L’ambivalenza del colore

Pepe Tattoo Portraits > Una mostra di acquarelli/tatuaggi come “atto sociale primitivo”, che narra la storia del tatuaggio e dei suoi corpi in cambiamento

Dal tatuaggio all’acquerello e dall’acquerello al tatuaggio. Due tecniche del colore diverse, l’una solida, compatta, definita da contorni e linee studiate che non lasciano spazio a mezze tinte; l’altra fragile, diluita, nutrita da sfumature, dal gesto improvviso, fugace eppure calibrato. La spontaneità è tutto nell’acquerello, non può esserlo nel tatuaggio. Fresco, luminoso, leggero l’acquerello vive in punta di piedi ed è tanto più pregevole, quanto più sono intatte le colature di tinta e meno carichi i colori. Una caratteristica unisce le due arti: la non reversibilità del gesto. Se nel tatuaggio le imprecisioni non possono essere semplicemente corrette, nell’acquerello la trasparenza del colore non perdona. L’esecuzione deve nascere da una tecnica raffinata, dall’esperienza del colore, poiché gli errori di esecuzione difficilmente possono essere migliorati con la sovrapposizione tono su tono: il colore trasparente non nasconde la stesura sottostante, l’acquerello non costruisce a strati e l’errore, proprio come nel tatuaggio, diventa vergognosamente palese.

Entrambe le arti sono state adottate presso molte culture antiche e contemporanee, diventando tradizioni artistiche che attraversano la storia del genere umano. Dalle pareti rupestri all’Antica Roma, dall’Estremo Oriente al Medioevo, dalle tombe sacre alla carne impura, dal maestoso Egitto all’Ottocento di Turner, dalla calligrafia cinese alla clandestinità dell’inchiostro. Dai delicati dipinti su seta all’Irezumi, dai paesaggi contemplativi ai segni devozionali tatuati su vedove affrante e pellegrini devoti, dalla pittura rinascimentale alle classificazioni di Lombroso, dalle bacchette ai denti d’osso della Polinesia fino alle moderne macchine rotative. Dalla Royal Academy of Arts del 1768 alle Tattoo Convention in giro per il mondo, da Dürer ai criminali russi, da Rubens alla mafia giapponese, dai colori Winsor&Newton alle prostitute asiatiche, dai freak di primo Novecento ai biker degli anni Settanta.

 

Dalla carta alla pelle. Nel progetto pittorico di Pepe i due nobili supporti si incontrano, mentre l’arte dell’acquerello e quella del tatuaggio vengono messe a confronto in un viaggio metaforico che nel viaggio stesso e nelle storie raccontate dai suoi protagonisti trova un altro punto d’unione: l’avventura vissuta, l’avventura raccontata, l’avventura dipinta su carta e assimilata su pelle. Le avventure racchiuse nelle mappe di viaggio tatuate sulla pelle arida dei marinai, così similari, nel significato, a quelle dipinte nei bozzetti paesaggistici dei pittori romantici.

Se le declinazioni del tatuaggio sono molteplici e complesse, questo percorso a tinte acquerellate descrive uno spaccato sociale che nasce a fine Ottocento e arriva agli anni Settanta-Ottanta del Novecento, colorandosi di atmosfere autentiche, realmente “old school”, esposte da chi tali atmosfere le ha create e riprodotte su pelle in quegli anni. Espressione di libertà, agli inizi del 1900 la società occidentale concepisce il tatuaggio come “disordine morale”, come un atto che esclude chi lo porta dalla collettività civilizzata, nel migliore dei casi materiale per strane bestie da circo. Il tatuaggio inizia a dilagare tra i ceti più bassi, tanto da diventare un vero e proprio simbolo criminale: si tatuano malavitosi, carcerati, prostitute e marinai. Sebbene anche tra i gentili dell’alta e piccola borghesia si trova qualcuno che sotto i vestiti ama nascondere colori e decorazioni da galeotto, è solo con gli anni Settanta, con il dilagare della controcultura, che il tatuaggio conquista definitivamente chi sceglie di porsi in alternativa alla mentalità comune. Ed è questo universo che Pepe rappresenta, una realtà lontana dal tatuaggio tout-court, dal “tatuaggio per il tatuaggio” in un’era in cui incombe la mercificazione e mortificazione dell’arte.

Qui non si celebra “la bella estetica del tatuarsi”, ma quello che è nato come un atto primitivo, catartico, spirituale. Questi dipinti narrano la storia sporca del tatuaggio, quella vera, quella coraggiosa fatta da chi non teme l’occhio giudicante della società, del tempo o del corpo modificato. Qui si leggono su pelle le avventure, le gioie e i dolori di uomini e donne, qui si celebra la poesia del disegno imperfetto come imperfetta è la tela su cui si presenta. Qui si esalta la gioventù ribelle e il potente atto anticonformista, si onora la vecchiaia dei corpi rugosi e la loro esposizione senza pudore, si legge la sfrontatezza e l’indipendenza di chi ha scelto il “sublime”, ponendosi al di fuori di un’estetica del bello e del brutto.

Questi personaggi non hanno nessun legame con gli stereotipi tatuati della società odierna, una società eternamente giovane, esteticamente plastificata, artefatta, siliconata, lobotomizzata e assuefatta a standard deformati e uniformanti. Il corpo, oggi, è diventato un’equazione matematica: si pianificano centimetri e dimensioni, proporzioni e architetture, pieni e vuoti d’ombra, come ingegneri della carne. Si combatte l’imperfetto e il non conforme in un regime totalitario pronto a immolare l’ultimo baluardo morale, in nome di una dismorfofobia sociale globalizzata che non accetta il difetto. Siamo nati in un’epoca in cui l’estetica ha soppiantato l’etica, in cui la ricerca del sé è stata superata dalla ricostruzione del sé. Seguendo l’autentico principio della body modification, invece, il corpo va curato e usato in egual misura, consumato e riparato, sperimentato, usurato, sacrificato, cicatrizzato e infine, proprio come la vita, rottamato e abbandonato. Il corpo, così come l’uomo, è in continuo cambiamento: è nella sua natura.

Questi acquerelli narrano la storia nuda e cruda del tatuaggio e dei suoi corpi in cambiamento, ritraggono uomini e donne emancipati da modelli estetici normativi, ci mostrano la bellezza brutale del corpo diverso, descrivono quel “freak” che si colloca al di fuori, in aperta sfida alle opposizioni binarie sociali che alimentano i concetti basilari e le modalità di definizione di cui ci serviamo per classificare la nostra identità. Corpi e volti tatuati, a tratti con dolcezza, quasi sempre brutalmente. Un uso del corpo (e del colore, su carta e su pelle) come mezzo di percezione e luogo di percorsi personali, di sperimentazioni che vogliono metterne in discussione e/o in evidenza i limiti e gli eccessi, spesso con atti dolorosi o taumaturgici. Questi acquerelli raccontano il tatuaggio come “atto sociale primitivo”, soluzione per ansie universali, totem contro-culturale, cicatrice del proprio sentire o pura decorazione estetica. L’inchiostro sotto pelle, negli acquerelli come nei tatuaggi di Pepe, soddisfa l’esigenza di marcare un cambiamento, un rito di passaggio, un atto di emancipazione o la ricerca di unicità attraverso la percezione di un corpo che diventa Altro da sé.

 

Romina Bicicchi (a.k.a. Mina Von B.)

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Pepe Tattoo Portraits“: La mostra dura fino al 18 ottobre, da Parione 9 – studio Bandazzi, Via di Parione, 9 (Roma)

www.parione9.com

 

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