Ma a La Spezia, il Black Friday vale anche per i Minimarket?

Un esilarante polemica è scoppiata a La Spezia in seguito al presunto strapotere dei Minimarket stranieri. O forse è un altro capo espiatorio dell'economia liberale, della politica incompetente e delle tendenze fasciste dell'italiano medio?

Girovagando per i siti di informazione locale, come ad esempio Città della Spezia o Gazzetta della Spezia, mi sono imbattuto in alcuni “articoli” sull’evento del momento: il Black Friday.
Tralasciando l’assurda corsa al consumismo che questa grande nuova tendenza genera, mi sono chiesto se veramente tutto questo possa portare effettivi benefici al commercio spezzino. Già perché in periodi non sospetti taluni “esperti di Confcommercio” sembravano attribuire gli insuccessi della microeconomia nostrana ad un fenomeno oscuro ed insormontabile: lo strapotere dei Minimarket.
Proprio Città della Spezia, nella sezione Economia, narrando di un incontro tenutosi in Confcommercio La Spezia, intitolava un articolo: “I Minimarket sono tutti fuori legge e comune e municipale che fanno?“.

Dunque mi chiedo: riuscirà il Black Friday a risollevare un commercio completamente atterrito dinnanzi allo strapotere dei minimarket?
Analizzando l’articolo in questione sono giunto ad alcune conclusioni su come davvero talvolta la competenza su temi tecnici lasci posto ai capri espiatori e su come il consenso popolare sia facilmente malleabile a tal proposito.
È davvero difficile per una comunità smettere di indossare i panni del qualunquismo, cessare di parlare per luoghi comuni e prendere le distanze dal più sciocco provincialismo, soprattutto quando ad essere orgogliosamente portatori della cultura dell’italietta sono individui investiti della funzione di rappresentanza per conto di organi associativi, sindacali, politici e chi più ne ha più ne metta.
Se si pensa che le balle macroscopiche vengano elargite alla popolazione soltanto in campagna elettorale si cade in errore.

Per taluni individui, quali Cesare Arioli e Lorenzo Servadei, esponenti di Confcommercio, la “balla”, la menzogna elettorale, la presa di posizione populista – nella sua più negativa accezione – sono strumenti di propaganda e, soprattutto, sono mezzucci di difesa da sfoderare nel momento in cui cresce la consapevolezza nella popolazione dell’inadeguatezza e dell’incompetenza con cui questi organi di rappresentanza di settore si muovono in relazione a politiche di analisi e di sviluppo del tessuto microeconomico.

Su Città Della Spezia viene pubblicato un articolo in cui si riporta il feroce attacco sferrato da Arioli e Servadei durante il recente vertice di Confcommercio nei confronti del crescente mercato (e per estensione dunque al relativo bacino d’utenza) dei Minimarket a gestione Cingalese o Bengalese.

La strana questione è che, come al solito, non si è cercato di capire il perché del cattivo andamento del commercio cittadino ma, al contrario, i due autorevoli e dotti economisti (illustri intellettuali che tutto il mondo ci invidia) si sono avventati su un nemico virtuale, cercando di far passare la capillare diffusione di questi Minimarket come la causa degli insuccessi palesi dei commercianti spezzini e delle politiche di Confcommercio e non come un’eventuale conseguenza.

Ora, poiché però questa breve sinossi potrà sembrare una risposta priva di concretezza verso quella che – a mio umile modo di vedere – si dimostra come l’ennesima esternazione di incompetenza e paraculaggine, andiamo a smontare una per una tutte le panzane secrete dai due esponenti di Confcommercio.

Bomba numero uno: i minimarket sono tutti fuorilegge

Non so effettivamente quanti di questi piccoli esercizi commerciali operino sul mercato senza osservare le relative normative e leggi, che siano tutti però fuorilegge risulta effettivamente impossibile o quantomeno non dimostrato né dimostrabile.
Affermare una cosa di questo tipo è un po’ come asserire che tutti i politici siano corrotti e o che tutti i siciliani siano mafiosi.
In primo luogo non potrà essere certamente vero, in seconda istanza a stabilirlo saranno un giudice, un tribunale e gli organi di competenza e certamente non un esponente di Confcommercio.
In tal senso, ad asserire certe cose si dovrebbe utilizzare un minimo di cautela, poiché qualcuno potrebbe anche sentirsi diffamato e denunciare l’accusatore per diffamazione e calunnia.

Non di meno, poiché come vedremo più avanti, i due esponenti di Confcommercio accusano le autorità di non effettuare i dovuti controlli verso queste attività, non si capisce come abbiano colto il dato per loro “certo” dell’assoluta illiceità dei minimarket.
Sarebbe utile capire chi abbia suggerito loro questo dato; un cercatore d’oro? Un’astronauta? Un giocatore di calcio? Non si capisce bene…

Bomba numero due: si affranca questo tipo di commercio, scendono il valore dei fondi e degli appartamenti adiacenti o limitrofi

Dunque, iniziamo col rammentare che viviamo in un’economia a tendenza liberale e non in un sistema economico chiuso.

Quello che accade in un libero mercato è che un’impresa di qualsivoglia natura ha la possibilità di approcciare a tale mercato in diversi modi. L’approccio utilizzato da queste attività è quello della penetrazione del mercato secondo politiche di prezzo, offrendo dunque prodotti di medio valore a prezzi anche leggermente inferiori a quelli medi di mercato. Nessuno dunque affranca deliberatamente questo tipo di attività, è il mercato, con i suoi attori, a decidere a quale offerente rivolgere la propria domanda, in virtù della libertà di decidere a quale bacino d’utenza (relativo ad un bene o ad un servizio) appartenere.

Per quanto concerne l’oscillazione del valore dei fondi commerciali (ma soprattutto della quota di affitto di questi locali che, come noto, rappresentano una grande fonte di speculazione da parte dei proprietari) certo non la si può attribuire all’apertura o alla chiusura di una determinata attività a fini commerciali.
Il valore degli affitti, che evidentemente non permettono più ai proprietari speculatori di racimolare le grandi somme (molte volte in nero) a cui erano abituati, dipende dall’andamento del mercato stesso e dal fatto che l’attività a cui si affitta il locale in questione abbia o meno successo sul mercato.

Il valore degli appartamenti nelle zone in cui operano questi minimarket dipende poi dalla percezione del cittadino e del fruitore dell’eventuale servizio di locazione di un appartamento. Se il sentire comune percepisce un minimarket nello stesso modo in cui percepisce una casa chiusa, una bisca clandestina o un covo di spacciatori, allora questo è un problema di percezione ed educazione civica da parte della comunità, non certo del minimarket.

Bomba numero 3: chi lavora nei minimarket è sfruttato e, addirittura, chi apre questo tipo di attività è costretto a farlo con soldi di altri e rivolgersi sempre agli stessi fornitori

Questa è la balla che più di tutte mi fa sorridere, poiché nasconde in sé l’intrinseca tendenza a raccontare bugie senza vergogna da parte di chi si espone in questo modo, cercando di far passare cose e questioni normalissime per uno scandalo addirittura umanitario.

Dunque, secondo un’inchiesta di un noto programma televisivo di informazione, andata in onda recentemente su La 7, i dipendenti dei Minimarket sono (almeno questo vale per il campione analizzato dai giornalisti) tutti regolarmente assunti, con contratti “poveri” ma regolari.

Stessa cosa certo non si può affermare per la maggior parte degli esercenti spezzini e per i loro dipendenti, i quali, questi ultimi, sono sommessamente costretti ad operare in nero per gran parte delle ore lavorative, in virtù di un patto omertoso di tolleranza nel quale il datore cerca di far passare l’assunzione del dipendente come un favore che egli fa al dipendente. Ecco, che si cerchi di far passare i Bengalesi o i Cingalesi come sfruttatori, quando i primi ad approfittarsi del lavoro subordinato sono i nostri esercenti lo trovo quantomeno curioso.

L’apoteosi però la si raggiunte quando si afferma che incredibilmente i titolari di questi minimarket aprano ed avviino la loro attività con soldi di altri.
Non vedo di cosa ci si dovrebbe stupire.
Il finanziamento da terze parti non mi risulta sia un capo d’imputazione contenuto nel Codice Penale.
Dagli albori del commercio chi desideri avviare un’attività lo può fare tramite l’autofinanziamento o tramite un finanziamento da parte di terzi soggetti, siano questi privati, istituti di credito, banche, fondi di investimento, piattaforme di raccolta capitali, ecc… Dunque il fatto che si tenti di far passare una pratica non solo comune ma addirittura quasi indispensabile per uno scandalo dovrebbe far comprendere la povertà delle argomentazioni degli esponenti di Confcommercio La Spezia e dell’incompetenza dilagante nell’organizzazione.

In ultimo, ma non ultimo, trovo assurdo che ci si scandalizzi nel momento in cui un’esercente, facente capo a qualsivoglia catena di negozi, si veda costretto a rivolgersi agli stessi fornitori.
Poiché determinate politiche sono decise a monte e non da chi riceve l’autorizzazione ad aprire un punto vendita, credo non sia utile insistere su questo punto. Al fine però di fare chiarezza sulla questione è bene sapere che Unieuro si rivolge agli stessi fornitori, Mc Donald si rivolge agli stessi fornitori, Spizzico si rivolge agli stessi fornitori, Coop si rivolge agli stessi fornitori, e così via…

Bomba numero 4: se non ci mettiamo in regola per noi arrivano i sequestri e per loro no

Questa la trovo davvero puerile ed inconsistente e, non di meno, denota una grande ignoranza nel settore, nonché lascia intravedere un latente senso di revanscismo e di rivalsa nei confronti di chi ha più successo e/o è in qualche modo diverso da noi.
È il tipico discorso di chi viene beccato a rubare in casa di qualcun altro e si difende dicendo “perché avete preso me e non gli altri, soprattutto quelli che tra gli altri sono stranieri”; come se il fatto che anche altri rubino giustificasse la tendenza media dell’italiano a fregare la collettività.
In ogni caso anche qui si riscontrano balle su balle di varia natura.

In primo luogo le Partite I.V.A.
In Italia superano le 800.000 unità e, secondo le statistiche – come anche ha ricordato il dottor Piercamillo Davigo durate una recente conferenza – gli esercenti o i possessori di P. I.V.A nel nostro Paese rischiano di subire un controllo da parte di Guardia di Finanza ed autorità competenti una volta ogni 2000 anni. Se si comincia a raccontare la realtà per quella che effettivamente è si può solo dedurre che questo “mettere le mani avanti” da parte degli operatori del settore commerciale sia sintomatico di una lunga coda di paglia.
Invero poiché i possessori di P.I.V.A stranieri o di origine straniera in Italia sono molto minori rispetto alla totalità degli appartenenti alla categoria, risulta ovvio comprendere che l’incidenza su di loro e la frequenza dei controlli sarà notevolmente più bassa.
Dunque Arioli e Servadei sostengono, direttamente o indirettamente, che sarebbe giusto intensificare i controlli agli stranieri possessori di P.I.V.A così che si possa dimostrare che anche questi evadono il fisco, rubano ove possibile e non rispettano le norme che regolano il mercato.
Il fatto è che gli esercenti italiani dovrebbero accogliere i controlli senza problemi e dovrebbero essere orgogliosi di rispettare le regole, discriminando chi tra essi le regole non le rispetta e non cercare di spostare la lente d’ingrandimento sugli stranieri, sui Cingalesi e i Bengalesi per cercare di guadagnare un po’ di tempo o cavarsela ancora per un po’. Ecco l’italietta che avanza.

Bomba numero 5: Come mai la guardia di finanza non controlla le loro fatturazioni?

Nonostante abbia già risposto ampiamente alla questione dei controlli è bene sottolineare alcune cose..

Nel caso Arioli e Servadei non lo sapessero (come probabilmente non sanno nonostante la loro profonda scienza), gli organi competenti effettuano dei controlli a campione e, solo nel caso in cui vengano riscontrate delle irregolarità possono proseguire eseguendo indagini ed accertamenti.
La Guardia di Finanza non ha l’autorità per effettuare un’azione di controllo accanito a seconda dell’etnia o della razza del possessore di P.I.V.A.
Se effettuando controlli le autorità continuano a riscontrare irregolarità nello svolgimento dell’attività commerciale da parte di italiani è perché questi le irregolarità le commettono e non dipende dal fatto che controllino o meno le attività dei Bengalesi o dei Cingalesi.
Inoltre, rammento, gli esercenti italiani sono in numero maggiore rispetto agli stranieri ed è dunque logico che statisticamente i controlli ricadano in maggior quantità sui primi. La stessa identica cosa avverrà, a posizioni invertite, in Francia o negli Sati Uniti, dove gli esercenti di origine italiana (dunque stranieri) sono in numero inferiore.

Bomba numero 6: Lo scivolo per i disabili

Addirittura Arioli dall’alto della sua cultura contesta il fatto che questi esercizi non dispongano di scivolo per i disabili.
Dunque, che si cerchi di spostare l’attenzione su una questione di tale delicatezza risulta veramente puerile.

In primo luogo si evince che questo sembri essere un peso per gli esercenti spezzini, come se su di loro gravasse l’annosa incombenza del munirsi di uno scivolo per i disabili e, esposta come la espone Arioli, pare quasi che per gli esercenti spezzini sia un torto.
Certo, tutti gli esercizi devono rispondere a questo adempimento, ma non tutti gli esercizi commerciali spezzini vi rispondono.
Inoltre se la struttura dell’ambiente dell’esercizio non impedisce la mobilità del disabile la questione non si pone.

Bomba numero 7: mi sembra che anche oggi in questa città ci sia sempre verso il cittadino straniero un “occhio di riguardo”

Vorrei fosse chiaro che la campagna elettorale si è chiusa ed i giochi sono fatti.
Per smentire, comunque, questa ennesima panzana mi limiterò a domandare direttamente ai succitati rappresentanti di Confcommercio quali siano i favori che le comunità straniere ricevono oggi a La Spezia rispetto ai cittadini autoctoni.
Sarà che per lavoro ho girato l’Italia intera, sarà che sono avvezzo a rapporti con cittadini di altre nazioni e continenti, ma credo di non aver mai visto una città con così pochi cittadini stranieri o di origine straniera in posizioni di rilievo.
Non mi pare inoltre che ai cittadini spezzini sia negata la possibilità di avviare un’attività, di passeggiare liberamente per la città, di comperare e fare acquisti ove meglio credano, di portare a passeggio i propri animali domestici (senza nemmeno poi osservare la raccolta delle feci dei propri cani) ecc…

Dunque basta, basta balle, basta formulette semantiche ingannevoli, soprattutto smettiamola di scaricare sugli altri le responsabilità dei nostri fallimenti;
perché altrimenti gli asini volano, Mussolini è stato un grande statista e l’importante è sempre e comunque andare allo stadio a ragliare.

PS: non preoccupatevi, col Black Friday tutto passa.

 

Leonardo Pierri

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5 Comments

  • Andiamo a visitare le capitali europee e ammiriamo il loro multiculturalismo, i loro tipici negozi stranieri, e poi noi li trattiamo come appestati e capi espiatori…
    La Spezia è solo un esempio…quella mentalità là si trova in molti altri luoghi
    Bel post di Pierri!

  • povera gente…sono circondati da idioti
    capisco che spesso il loro modo di fare risulta pesante e che si tratta di una situazione fastidiosa, ma strumentalizzare la politica in questo modo sulla pelle della povera gente è vergognoso!

  • io non mi fido molto di quei posti,però ovviamente renderli la causa del crollo economico di una città è la solita ridicola propaganda.
    sono d’accordo con le riflessioni dell’autore

  • Ma poi…questi eroi della patria a tutti i costi non si pongono la domanda del perché moltissimi loro compatrioti italici vanno a comprare da questi “invasori” affossatori del mercato italico?
    Non sarà…forse…perché lì comprano con la stessa cifra il doppio di quello che comprerebbero in “territorio italianissimo”…?
    …e siccome la soglia di povertà si fa sempre più baratro e meno soglia…è presto spiegato il fenomeno…!
    BuonaSpesa a tutti…!

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