La strada per le stelle

La porta nelle stelle è spalancata. Facile scivolare nelle mostruosità labirintiche del fine settimana

L’orizzonte lontano d’azzurro espanso del mare scintilla sconvolto dai raggi del sole perpendicolari di questo inizio agosto 1998. La spiaggia ha l’odore forte di sabbia umida del dopo tempesta ed è pugnalata dalle risate della gente caciarona e spanzata sulla battigia e da acuti di gabbiani in picchiata sull’ombra della preda sconosciuta sotto le acque scure del mar. La brezza soffia in modo casuale spargendo il frastuono tutt’intorno, ovattato dall’espanso blu intenso del mare teso sull’orizzonte del nostro glorioso avvenir. Io ho dodici anni e mi porto legato al collo un maledetto braccio fasciato per un brutto incidente in bicicletta.
Due giorni prima del grande temporale, io, Danny e Ricky bighellonavamo spensieratamente tra il campetto di pallone e la grande quercia ombrosa seguendo le scie di battaglioni di formiche rosse, bombardando dall’alto i loro formicai, così come ci aveva detto Ricky che guardava da circa un anno documentari sulla Seconda Guerra Mondiale, e che si accaniva a simulare ripetitivamente lo sgancio della bomba dall’Enola Gay, eseguendo ampie virate con le braccia e sganciando grosse pietre sui cumuli di terra arida.
Ce ne stavamo beati a sudare nella calura meridiana, al riparo dal sole, sotto la cupola della grande quercia, tirando calci debosciati ad un Supersantos sbiadito. Il gruppo di ragazzi che ruotava appresso a Big Steve, tiranno della zona, spuntò d’un tratto da dietro l’edificio del vecchio anfiteatro in disuso. Io li osservai avanzare veloci con il ghigno acuto all’ombra dei loro cappellini dalla tesa larga. Oltre a Big Steve, ragazzotto massiccio dalle gambe grosse e spesse da ciclope, abbruttite da una coltre di peluria nera e folta, seguivano Jack il biondo e i suoi due cugini di Morninsun, poi Rosie coi suoi riccioli strabordanti d’oro, il tipo di Rosie, un ragazzo smilzo e dinoccolato, rasato e con un codino sottile che gli scendeva sulla spalle, e quel cagnaccio di Dick.
Si muovevano rapidi, tutti in canotta, spingendo al loro fianco le biciclette.
Big Steve ci venne incontro e con aria di sfida ci sputò la situazione davanti, «O ve ne andate in pace o vi cacciamo noi», sloggiare, insomma, quel posto era loro. Io, Dani e Ricky ci stringemmo compatti verso Steve , sapendo che in ogni caso avremo avuto la peggio, essendo loro di più e avendo al loro intero soggetti prossimi ai sedici anni. «Hey lardoso Big Steve – mi feci avanti sguaiato – mettiamola così: chi arriva primo dall’edicola alla quercia passando per la pineta si tiene il posto».
Corsa forsennata, sull’asfalto bollente e sconnesso, poi d’un tratto un auto che spunta da dietro una curva e mi taglia la strada e io che volo e piombo dal cofano sul catrame cascando peso morto sotto al mio braccio contratto.
Tutto questo lo avevo sognato, quel venerdì pomeriggio del depresso mese di luglio 2022, il sole aveva battuto il suo martello sulla roccia della vecchia terra per tutto il giorno. Avevo diligentemente lavorato, come facevo ogni giorno, per costruire la mia piramide che stentava ad innalzarsi. Avevo chiamato gente che mi doveva dei soldi, litigato con alcuni fornitori, seguito le operazioni di carico e scarico merce, appuntato tutto scrupolosamente.
Era un ottimo giorno per morire di caldo e noia tra gli scaffali del mio bazar e, perciò, pensai che era ora di chiudere anticipatamente, e andassero a farsi fottere tutti. «È venerdì, Cristo!».
La mia casa in campagna, a due passi dal mare, si ergeva antica, sempre uguale alle stagioni che erano passate.
Mia moglie aveva preso l’unica figlia che avevamo e se n’era andata via da casa, un giorno del passato novembre, chissà per quali altri lidi diretti.
Io le versavo diligentemente quanto potevo e lei non si era mai lamentata, credo, ma ciò importava poco perché non l’avevo mai più sentita.
Avevo trascorso anni travagliati, sapete come proseguono certe storie.
Sì, i primi tempi era una favola, in seguito la crisi, il negozio che non andava, le tasse, i soldi che mancavano.
Si aggiunsero le lattine di birra, poi le bottiglie vuote di gin.
Alla fine persi i conti dei fornitori, degli incassi, delle bottiglie, degli anni di mia figlia, delle rughe di mia moglie.
Non penai molto, in ogni caso. Ero anestetizzato dalla fatica e dalle notti nelle bottiglie, poche ore di sonno allucinato, e ancora la tortura dei giorni inermi. Che ero arrivato ad un punto di non ritorno, lo compresi solo quando quel giorno di novembre – ovviamente pioveva e l’aria era di una umidità malvagia – rincasando, non ritrovai l’auto di mia moglie, né nessuno in casa.
Ma ero vuoto dentro, e mi riempii di alcool fino ad inciampare e cascare tra il divano del salotto e un tavolino basso regalo di mia suocera.
Svenni, e quando mi riattivai era già mattino e il sole mi bruciava gli occhi. Dopo vari tentativi, mi trascinai al lavabo per lavarmi il sangue secco della ferita proprio sopra il sopracciglio destro. Ero una diga spaccata. La pelle grigia del viso pareva impasto per la betoniera, le labbra secche arrugginite con uno spacco nella carne, probabilmente conseguenza di qualche lattina tagliata. Impiegai qualche ora prima di trovare la lettera d’addio che la mia dolce sposa aveva scritto: – Basta, è finita, non farti più sentire – il succo del messaggio. E cosa avrei mai potuto rimproverarle, povera. Sapevo di essere stato un pessimo individuo sguazzante nella fogna a cielo aperto di liquore e tradimenti, senza capo né coda.
Insomma, dopo quel fattaccio, in pochi mesi riuscii a seguire la parabola del buon santo redento. Certo non senza ricadute.
Ma in qualche settimana smisi con l’alcol, gettai l’intera riserva. Conservai solo una bottiglia di gin, monito per il futuro. Da sobrio quelle giornate a lavoro erano di una noia mortale, ma tenni duro. Malgrado qualche nuova cartella esattoriale da accumulare alle altre, nonostante un Governo bestia e altre piccole lamentele, tenni duro.
Già nel mese di marzo 2022, arrivò qualche buon risultato economico. Ricominciai a pagare le tasse, a pensare a come mettermi in regola con i
debiti. Sì, bazzicai anche qualche usuraio, ma ora sapevo come gestire al meglio la situazione.
Comprai un paio di scarpe da corsa. Erano le più belle scarpe da corsa mai viste. Ero stato attratto vedendole di sfuggita dalla vetrina del negozio, erano blu elettrico, moderne come un’astronave. Le comprai, d’istinto, senza ancora ben sapere come usarle. Il mattino successivo mi svegliai presto assalito da un mix di nervosismo e ansia e voglia di bermi l’intero oceano Pacifico. Poi tutto venne di getto. Trangugiai un paio di tazzine di caffè, mi gettai in faccia acqua ghiacciata. Allacciai le scarpe e uscii di corsa, per le stradine di campagna di quella casetta appartata accanto al mare in cui mi ero trasferito dopo l’abbandono di mia moglie.
Era ancora dicembre e le strade erano buie e desolate.
Mantenni un passo debole e arrancato, il sudore mi colava dai fianchi, dal petto. Stavo riscoprendo la magia senza tempo di quel posto, appartato dalla modernità e correvo per le strade che mi avevano spiato da bambino.
Quel primo mattino corsi, arrancando per venti minuti, fino a raggiungere il mare e vedere i primi chiarori del sole rischiarare l’orizzonte sul mare e lentamente salire perpendicolare nella volta opaca del cielo.
Ero riuscito ad aprire un mondo nuovo, facile, costruito di ricordi e dolce svanire tra le viuzze dei pescheti, le casette bifamiliari per i mesi estivi ancora disabitate, il grande vialone di sabbia e pietrisco che fa da sponda alla spiaggia, il blu puro del mare infinito.
Non persi un giorno senza indossare quelle scarpette blu elettrico e aumentare, di volta in volta, la distanza percorsa.
In quel depresso e assolato pomeriggio di luglio, dopo quel sogno pazzesco di ricordi d’infanzia, correre era l’unico modo che avevo per tener la noia distante dalla voglia di bere fino a morire, che ancora mi assaliva a distanza di mesi.
Così allacciai le scarpette, serrai la porta di casa e fui di nuovo per la strada. Godevo nel correre senza fretta nel tardo pomeriggio, col sole ancora forte e l’aria ferma e ardente. Nelle orecchie, i fili delle cuffiette passavano musica southern: ZZ Top, CCR, Allman Brothers, e io fluivo come la carrellata di un piano americano lanciato di un road movie, perpendicolare all’orizzonte dell’ambiente intorno.
Dal finestrino del mio vagone di carne in guarigione, le immagini fluivano lente: alberi di pesco, filo spinato, bivio, svolta sulla sinistra, edicola serrata, due cavalli rotolarsi nella polvere, canali di irrigazione.
Tutto passava senza soffermarsi molto nei miei pensieri, rivedevo quei posti che un tempo scoprivo, bambino, dalle ruote della mia bicicletta.
Ora le ruote erano diventate le mie gambe muscolose che spingevano come bielle quella locomotiva sudante nell’aria incandescente.
– It’s harder than it looks / it’s a long way, to the top if you wanna rock’n’roll – urlava a squarciagola Bon Scott degli AC/DC e io pensavo – Sicuro, puoi giurarci fratello, è proprio così che vanno le cose.
Quel pomeriggio corsi talmente tanto, e contro ogni mia aspettativa, che mi trovai a passare per una frazione di quel paesino desolato di cui possedevo ricordi sbiaditi e storie dei racconti dei ragazzi del posto, all’epoca un po’ più grandi di me, sulla fantomatica esistenza di una base militare americana.
Anche allora, avrò avuto sette anni, la storia mi sembrava talmente surreale che, dopo aver assecondato chi me la narrava, tornavo indisturbato a scavare buche, attratto maggiormente dalla più concreta possibilità che scavando sarei sbucato in Cina. Del resto, cosa avrebbero dovuto farci gli americani su quel lato della costa che non porta a nulla.
Correvo osservando le poche casette diroccate di quella frazione di abitato abbandonato dal Signore ergersi con aria mesta e abbandonata, celate dalla vegetazione selvaggia. I mattoni arancioni intervallavano le mura sottili ricoperte da un leggero velo di cemento che si sgretolava ai bordi come grumi di farina. Sapevo che c’era in quelle case gente che vi abitava e che spiava da dietro le finestre ogni movimento sulla strada, sapevo che all’intero di quelle stanze rinchiuse da infissi d’alluminio, nascosti tra le stecche delle persiane di legno c’erano occhi ai quali non sfuggiva il mio passaggio. Così quelle piccole casette mi riempirono di ansia e di terrore. Ricordavo che da bambino mi ero spinto con qualche amico in bicicletta fino a quei posti attraversando quelle stesse case e che mentre attraversavo quelle vie strette sentivo fremermi in petto la stessa agitazione che provavo ora, da adulto, passando lì accanto. I cani che ringhiavano da dietro le reti metalliche dei giardini, i vari subumani urlanti e feroci, o così mi erano sembrati all’epoca, ma non avevo ancora tredici anni.
Di ritorno da quella spedizione, ricordo che entrambe le ruote della bicicletta si bucarono a tutti quanti, così io e la mia crew tornammo a casa di filato dalla spiaggia, trascinando sconsolati i bolidi al fianco.
Sorrisi appena all’idea che questa volta nessuna ruota avrebbe potuto bucarsi. Corsi, oltre quella roccaforte di casette, attirato dal proseguo di una stradina di campagna che si snodava tra una serie stretta di curve nascoste da una fitta siepe di pini cigolanti al vento.
– Better run through the jungle, oh yeah – urlava uno qualunque dei CCR nelle mie orecchie. Corsi l’ultima curva a gomito e mi si rivelò davanti tutto quanto i ragazzetti più grandi raccontavano all’epoca.
Dinanzi a me crepitava al vento la sgangherata targa d’alluminio dell’indicazione stradale dalla vernice gialla oramai corrosa dal tempo. La gloriosa scritta – VIA AMERICANI – svettava ardita in quel buco nascosto di mondo rannicchiato tra la campagna e il mare. Protette da una recinzione metallica, si mostravano alcune casette basse disabitate dalle finestre spaccate, gli spettri di quello che un tempo era un parco giochi per bambini, un’altalena, uno scivolo e un girello nel cortile. L’ingresso, chiuso ora con la stessa rete metallica, era un tempo delimitato da una barra elettrica ed era sorvegliato da alcune vecchissime telecamere di cui restavano solo i rottami. Il fremito nervoso che prima avevo avvertito allo stomaco aumentò. Continuai, perciò, lungo la strada che ora si faceva dritta e che portava dritta verso il mare, cosicché costeggiai sulla sinistra l’intera recinzione che un tempo delimitava la proprietà dell’esercito statunitense, attaccata alla quale resisteva imperterrito qualche cartello scolorito con sopra scritto – Zona Armata vietato l’ingresso.
Sulla destra, un bosco di eucalipti malconci e, infine, davanti svettava l’estremo blu del mare agitato, sconquassato dai venti. La base militare, una volta sorpassata quella che un tempo avrebbe dovuto essere la zona residenziale per i soldati e le loro famiglie, si apriva fino ad inglobare un ampia radura brulla dentro la quale qualcuno aveva divelto la recinzione lungo qualche passaggio nascosto facendovi entrare delle vacche che, ora, pascolavano inermi, non turbate dall’ambiente tetro circostante. Dentro la radura, infatti, svettavano come baobab quattro antenne rosse alte quasi venti metri picchettate al terreno da solidi e tesi cavi d’acciaio. Al centro, proprio tra le quattro antenne, intravidi i resti di quella che forse un tempo avrebbe dovuto essere la base portante della grande antenna che, secondo le storie dei ragazzi più grandi, avrebbe dovuto essere alta oltre 100 metri. Correvo con lo sguardo ipnotizzato da quei giganti di acciaio che si stagliavano maestosi verso il cielo, lungo l’orizzonte e di fronte al sole rosso.
Gettavo occhiate alle vacche in placida ruminazione, ai cani pigri che le sorvegliavano, quando, appena per una frazione di secondo, tra l’incedere della corsa, il sudore che colava dalle sopracciglia e i chiaroscuri proiettati dalla luce contro le antenne e la recinzione, mi parve di scorgere un’ombra umanoide correre incurvata in lontananza dalla prima antenna alle casette diroccate. Quella visione durò, ripeto, qualche frazione di secondo, ma l’incurvatura di quell’ombra e il suo andare di soppiatto, ancor prima di immaginare chissà quale abnorme mostruosità, mi causò un lungo brivido di freddo lungo tutta la schiena sudata. Ripresi a correre fino al termine dello stradone, aumentando il ritmo, finché giunsi sulla spiaggia su cui era infilzato un palo con un cartello giallo con su scritto – DIVIETO DI BALNEAZIONE. Alla sinistra di quel palo c’erano i ruderi di un casale abbandonato divorato dalle maree invernali, sulla destra e sempre delimitato dalla recinzione metallica si ergeva quello che un tempo avrebbe dovuto essere una stazione meteo con il suo cupolone, qualche aggeggio per misurare il vento, la pressione e un’altra costruzione cubica forse per l’elaborazione dei dati meteo raccolti. La musica dalle cuffiette cessò di risuonarmi su per il cervello e, spinto dalla voglia di non tornare più indietro per quella strada, decisi istintivamente di far ritorno a casa, anche se molto più faticosamente, via spiaggia. Così mi intrufolai sul lato sinistro attraversando il bosco innaturale di eucalipti.
La foresta era oscura e lercia di escrementi, l’aria che si respirava lì sotto i rami era putrida e calda e a mezz’aria stazionavano nubi di moscerini che iniziarono ad appiccarsi tra le ciglia, sul collo, sulle labbra. Correvo rapido per tentare di raggiungere la spiaggia lì davanti. Appena due fila di alberi prima di arrivare alla salvezza, avvistai il cadavere di latta di una vecchia Renault degli anni settanta, nascosta tra i tronchi degli alberi. Mi bloccai d’improvviso a scrutare quei resti. Seduto sul lato passeggero, distinsi chiaramente il luccichio proveniente dalla luce del sole riflessa sulla superfice di una targhetta di metallo che gettava chiarore dal collo di quella che pareva una salma immobile e putrefatta – solo al pensiero tremo – dalle sembianze disumane. Quel che avrebbe dovuto essere la testa, nell’ombra, troppo allungata, le spalle troppo strette. Non so dire quanto tempo di preciso restai lì, come in catalessi, cercando di distinguere le linee della sagoma.
Solo questo so, che la musica d’un tratto ripartì forte dalla cuffiette, il riff di “Midnight Ramblers” potente mi riportò alla realtà. Alzai lo sguardo da quella
mummia nella penombra. L’immagine che avevo davanti era quella di due cagnacci neri bavosi dagli occhi rossi che mi scrutavano con le zanne affilate. Istintivamente girai i tacchi, abbandonai le buone intenzioni del ritorno verso casa via spiaggia e volai sui passi che prima avevo calcato.
Alzavo le ginocchia, tentavo rapido la fuga da tutto quello che avevo visto e dalle bestie che dietro mi rincorrevano fameliche. Ripiombai sulla strada che costeggiava la recinzione della base americana, voltai il viso. Erano lì, a pochi metri dai miei polpacci gonfi, le loro mandibole, le zanne.
Sbavavano e ringhiavano i satanassi. Raggiunsi di filato la recinzione, mi ci attaccai con le mani, alzai un piede, poi l’altro, entrambe sul muretto di mattoni, poi mi arrampicai sulla rete di metallo, uno–due, colpo di reni e slancio e caddi dall’altro lato.
I cagnacci si alzarono su due zampe sul muretto abbaiando e sbavando, arrabbiati per la fregatura. Ma bastò poco. I satanassi si spinsero oltre la rete, ben conoscendo il passaggio nascosto nella recinzione.
Io compresi le loro intenzioni e continuai a correre a rotta di collo verso le abitazioni basse e diroccate. Sorpassai le vacche placide, imperturbabili perfino alla vista di quei due diavoli ruggenti che ora, penetrati dentro la radura recintata, avevano ripreso l’inseguimento. Sorpassai la gramigna alta e spinosa, poi mi buttai come peso morto dalla prima finestra aperta.
Caddi all’interno di una stanza impolverata, ma ancora ammobiliata. Sentivo i satanassi ancora abbaiare e ululare perché uscissi da quel nascondiglio. Per ora mi avevano ancora in trappola. Si erano accucciati, i due, con i denti ghignanti sangue proprio sotto la finestra, in attesa di avermi come pranzo. Rifiatai. Con i polmoni gonfi e il cuore battente. Tolsi le cuffiette e spensi la musica. Spalancai la porta della stanza per tentare l’uscita dall’ingresso principale e tornare, correndo come non mai, finalmente a casa. Dall’uscio di quella stanza, ora spalancato, scorsi niente, solo un corridoio stretto e in discesa che collegava quella stanza al resto della casa. Mi addentrai circondato da quell’aria stantia e fetida dei posti che non vengono aperti da centinaia di anni. Le pareti del corridoio erano colate di cemento armato, come se si trattasse di un bunker atomico, e il dislivello, prima leggero , divenne presto ripido tanto che mi appoggiavo alle pareti per non scivolare. Percorsi ancora qualche metro, la via diventava sempre più ripida e la luce dalla finestra rotta dalla quale mi ero schiantato ormai quasi non filtrava più fin li sotto. Scesi ancora, nonostante tutto, immaginando che attraverso la cantina sarei poi risalito dall’uscita principale.
Niente, invece. Il tunnel diventò sempre più ripido, il buio sempre più denso, non distinguevo più i miei piedi, non vedevo più il pavimento. Posi un piede più in avanti del dovuto, c’era della sabbia, scivolai sul fianco e continuai a scivolare giù dentro il buio per alcuni metri, poi piombai da un gradone sulla terra ruvida e zozza. Frastornato – mi ci vollero alcuni minuti per riprender fiato – mi rialzai. Il pavimento si sviluppava, ora, in piano e alcuni faretti protetti da grate di ferro gettavano luce rossastra tutt’intorno. Non sapevo il da farsi. Tornare indietro lungo quella discesa era roba da speleologi attrezzati. Imboccai il corridoio per una delle due direzioni possibili. Continuai a spingermi li dentro comprendendo che la distanza percorsa in quel sotterraneo era immane e che non sarei mai più spuntato dall’ingresso principale. Probabilmente il corridoio, pensai, correva sotto la radura da pascolo per le vacche, passando sotto le antenne. Con un po’ di fortuna il corridoio sarebbe spuntato alla stazione meteorologica più in avanti, con molta più fortuna mi avrebbe sputato direttamente sulla spiaggia. – Che ora era? Mio dio, fuori il sole sarà già calato da un po’ – pensavo, poi un rumore ruppe lo strisciare dei miei passi in quell’aria calda e fetida, un rumore metallico che si propagò per qualche secondo, poi più nulla. Non vidi nulla di strano intorno e credetti che probabilmente si trattava di qualche lampada cascata per l’usura del tempo. Ma poi ritornò a girarmi per la testa quell’ombra strana che avevo veduto mentre correvo, incespicarsi incurvata all’interno della casupola, e poi quella specie di cadavere subumano che mi sembrava di aver intravisto dal parabrezza di quell’auto abbandonata e i satanassi ringhianti.
Dovevo uscire da li o sarei impazzito. L’ansia e il terrore piombarono dentro me, ripresi a sudare e affrettai il passo sempre guardandomi indietro per paura che qualcuno mi seguisse. Nulla.
Altro rumore metallico, pochi secondi. Poi buio totale, tutte le luci si spensero. Assalito dai sudori e dal terrore di rimanere incastrato li per sempre fino a soffocare, poggiai una mano contro la parete e camminai a passo spedito tastando sempre il muro. L’ansia che avevo tenuto a bada finora mi divorò dentro. Persi il controllo e il respiro, mi accasciai sul cemento per tener sotto controllo i polmoni e rifiatare. Avevo preso ogni cognizione del tempo. Uno-due-tre minuti.
Il silenzio tombale dell’ambiente fu scosso. Dapprima mi parve solo il sentore di un lento strascinamento, un fruscio di scopa intermittente e lontano. Uno–due-tre minuti, ancora del tempo incalcolabile.
Avvertivo distintamente un ticchettio metallico lungo il tubo di rame a protezione dei fili elettrici. Il buio incupì la sua densità, percepii che la situazione stava voltando in modo assolutamente negativo, non controllai più le gambe, il fiato, riconobbi alcune sensazioni che provai nel corso degli anni, battiti negativi dell’istinto bestiale che sopravvive in noi e che mi urlava – Alzati, coglione e inizia a correre in qualunque direzione che possa portarti fuori da quel labirinto! – Così cedetti, trovai la forza per rialzarmi e con la mano tastando la parete corsi la distanza di pochi metri prima che la mia mano passò dal tastare una calda e sterile parete di cemento polveroso a sbatter contro un corpo vivo, freddo e duro di cuoio. Le mie mani pazze protese sul davanti ad afferrare per le spalle per il collo quell’essere freddo, senz’anima. Nella mia mente distinsi chiaramente gli occhi giganti dell’essere così distanti uno dall’altro, così vuoti. Un pensiero alieno poi s’infiltrò dentro il mio animo, una sensazione di calore accompagnata da un turbinio di ricordi estremamente piacevoli mi sconvolse l’animo e crollai per terra sganciando le mani. L’ultima cosa che ricordo era la massa grigio scura dell’essere deforme. Prima di cadere, peso morto sul cemento. Schiantato.
– La Testuggine danzava nel cosmo tra la stelle, la testuggine danzava nel cosmo tra le stelle, il busto di Talete di Mileto arringava la folla indicando la Testuggine danzare – l’essere è Dio il non essere è Dio, i punti da unire lungo la ferrovia, i punti da unire tra l’andare e l’andato. –
Il mio cervello non sapeva trasmettere altre diramazioni nervose che quelle poche frasi ignote, mentre mi riaprivo lento le palpebre pesanti che si schiudevano alla luce pulsante e bianca d’intorno. Il mio corpo steso inerme, probabilmente in posizione orizzontale. Non avevo volontà di movimento, anche se il pensiero mi diceva di scappare. Dalle pupille, che lento schiusi e allargai alla luce bianca accecante, penetrava un campo asettico di incandescente bianchezza. Le pupille si allargarono sempre di più e il corpo non rispondeva alla mia pur decisa volontà di richiuderle, nonostante lo desiderassi. Dalla patina degli occhi così spalancati, ormai autonomi, apparvero alcune ombre grigie che si agitavano senza forma ai lati del mio corpo. Malgrado desiderassi fortemente andare via da li, spaccare la fonte da cui proveniva quella luce insopportabile, correre a rivedere il sole, ciò non si verificò. Il mio corpo veniva bombardato da aliene sensazioni di calore suscitanti in me emozioni associate a ricordi gradevoli già vissuti. A volte era come se il piacere suscitato dal ricordo fosse solo amplificato da quel calore che mi penetrava spingendo su dalle gambe, salendo lungo i fianchi fin dentro il cervello. L’occhio si abituò alla luce divenendo sempre meno sensibile. Distinsi chiaramente le due sagome che si muovevano lungo i lati del mio corpo. Avevano la stessa conformazione dell’ombra subumana che vidi infiltrarsi dalla radura nelle abitazioni. Il corpo era composto da spalle strette e ricurve, un lungo e snodabile tubo retraibile, l’abbozzo di una testa allungata a mezza luna su cui trionfava una sorta di faccia larga, senza nessuna particolarità, a parte due occhi giganteschi e lucidi e alcune rughe, segno evidente che sul volto di quella specie un tempo vi erano stati altri tratti somatici rilevanti e che, adesso, erano stati quasi cancellati dall’evoluzione terribile di quell’essere. Le braccia erano sottili mentre armeggiavano intorno tastandomi, premendo sui miei muscoli. Il tutto era tenuto insieme da una strettissima spina dorsale visibile ad occhio nudo. Il corpo pareva essere evanescente e la massa lieve era tenuta insieme da rigonfiamenti articolari. Per intero la figura sembrava inconsistente, se non per il fatto che la luce abbagliante proiettava sulle loro membra una lieve colorazione grigiastra. Vidi le due sagome sbiadite per il riflesso della luce indaffarate ai lati del mio corpo tastarmi le membra con fredde sonde. Le sonde ghiacciate sulla mia pelle, si limitavano a trasmettere impulsi a bassa intensità elettrica. Il grosso degli esami che i due aggirandosi goffamente li intorno si apprestavano a sottopormi, era, prevalentemente, di natura telepatica. Percepivo una coscienza estranea muoversi al mio interno, una sorta di calore dal basso ventre spingeva alcuni pensieri in una certa direzione. La mia volontà di prendere a calci quei due grigi, pur presente, era come sedata e relegata nei lati più lontani della coscienza, così che me ne restavo quieto senza muovere neanche un dito su quella barella. Avevo forse perso completamente la cognizione del tempo trascorso, ma dopo che i due avevano finito di attaccarmi le loro sonde, abbandonarono la mia visuale. Di fronte mi ritrovai la sagoma di un terzo essere, questa volta grosso quanto quattro di quella specie di infermieri, che con il suo grugno mi si parò davanti al naso. Gli occhi erano neri e schermati. Sembrava che dietro non ci fosse nulla e che tutto fosse solo una maschera di cera. Sussurrò qualcosa, o così mi parve, malgrado non avesse neanche lui né bocca, né labbra per parlare. «Yhens Jsnlmy».. un suono irriproducibile, sembrava ordinare qualcosa gli altri due esseri.
Poi mi puntò una luce laser dritto sugli occhi. La temperatura che percepivo era altissima, nonostante continuassi a sentire i freddi impulsi elettrici delle sonde attaccate sulla pelle. Era quel calore che mi scuoteva i pensieri inconsci. Una luce blu, gelida, si accese dentro il mio sguardo, un pallino proiettato sullo sfondo della luce bianca tutt’intorno su cui i miei occhi si catapultarono estraniandosi da tutte le altre immagini circostanti. Il cerchio di luce fredda iniziò a girare man mano sempre più rapidamente fino a cambiare colore e tramutarsi in un rosso acceso. Il fascio di elettroni rossi, ora, era divenuto incandescente e come lava premeva contro l’iride dei miei occhi. Le mie visioni divennero incomprensibili e terribili. Fissai il fascio di luce snodarsi nel buio contrapposto intorno fino a divenire un piccolissimo puntino sperduto nella oscurità dell’universo. Poi quel puntino esplose irrogando d’atroce luce rossa tagliente il manto nero della notte eterna. E vidi l’alba di un mondo nuovo e terribile asfissiato da masse di gas galleggianti nell’atmosfera sospinte da vento di radiazioni ustionanti. Questo era ciò che vedevo ed era come se ricordassi, in una sorta di flashback di miliardi di anni, il frammento di elettrone che ero stato. Come se tutto quello che vedevo fosse un mio sbiadito ricordo vissuto in prima persona. E vidi il bagliore di un satellite di un pianeta sperduto sfrecciare per la sua orbita e abbandonare lungo la sua scia una monade contenente frammenti scollegati di polimeri raccattati in nessun luogo e in nessun tempo nell’eternità dell’abisso siderale .
La monade oscillò cadendo nell’atmosfera terrestre, trapassando cumuli di nebbia e fumo, planando sulla superficie scossa dell’acqua di un oceano in pieno vortice, sulla cresta di un’onda planetaria che si propagandava da migliaia di anni tra le derive delle placche continentali, grossa come la Groenlandia.
La monade, minuscola, si rigonfiò al suo interno di particelle subatomiche, e man mano appesantitasi sotto il peso della gravità del cielo si inabissò e crollò nelle profondità spettrali e oscure dell’abisso. Scrutai più in fondo, nel gelo della luce laser che mi bombardava la pupilla, e vidi una sagoma bestiale e ancestrale. Un pesce spettrale dall’unico enorme occhio vuoto e dalle pinne lunghe come braccia alle cui estremità pendevano inermi due mani senza presa. Il pesce sgusciava tra i fluttui delle correnti marine, insabbiandosi sul fondo degli abissi oscuri, sprizzando impulsi elettrici, protetto da una membrana sottilissima e trasparente di squame, da cui emergevano distintamente i grigi filamenti interni. Il pesce dalle forme subumane – pinne allungate, escrescenze articolari, muso diabolico, rughe – percepiva in quel frangente la presenza della mia visione, che come una telecamera spaziotemporale lo seguiva, e sgusciava tentando di mimetizzarsi tra la sabbia e le rocce. La visione divenne man mano sfocata, ma continuai debolmente ad osservare il pesce divincolarsi e filtrare, nelle sue branchia gonfie, l’acqua marina e notai la monade primordiale, decaduta nelle profondità di quell’abisso, venir catturata dal pesce. Era quello il primo innesco? L’avvio della razza umana? La visione divenne debole, la luce del laser puntato sulle pupille si affievolì e tutto diventò nero.
Non so come, né quando e se gli eventi raccontati siano mai stati realmente collegati tra loro o se si tratta solo di allucinazioni o di qualche forma di epilessia o di strano morbo psichico infantile; non sono sicuro della vita che ho già vissuto, delle esperienze e dei fallimenti scontati; non sono certo di avere avuto una ex moglie da qualche parte con una figlia appresso, né se mai ho avuto un negozio, né di aver avuto un passato da alcolista.
Non lo so perché parte della mia vita e dei miei ricordi, reali o causati da visioni, scomparì definitivamente e per sempre dalla mia contingenza.
Quando riemersi da quella oscurità di pece pulsante, in cui ero stato immerso dagli essere all’interno del laboratorio sotterraneo della base americana abbandonata sulla costa del mare, avevo il cuore in gola perché avevo corso parecchio con le cuffiette attaccate alla testa e un walkman in mano e nell’altra il mio braccio ingessato. Avevo corso parecchio e avevo i piedi piccoli ed ero più vicino di quanto ricordassi all’asfalto.
Ho dodici anni, forse li ho sempre avuti, sono scappato per qualche chilometro dai bulli del villaggio che volevano farmi nero, l’asfalto è sconquassato e il sole quasi al tramonto. Sono a piedi sulla via di casa con la maglietta sudata sulla schiena e i capelli gonfi come un fungo, li vedo dall’ombra che proietto davanti. Ho dodici anni, forse li ho sempre avuti. Lungo la via di casa incontro una ragazzina mora in bicicletta, lei mi chiama per scherzo Patata, sorride, io la chiamo Roberta. Ho dodici anni e stanotte al falò sulla spiaggia la bacerò sotto le stelle.

 

Giancarlo Pitaro

 

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