La Luna

L'allunaggio ha sancito un passaggio epocale, un'apertura verso nuove frontiere, un inno al progresso che tuttavia spesso non rende l'umanità protagonista

Un omaggio, spero gentile, all’emblema che “attesta” il piccolo cyborg di Uki

 

«E la luna rimarrà la lunae ci saranno sempre giovani che al suo lume appartati / si sorprenderanno a dire parole felici…». Giuseppe Ungaretti commentò con questi versi lo sbarco dell’uomo sulla luna, in una celebre intervista rilasciata più quarant’anni fa pochi giorni dopo l’evento. Mentre tutto il mondo giubilava per la conquista del satellite naturale, il grande poeta se ne stava rinchiuso nella dimensione onirica dove si cullano gli artisti, a contemplare, come un polveroso ma dolce ricordo, la perduta inviolabilità della luna.

La luna ispiratrice di soavi pensieri, capace per secoli di instillare il sensibile fomite dell’arte a poeti, compositori, pittori; Ungaretti si sentì come amputato di una parte del corpo, di cui come accade agli amputati ne percepiva ancora la presenza. Lui rimase sempre convinto che l’umanità, da quel momento, avrebbe guardato con occhi diversi la “stella” dei poeti, quel corpo sospeso nel cielo che rischiarò le notti di DantePetrarca e Boccaccio.

Alcuni politici del XIV secolo si rivolgevano alla luna più che a un dio, che poteva non esistere, per domandare coraggio o ricevere un segno, come era solito fare Cola di Rienzo nella sua avventura politica in veste di tribuno del popolo, a Roma, durante la “cattività avignonese” del Pontefice.

Il 1969 rimarrà nella storia come l’anno dello sbarco dell’uomo sulla luna, l’Apollo 11 e il suo equipaggio catalizzarono l’attenzione del mondo intero, distogliendo lo sguardo dal terribile conflitto che infuriava in Vietnam e che sembrava non dovesse terminare.

La bandiera a stelle e strisce confitta nel suolo lunare rubò la scena al napalm dei bombardamenti; memorabili furono le dirette italiane e statunitensi (i testimoni oculari ricordano ancora la voce del grande giornalista americano Walter Cronkite), che seguirono l’impresa attimo dopo attimo fino all’agognata passeggiata di Neil Armstrong, il quale, nonostante la concentrazione massima, pronunciò la celebre frase: «Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità».

Ebbe sicuramente ragione il grande astronauta americano, tant’è che il prossimo obiettivo sarà portare l’uomo su Marte, su quel pianeta così simile alla Terra ma purtuttavia inospitale e inadatto alla vita. L’occhio dell’uomo, grazie ai potenti mezzi di cui dispone, è riuscito a scrutare l’Universo, che sovente lo sentiamo definire come uno spazio infinito pur non avendo dati empirici che confermino la supposizione, e questo ha prodotto nuovi quesiti e tolto dalla naftalina antichi dubbi, come quello sulle origini dell’Universo e sulle scaturigini della vita in seno ad esso.

 

Un quesito che tormenta la natura dei laici è incentrato sulla coesistenza di due infinità: da un lato il Creazionismo biblico e il disegno intelligente, dall’altro l’incommensurabile e inimmaginabile conflagrazione a cui abbiamo attribuito la definizione di Big Bang. Come possono coesistere siffatte enormità, impossibili da abbracciare per una mente umana? È una domanda a cui penso sia difficile dare una risposta univoca e inconfutabile. È un fatto che il progresso produca nuove realtà a cui sono inscindibilmente legate ipotesi, domande, problematiche in continuo divenire. Quesiti che se lasciati al solo dominio della scienza, e sovente a derive scientiste, senza punti di riferimento alti e luminosi assisteremmo al trionfo del relativismo culturale, contro cui la Chiesa si scaglia. Solo la scienza pare in grado, con i suoi “dogmi” suffragati da dati empirici, di sciorinare certezze a cui l’uomo si aggrappa come un naufrago, per evitare di essere inghiottito da un elemento fisiologicamente lontano dalla sua natura.

Il problema della fede emerge chiaro, l’uomo si sente più al sicuro entro le ragioni della scienza, poiché fornendo numeri e teoremi esperibili conferisce concretezza, visibilità e tangibilità agli enunciati. Mentre la fede religiosa è priva di numeri e dati e, ci chiede, di credere incondizionatamente senza porre domande e senza aspettarsi risposte. Credere nell’amore che nasce, vive, e si irradia da Dio abbandonandosi ad esso. Gran parte dell’umanità sembra smarrirsi in orizzonti così poco definiti.

L’intelligenza degli uomini ha generato un progresso straordinario che aiuta enormemente ad affrontare la vita e ad alleviare le sofferenze, basti pensare ai passi in avanti compiuti dalla medicina, ma che al contempo ha generato una prosopopea sotto la cui egemonia l’uomo assurge a possessore dell’unica verità. Se nel Medioevo si toglieva la parola Dio la struttura del mondo collassava. Nell’epoca contemporanea se al nostro orizzonte Dio scompare, il mondo non collassa più. Crollerebbe se eliminassimo la parola tecnica.

Siamo partiti dai versi di un grande poeta del novecento, tra quelli che maggiormente prediligo, per finire con una stringata analisi dello stato attuale del genere umano. La conquista della Luna ha sancito un passaggio epocale, un apertura verso nuove frontiere, un inno al progresso che tuttavia deve essere dominato dall’uomo.

Progresso non è sinonimo di civiltà, il progresso aiuta la civiltà solo se l’uomo riesce ad esserne protagonista.

Giuseppe Cetorelli

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