La Sfera -Where Man Breaks (recensione…)

Un dark-prog-metal che ti avvolge in un abbraccio e poi ti sperona con una sferzata violenta ed esplosiva...

L’essenziale manifestazione della Natura è rappresentata da linee curve. Si veda il cerchio: quello solare, quello lunare, il gioco dell’acqua quando, cadendovi un sasso, si agita creando cerchi concentrici che si allontanano sino a rompersi in bianche spume sulle sponde della taciturna spiaggia, dove posano i nostri piedi… proprio su una grande sfera: la Terra. Si capisce che l’immaginario di questa band romana parte da qui, fino a preoccuparsi degli esseri che la abitano quella sfera. ”Where Man Breaks” (Buil2Kill Records) è un concept che racconta l’evoluzione e la decadenza della specie umana sul pianeta Terra, ma rimane anche un eccellente album nu metal, sebbene trattasi di quello alternativo degli anni 2000!

L’aspetto più interessante dell’album è il come La Sfera sia riuscita così bene a coniugare queste premesse filantropiche non attraverso espliciti contenuti di denuncia critica, non di rado convenzionali, ma attraverso l’esistenzialistica delle liriche e di un immaginario innanzitutto artistico, a partire dalla copertina dell’album che tanto mi ricorda il film d’animazione “Princess Mononoke” del geniale Hayao Miyazaki.

 

Tra le liriche si intravede subito la consapevolezza della perdita del “senso” più importante, quello dell’intuizione universale che l’uomo ha perso di fronte la paura della morte, e della conseguente perdita di una comunicazione che se ne è andata a farsi fottere, a cominciare da quella con cui l’uomo si rivolge a se stesso. E questo malessere prosegue a squarciare l’anima, tra paure e curiosità, in cerca di una luce a cui sacrificare il proprio cuore, in cerca della chiave che apra una porta di quel labirinto atto a ripresentarci continuamente le stesse scelte. Le stesse che ci fanno incazzare oltremodo contro l’ipocrisia imperante, un fatto questo che radica sempre più le tenebre, un cielo notturno che copre tutto ciò che abbiamo conosciuto… la risposta su cosa sia questa pressa asfissiante rimane in sospeso, in mano agli ascoltatori… ai posteri l’ardua sentenza. Per fortuna tale quesito si adagia tra le note di una luce, quella delle melodie e delle atmosfere di “A Gray Sky“, alla cui magnificenza sembra essere affidata la speranza.

 

Ma attenzione amici, siamo di fronte ad una band che ha le palle sia di nome che di fatto. La Sfera suona, e spacca di brutto. Lo fa certo con i guanti, ma le strutture ritmiche sono di ottime intenzioni. Ed ecco che, lo ammetto, anche per deformazione personale, quando attaccano i riff giusti, quelli metal, si balla che è una bellezza! La stessa iniziale “Sixther” dopo averci illuso per un po’ ci mette subito le cose in chiaro. Anche se, senza respiro, è con l’attacco di “First Sunrise” che abbiamo, ancora all’inizio, la conferma che il disco ci farà fremere, per poi cullarci sempre con delle melodie davvero notevoli per questa dimensione musicale. Nondimeno, è sempre con i riff quali quelli di “Oh Mother (If You Could)” che ci conquistano e riescono ad inocularci melodie e concetti in modo esaltante. Immaginatemi quindi su “D-Hado” o sull’attacco di “Black Box” come possa aver ballato e pogato pure da solo con me stesso, laddove in quest’ultima le tastiere riescono tra l’altro a fare in modo splendido quello che non avevano fatto in “First Sunrise“, impegnate com’erano a magnetizzarci lungo tutto il brano. E continuando c’è “Their Path“, la cui lenta psichedelia dark rapisce inesorabilmente, soprattutto grazie a quella voce baritonale a cui stiamo iniziando ad abituarci. Quella voce infatti o la sia ama o la si odia, senza mezzi termini ci tenta senza sconti, è un’esperienza, la sua, e la nostra che stiamo li ad ascoltarla.

Sono intanto le chitarre a pennellare il percorso (?) di questo labirinto di strutture musicali, solo apparentemente semplice. Sono i loro riff, i loro arpeggi, le loro soluzioni ritmiche e sfumature a costruire la cornice dal disegno progressive, il tutto a creare degli arrangiamenti davvero suggestivi, sempre pronti a colpirti quando meno te l’aspetti con soluzioni melodiche e fendenti tecnici di sicuro impatto.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile inoltre, se il basso non fosse riuscito a tessere le sue tele in quel modo così chirurgico, così armonico, una ritmica non poco facile da incastrare tra l’altro con lo scheletro di tutte queste strutture, quelle sorrette dall’eleganza della batteria, che mai si è sognata di non dire la sua. Ritmo infilato nella cruna dell’ago con una maestria ancora una volta eccellente, quasi a creare un valore aggiunto, un colore pastello.

 

Ci vorrà un po’ per sfondare il muro di un’apparente dark metal di questa band, di un’elettronica psichedelica votata alla melodia, ma sarà una sorpresa se porteremo pazienza, così coccolati da un avvolgente abbraccio e poi speronati da una sferzata violenta ed esplosiva. Come per ogni originale ed eccellente lavoro, l’impatto può risultare temporaneamente indolore, ma solo perché il seme si sta innestando nel subconscio, da cui deflagrerà non appena lo spazio della nostra anima sarà stato del tutto violentato… conquistato. A quel punto li amerete, non potrete farne a meno.

 

La Sfera è una band italiana che può dire la sua ovunque… in qualsiasi parte di questa Madre Terra da loro stessi tanto venerata.

Fatale

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Where Man Breaks
Registrato e missato da Claudio Spagnuoli (Le Mani, Klimt 1918, Son Pascal, Kardia, Divenere) agli Oz Studio di Roma.
Mastering by Greg Calbi allo Sterling (Lenny Kravitz, Bruce Springsteen, Talking Heads).

Daniel Pucci – Voice
Antonello Rabuffi – Drums
Giulio Nardini – Guitar
Attilio Pampena – Guitar
Daniele Roccagli – Keyb & Synth
Daniele Granati – Bass Guitar

 

La Sfera sito ufficiale (nella sezione DISCOGRAFIA si trovano le anteprime dei brani)

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