua immobilità, e per questo gli altri sembrano correre troppo presto verso la fine. Se vivessi e corressi con loro, cesseresti d’essere conscia di questa morte che in realtà è in te […] Non è il vivere troppo in fretta e il lasciarsi andare che porta verso la morte, ma il NON muoversi. Allora tutto si deteriora. Quando parti di te muoiono, non sono che foglie che cadono. Ma quello che in te rifiuta di vivere degenererà in cellule per cui non scorre il sangue. E il sangue deve scorrere. Quando vivi, cerchi di divenire; è quando ti fermi che diventi consapevole della morte ”

    “La Voce”,Anais Nin

  • È questo per me il primo passo e sasso con un linguaggio differente a quello fotografico, a me naturale. Grazie a tutti, fondamentalmente non si è smesso mai di scorrere e di correre. Col sangue che pulsava forte nelle vene e col cuore che batteva o cessava di battere per qualche istante. L’importante è non perdere mai il passo e continuare sempre. Alcune cose non appassiranno mai neanche col tempo che passa, ma è bello scoprire che quella “voce” e quella luce che illumina il buio, c’è. Basta solo saper accogliere, senza spegnere nulla col buio.
    “La gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare” [Niccolò Fabi]

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