L’amore, il doppio e la logica del tradimento

Amori, tradimenti, ambiguità e ambivalenze… o del viver sano tra sentimenti insani

La logica mi porta a immaginare i rapporti d’amore come fossero tatuaggi. Le scelte fatte e le decisioni prese dovrebbero essere linee nere impossibili da cancellare o sfumare verso il contrario. I colori dovrebbero essere sempre vividi e brillanti come appena fatti, perché curati bene. Le cicatrici dovrebbero rimarginarsi nel modo più blando e delicato possibile. E soprattutto… non appena fatto uno, inutile e deleterio tentare di cancellarlo. Ci si guarda allo specchio, si fa un sorriso malinconico e comprensivo e si volta pagina. Se non funziona più, se non ci piace più, si copre con uno più grande e un altro più grande ancora, e ancora e ancora, a celebrare una storia, un progetto, un programma più evoluto e sano del precedente. Le continue correzioni sanno di rancido, i tentativi di aggiustare pezzi di puzzle esplosi sono ridicoli, voltarsi a degustare rimpianti eterni è cosa da idioti. Avanti! A mo’ di moda futurista, senza mai tornare indietro. «Quel che si fa per amore -afferma Nietzsche- è sempre al di là del bene e del male», e io di Nietzsche, cari miei, ne so parecchio. Ma sull’amore, ahimè, ho delle lacune a dir poco imbarazzanti. Di contro, Oscar Wilde gli risponde: «Eppure ogni uomo uccide le cose che ama: qualcuno lo fa con uno sguardo amaro, qualcuno con una parola adulatrice, il vile lo fa con un bacio, il prode con una spada…», e se ogni uomo uccide ciò che ama, Fassbinder tira le sue conclusioni e ribatte che: «L’amore è un covo di assassini». E c’ha pure ragione a ’sto punto. Boia de’, l’è un massacro? Si. E allora non conviene star da soli? Si. E qui potrebbe concludersi codesta breve dissertazione amorosa. Ma il mio amico Lacan la sa lunga e ci dice che: «Il vero amore sfocia nell’odio». Alè! Dunque stiamo a posto e si va a letto tranquilli.

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L’amore: mah! L’assoluta necessità dell’amore. L’amore come aspetto della vita totalizzante (e paralizzante, spesso). Amore universale, amore divino, amore sessuale, amore materno, amore romantico, amore di sé, amore filiale, amore platonico, o ancora affetto, amicizia, compassione, devozione, e quante altre accezioni del sentimento. Tante quante sono le declinazioni del suo alter ego, l’odio, e del suo fratello di sangue, il tradimento. L’amore, la monogamia, il tradimento: stesso magma, stessa radice. L’ambivalenza e l’ambiguità. Ferite gravi per l’uomo che oserei mettere al pari delle sue tre grandi mortificazioni:
1) la terra non è al centro dell’universo;
2) l’uomo è un animale senza Dio;
3) l’uomo non ha un Io unitario e non controlla la sua psiche.
Risultato? Siamo animali soli, incoscienti, frammentari (e traditori), in balia del caso e dell’assenza di logica. Ottimo… c’è bellino in questa vita, no? C’è parecchio bellino, sì!

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Per ambivalenza si intende la compresenza di emozioni sia positive che negative nei confronti di uno stesso oggetto, di una stessa persona o di una stessa idea, ma anche lo stato di chi presenta pensieri e azioni che si contraddicono a vicenda, come nel caso di sentimenti di amore-odio per qualcuno o qualcosa. Beh… anche se spesso ho vissuto conflitti, sentimenti e relazioni ambivalenti, questo primo elemento di termini composti col valore di “due” o di “doppio” proprio non mi piace. Odio l’ambivalenza, l’ambiguità, gli ambigenere, e perfino gli ambidestri, gli ambiziosi e gli ambi secchi sulla ruota di Napoli. Odio tutto ciò che è doppio e mi puzza di ingannevole: il simbolo della bilancia, le due facce della medaglia, i gemelli, le maniche delle maglie, la farina doppio zero, le doppie nelle parole, il doppiopetto, mani-piedi-tette-gambe-braccia-occhi-orecchie e chiappe, i cuscini nel letto, i braccioli delle poltrone e ancor di più quelli infami da mare, i due punti, le gobbe del cammello o del dromedario (che da quanto son bugiarde e ingannevoli non si capisce mai, appunto, se son del cammello o del dromedario), la doppia imposizione, la doppia spunta blu su whatsapp, le doppie personalità, le doppie vite, i Ringo e i Baiocchi, quei fottutissimi bastardi ripieni. Odio l’Io, che è sempre doppio, e odio la coppia, che è il doppio per eccellenza. E la vita pure, che purtroppo è doppia e ambivalente anch’essa, perché quando meno te lo aspetti, ti frega con la morte, maledetta stronza.

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Odio tutti questi doppi, perché alla fine non sono così cinica come mi disegnano e in fondo vorrei credere nell’unicità, vorrei credere che siamo tutti essere unici e incredibili e che tutti gli amori che viviamo siano unici e incredibili. E ancor di più mi piace credere nella monogamia, altra parolona da romanzo “Harmony”. Puttanaccia Eva (E maiuscola) non ci ho mai creduto, non l’ho mai strategicamente voluta, eppure stavolta voglio dire che no, che la monogamia esiste. Voglio che esista. Deve esistere, in qualche remoto angolo dell’universo sentimentale. Forse in Islanda che fa freddo e fa du’ palle cercare altri partner, oppure a Navacchio, perché lì ci trovi tutto, forse anche la monogamia. Sopportare sempre la verità nuda e affrontare con calma serena tutte le circostanze: questo è il massimo della sovranità. Io allora sono un servo della gleba. Della glebissima. Terrorizzata dalla verità e dall’assenza di verità. Dall’ambivalenza e dall’ambiguità. Dalle relazioni ambigue e dalle fantasie ipotizzabili che ne derivano. Dall’altro e dal tradimento dell’altro e con l’altro. Eppure, lo ammetto: ho tradito. Uh! se ho tradito. Ho tradito e tradito tanto. E sono stata tradita e ho ripagato con la stessa moneta (doppia bastarda anche la moneta). E dirò pure che ho tradito sempre senza eccessivi sensi di colpa, altrimenti, scusate, ma non avrei tradito. Sono donna d’onore: se faccio del bene, lo faccio a testa alta, e se faccio del male, lo faccio a testa alta. Indistintamente, guardando sempre dritto negli occhi e dicendo sempre la verità. Anche se alla fine. Tradito, tradire, tradita, tradimento… esorcismi linguistici. E allora che stai a di’ se l’hai fatto pure te? Eh, sto a di’ che spesso anche l’assassino ha paura della morte, e che anzi, essendone terrorizzato, spesso uccide per esorcizzarla. Hai capito, si? Fai la prima mossa e sarai salvato… non diceva così uno dei Dieci Comandamenti? Mi pare di si, e io, cristiana devota, l’ho sempre seguito.

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Che cosa non sono le relazioni… e che cosa sono? Un covo di assassini, ha ragione Fassbinder. Eppure il mio sogno dell’unicità non dev’essere tanto sbagliato, perché si cambia. Sì, nella vita si cambia, lo dice anche la Mannoia che si cambia per non morire, e io, della Mannoia mi fido, perché mi pare una in gamba. Non credete a chi dice che non si cambia, o a quella minchiata che “il lupo perde il pelo, ma non il vizio” (che comunque depilati si è già più carini) o “altezza mezza bellezza” (che ci sono degli alti in giro che non hanno mai visto un pelo di fica) o che, appunto, “tira più un pelo di fica che un carro di buoi” (perché con la depilazione totale, ragazza… hai dieci marce in più) e qui il cerchio si chiude sempre con la massima che è consigliabile depilarsi, essere di media statura e comprarsi un trattore. Quindi si cambia, e in ogni relazione siamo sempre diversi, poiché la percezione e l’esperienza che una persona ha di me, attraverso le dinamiche e le interazioni che accadono tra noi due, sono necessariamente e favolosamente diverse da quelle tra me e un’altra persona. Ciò vi e mi conferma che se una persona ha tradito un partner non significa che ne tradisca un altro (ma forse lo stesso che ha già tradito una volta sì, perché come non ci sono più le mezze stagioni, così non c’è due senza tre e tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino). Io comunque non mi baso su test di laboratorio, ma su me stessa. A volte ho creduto nella monogamia e sono stata fedele come una suora a Padre Pio, altre ho sbandierato comportamenti sessantottini e liberali pur essendo in coppia, altre ancora ho tradito in modo subdolo, ma ogni volta sono cambiata, ogni volta attraverso ogni nuova persona incontrata ho mostrato un’altra me, e tutte le volte ero me stessa. Ora, ammetto che qui dentro siamo in tante, ma lascia fa’… questo alla fine non conta: conta il fatto che forse siamo davvero esseri unici e per questo tutti uguali nella nostra unicità. Che voleva essere una cosa da finale figo, ma detta così mi pare non lo sia… o forse ci si deve accontentare. Majala… accontentati te!

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E altra cosa ambigua è che a tutti gli amanti, ai nuovi e ai vecchi, ahimè, diremo sempre le stesse parole. Quelle belle e quelle brutte. Perché non ne possiamo inventare di nuove. Magari avremo per ognuno di loro uno sguardo diverso, forse anche un sentimento diverso, perché il ventaglio delle emozioni è davvero tanto vario, ma la parola no, la parola si esaurisce e allora un banale “amore mio” o uno scontato “ti amo” varranno per me, per te, per lei e per lui allo stesso modo. Le sfumature saranno in-visibili solo tra le pieghe lisce dello stomaco, tra i ventricoli del cuore, tra le sinapsi di quei neuroni usurati dall’elettricità. Basta farci l’abitudine e riciclare in modo sensato i sentimenti. Se la comunicazione non esiste (e la comunicazione ‘non’ esiste), il linguaggio ci rende essere umani, ma non aderisce che in minima parte alle emozioni, ai sentimenti, ai pensieri dell’uomo. Il linguaggio è mancante per definizione. E dunque parlo di riciclo. Il riciclo inteso come recupero di sentimenti passati e ricreati a nuova vita, nel migliore dei casi. E in un caso ancora migliore esiste il riproporsi, in maniera nuova, degli stessi profumi… e dunque delle stesse parole, probabilmente. Per quanto mi riguarda, è il quotidiano “ciao cara, ti amo” che sento come ambiguo, castrante, riduttivo e senza senso. Soprattutto se riproposto per ogni persona. Non sarebbe meglio evitare la parola, per godere meglio del sentimento nuovo che si prova ogni volta, per ogni persona diversa? Perché se la comunicazione e il linguaggio non arrivano a descrivere le più piccole sfumature di uno sguardo, io allora preferisco il silenzio. Ambiguo, anche quello.

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Ma comunque si cambia, credetemi. E ci si adatta. Con l’età, spesso, che ci fa diventare sempre più dubitativi e pieni di risorse. Io non lo accetto di buon grado e forse non lo accetterò mai, ma forse si deve stare nell’ansia della perdita della persona amata, così come nel dubbio del tradimento o della falsità. Forse serve starci dentro per non mollare mai il colpo, la presa o quant’altro. Forse il dubbio, l’ansia e il rischio sono stati creati per far sì che si debba stare sempre allerta, ben vestiti, ben truccati e intellettualmente accessoriati affinché l’altro ti guardi sempre con lo sguardo del primo giorno. Forse è vero che non si possono avere certezze nella vita, proprio come dice mio padre, e che non si hanno garanzie o possibili rimborsi se il prodotto è fallato. Forse bisogna provalo, usarlo, viverlo… e se poi si rompe? So’ cazzi amari e li avrai presi tutti in quel posto unico e solitario che sta tra le due chiappe doppie e ambivalenti come l’amore che hai vissuto. Lubrificanti ne hai? Ecco, fanne scorte atroci, perché mi pare siano l’unico rimedio all’assenza di garanzie. E allora che fare? O giochi o rinunci. O rischi o fuggi. E senza rete di salvataggio. Io sono sempre stata una splendida fuggitiva, un’amazzone in fuga con i capelli al vento e il cavallo pronto allo scatto. E Dio mi fulmini se ho mai usato lubrificanti… ’Tacci mia! Ma una volta nella vita ci si dovrà fermare e provare, no? Anche no. Però poi non lamentarti che non finisci mai il barattolo e te ne vai sul più bello, perché se da una parte è facile, dall’altra non ti godi mai il frutto maturo, il fiore sbocciato, la crema nel mezzo. E ora, anche se non sai più se parli di Nutella, di ortofrutta o di merende farcite, capisci bene che la vita si nutre di rischio e interrogativi, ansia e spasmi, lacrime e risate e che la sicurezza che così spasmodicamente cerchi, forse, è sintomo di immobilità, che è sinonimo di morte. E allora corri, ma non fuggire (che fa tanto fine di film con Margherita Buy) e vivi nel dubbio, ma non nel doppio, cercando di accettare anche l’imperfezione nel tuo discorso amoroso. Perché forse ciò che ognuno di noi desidera, in fondo, è sempre la solita, banalissima cosa: che qualcuno, alla fine, si prenda cura di noi. Che qualcuno riesca a prendersi cura di noi. Che ci accolga in un abbraccio, che ci stringa in mille parole, dandoci una spalla sulla quale piangere, ridere e cadere addormentati. Nonostante tutto. Nonostante noi e quel buco nero, complesso e ambivalente che siamo. “Così è la vita. Cadere sette volte e rialzarsi otto”, unico, sano e valevole principio delle bambole Daruma. E le bambole Daruma, voi mi insegnate, la sanno più lunga della Mannoia, di Nietzsche e di Lacan.

Romina Bicicchi

 

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14 Comments

    • E’ bellissimo —— x quanto sostenitrce del PLURIMO l’ho letta col ritmo di una cascata OMOGENEIZZANTE——–è trascinante, divertente, appassionante, dissacrante e fragile come la ragnatela della ragna che si fa cibo per i suoi figli—-MA …la MANNOIA LA SA PIU’ LUNGA.

  • È quando si dice “voglio che esista”…. come fa Bicicchi riguardo la monogamia… che la cosa può diventare realtà
    Questioni di scelte morali?

    • Uki ti risponderebbe che sono stronzate! 😉 La storia insegna che la morale cambia di epoca in epoca ed è trasmessa dai trends elitari e socio-culturali che ne fanno uso e consumo….la morale come l’etica,semmai, sono discorsi difficili da accordare ai veri sentimenti umani,altrimenti l’amore sarebbe cosa facile 😉

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