La sigaretta

I vizi annoiano, gli sfizi divertono

Voglio parlare delle sigarette, ma da un punto di vista diverso della solita rottura di cojoni che sso’-stati-i-film-a-diffonde’-‘sto-viziaccio.

Continuando la lettura si smette facilmente di fumare senza perdere lo sfizio d’una splendida boccata. Non ci credete?

Mettiamo subito le cose in chiaro: io non fumo. Fumare fa ingiallire i denti e fa venire le rughe. Ponendosi in quest’ottica si aiuta chi vuole darci un taglio assai più del terrorismo psicologico da risonanza magnetica. Credo che la peggior cosa che possa capitare a un fumatore sia dirgli che deve smettere. La prima reazione che si provoca è un sonoro che ppalle, la seconda è la ricerca dell’accendino. Io non consiglio di smettere di fumare, perché rinunciare ad un piacere? Consiglio soltanto di trasformare il vizio in sfizio dopo aver capito cos’è davvero una sigaretta.

 

Vado subito al sodo: la sigaretta è uno strumento diabolico. Non essendo un prete, non uso questa espressione col tono di chi mette in guardia da una strada che spinge al peccato, anzi. Dico solo che è uno strumento diabolico come tutte le cose che attirano parecchio ma che fanno solo male. Quindi il primo passo da fare è sapere perché attiri parecchio. Io credo che l’attrazione sia dovuta alla sua diabolica poliedricità, che le consente d’insinuarsi in maniera subdola nelle nostre giornate come poche altre cose. Mi spiego meglio.

Innanzitutto, la sigaretta è piccola, ed essendo piccola, ce la portiamo dove vogliamo. La mettiamo in tasca insieme a diciannove sorelle, l’estraiamo quando ci garba e la fumiamo nei luoghi più diversi. La forma, insomma, facilita la diffusione. Pensate che il cioccolato è nato liquido ed elitario e che s’è massificato solo quando un industriale americano intuì che poteva diffonderlo facilmente rendendolo solido. Intendo dire che, sì, ci piace quel cane di rara bellezza che è l’Alano blu, ma mica ce lo possiamo portare nel bagno di scuola od in sala d’attesa come una Merit o una Muratti? Ecco, la forma è la prima facilitazione della sua diffusione. Se si pensa che poi fumandola si riduce fin quasi a scomparire, il gioco è fatto: divieti a parte, la sigaretta l’accendiamo ovunque.

Un altro aspetto della sua poliedricità è che produce delle nuvole di massa d’aria. Avete mai fatto un paragone tra le nuvole di fumo e i balloon d’un fumetto? Guarda caso il modo in cui i fumettisti usano contenere il pensiero del personaggio ritratto in primo piano è proprio una nuvolaglia di massa d’aria. Questa scelta dipende dal fatto che l’immagine che ciascuno di noi darebbe al pensiero è una nuvolaglia. Insomma, la sigaretta favorisce la riflessione, e non è un caso che l’accendiamo assai volentieri quando dobbiamo sforzarci a pensare o vagare con l’immaginazione. Pensate che, per calmarle, fumare era addirittura consigliato alle gestanti!

La sigaretta, poi, è una clessidra. C’è chi campa di rendita e c’è chi deve lavorare. Chi campa di rendita l’accende perché vuole spezzare la noia, chi deve lavorare l’accende perché vuole un intervallo. In entrambi i casi si tratta di una pausa, e la pausa per esser tale dev’essere limitata. Bisognerebbe stare con l’orologio alla mano per non prolungarla fino a compromettere le cose da fare, ma questo la rovinerebbe perché genererebbe ansia, impedendoci d’ottimizzare quegli splendidi cinque minuti di relax. Ma chi volete che si metta col cronometro in pugno pregando Iddio che il trecentesimo secondo venga più tardi possibile? Salvo casi clinici, nessuno. Ed ecco che interviene la sigaretta, che consumandosi un po’ alla volta funge in un sol colpo da clessidra, da fonte di riflessione e da fonte di piacere. Nelle pause la riflessione si manifesta sotto forma di nuvole che sfrattano quegli odiosi pensieri da lavoro dissolvendoli nell’aria come per incanto. Il piacere è generato proprio da questo, cioè dalla capacità di sgombrare la mente, mica la stanzetta di casa. Dunque, accendiamo ben volentieri una sigaretta durante le pause.

Ad ultimo, la sigaretta si abbina con le magnate. S’è sempre detto che fumare faccia digerire e, non fosse per quanto è nocivo, sarebbe pure vero. Vero e paradossale. Per esempio, dopo essere stati alla sagra della porchetta d’Ariccia, tutti hanno un naturale bisogno di respiri più profondi per smaltire quel po’ po’ di roba prudentemente innaffiata col vino rosso de li castelli. Ebbene, in questi casi una sigaretta aiuta nella respirazione. Ma ve l’immaginate quindici commensali ubriachi prendersi per mano a fine pasto e dire compunti adesso respiriamo tutti profondamente? Ma no… macché… ma ci sarà chi gozzoviglia qui e chi gozzoviglia lì, ciascuno badando alla respirazione profonda per i fatti suoi, chi con una Camel light, chi con una Benson, che costa pure meno. Non siate precisini: lo so che questo ragionamento regge fintantoché non si trascenda nella gara di rutti. E’ ovvio che la gara di rutti è sicuramente più digestiva delle sigarette.

Ma la svolta nella filosofia della sigaretta me l’ha offerta l’eterno abbinamento con il caffè. Caffè e sigaretta? Ci prendiamo il caffè? Oddio ho dimenticato le sigarette. La chiediamo a qualcuno, la chiedi tu? Vedi se quello te la offre. La particolarità del caffè è la permanenza del suo sapore in bocca. Diciamola tutta, fa schifo bruciarne il sapore con la sigaretta. Non a caso dico bruciarlo, perché se c’è un verbo che un buon caffè non tollera questo è bruciare. Pensate a quando dimentichiamo la moka di casa sul fuoco, per esempio. Il caffè si rovina. E allora perché la sigaretta è sempre abbinata al caffè? Credo che ci siano due risposte. Un po’ perché si prolunga la pausa, aggiungendo a una clessidra liquida, che in più è da sorseggiare, una clessidra gassosa, che in più è da consumare con calma: c’è poco da di’, col datore di lavoro due scuse is meglio che uan. Un po’, anzi un bel po’, perché i simili stanno bene con i simili, e quindi tutte le cose che fanno male stanno bene con le altre cose che fanno male, finché non si riuniscono in forma associativa fondando un club: il circolo vizioso. Il caffè non farà proprio male, ma certo non fa bene come il sedano o le carote. La cioccolata non farà proprio male, ma certo non tonifica i muscoli o elimina le carie. La sigaretta, che fa certamente male, sta bene sia col caffè che con la cioccolata. Poi con la magnata, poi con la bevuta e poi con tutte queste cose che Luciano Onder consiglia caldamente a “Medicina Trentatré”. Sono i circoli viziosi. Basta spezzarli e si smette di fumare.

 

A questo punto, gli sfiduciati, i pessimisti e i disfattisti possono pure smettere di leggere. Gli altri, continuando, smettono di fumare.

Provate a fare una giornata diversa dal solito.

Vi svegliate, vi mettete la tuta e fate attività aerobica. Dopo aver sudato, mangiate pochissimo e bene: latte, frutta, marmellata. Tutto senza esagerare, se no cadete nel vizio, che telefona alla sigaretta. Poi lavorate, poi pranzate correttamente e poi bevete molto. Sì, ma intendo acqua. Ebbene, non avrete nessuna voglia di fumare. Essì, perché così avete cambiato comitiva. Da quella che se la fa al circolo vizioso siete passati a quella che se la fa al circolo virtuoso, e lì il fumo non ci va mai. Non avrete fatto alcuno sforzo, ma avrete innescato un processo che vi farà cancellare la sigaretta dalla rubrica telefonica e da Facebook.

Ma si può campare una vita di frutta e verdura? E lo dite proprio a me, certamente no. Quando bisogna darci dentro, bisogna darci dentro. Ma il fatto è che etimologicamente divertirsi significa proprio questo: cambiare strada. Se la strada è sempre quella, una magnifica festona sopra le righe non sarebbe divertente. Sarebbe la solita cosa, sarebbe drammaticamente noiosa. Quindi non bisogna rinunciare all’importanza del divertimento con gli amici del circolo vizioso, che sono più simpatici e che se uno non li chiama mai si offendono. Basta non andarci sempre, sennò sai che palle. Ah, a proposito, magari quando ci ripassate raccontate pure che v’ho consigliato un film esagerato che parla proprio di loro. Si chiama “Thank you for smoking“. Fatemi sapere.

Giuseppe Pastore

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