Irlanda 1970: quando i pub sostituirono le banche

Si può vivere senza banche senza che l'economia collassi? Gli irlandesi sanno la risposta meglio di chiunque altro

Nella società in cui viviamo il peso specifico delle banche è certamente ben riconosciuto. Il sistema bancario è un efficiente metodo per investire, accumulare e distribuire capitali, esistente in tutte le nazioni del mondo. Un pilastro della società dei consumi. Una garanzia per regolare i flussi di liquidità. Un elemento essenziale per un corretto funzionamento dell’economia. D’altra parte però, le banche sono state spesso al centro di diatribe politiche e scandali, in Italia come in tutto il mondo. La loro importanza come regolatori dell’affidabilità del mercato le ha rese antipatiche, arrivando a farle apparire come i tentacoli del potere finanziario, oligarchico, che spreme e opprime i meno abbienti con la forza delle sue spire.

Ma cosa succederebbe se non ci fossero le banche?

Il 4 maggio del 1970, chiunque avesse ordinato una Guinness a Temple Bar, Dublino, avrebbe di certo notato i titoloni dell’Irish Indipendent:”Chiusura delle Banche“. Proprio così. Gli impiegati del settore avrebbero scioperato, non sarebbero andati a lavorare e quindi le banche sarebbero rimaste chiuse fino al raggiungimento di un accordo. La decisione seguiva una linea già intrapresa nel 1966, volta a denunciare la crescente divergenza tra i salari e il costo della vita, resa ormai insostenibile per i dipendenti. Ma come avrebbe reagito la società irlandese a questa serrata?
Molti politici ed economisti dell’epoca non esitarono a gridare al fuoco, allarmando e gonfiando l’incertezza delle imprese e dei cittadini: se si fosse protratta per molto tempo, la situazione avrebbe condotto a una penuria di liquidità, un crollo dei commerci e quindi a una crescente disoccupazione. Cataclismi dall’immane portata sembravano imminenti. Un’inchiesta ufficiale del Governo arrivò a definire l’Irlanda il primo caso di “Repubblica delle Banane senza banane”, umiliando la nazione di fronte al mondo. Il clima si faceva pesante ma nessuna delle due parti sembrava destinata a cedere.

Lo sciopero si concluse dopo 6 mesi, e le banche irlandesi ripresero correttamente l’attività dopo circa un anno dallo sciopero. Risultato? L’economia irlandese era sopravvissuta alla grande. Il PIL continuava a crescere, seguendo esattamente l’andamento previsto seppur nessuna persona fosse entrata in una banca per sei mesi. Certo, la pressione economica creatasi intorno al vuoto lasciato dalle banche, come spiegato in questo pezzo di Ben Norman e Peter Zimmermann, non aveva reso facile la gestione della situazione, che in ogni caso avrebbe dovuto risolversi con una riapertura delle istituzioni finanziarie. Tuttavia, il temuto e mortifero collasso della società non avvenne.
Come mai? Non potendo più andare in banca, la gente cercò di accumulare la maggior quantità possibile di contanti, custodendoli per le spese fondamentali. Per la maggior parte dei consumi però venne utilizzato da molti l’assegno come metodo di pagamento, effettuato con l’impegno di incassarlo una volta finito lo sciopero. Ma in assenza delle banche, chi avrebbe assunto il ruolo di valutazione del rischio del credito? Nella società irlandese la comunità svolge un ruolo fondamentale. E in ogni comunità che si rispetti, in Irlanda, c’è un pub. Eccola la soluzione: bastava andare al pub. I cittadini trovarono un metodo incredibilmente efficace per eludere l’assenza delle banche: i proprietari delle public house infatti, insieme ad altri gestori di servizi al dettaglio, assunsero il ruolo di centri fiduciari, valutando l’affidabilità creditizia di ciascuno e evitando il tanto temuto default. Chi meglio del proprietario di un pub, infatti, sa valutare se un suo cliente può pagare o no?
La funzione principale delle banche era stata brillantemente emulata con un sistema decentrato, seppur si trattasse di una situazione temporanea e non pianificata. Alla fine dello sciopero si calcolò un flusso di circa 5 miliardi di sterline, in pratica creato dagli irlandesi stessi. La capacità della società irlandese di auto-regolarsi e sopravvivere all’apnea della serrata fu una conseguenza inaspettata e, da un punto di vista storico, singolare.
L’assenza delle banche si trascinò dietro detriti difficili da affrontare, come il pagamento dei salari da parte delle imprese, o la stretta sulle esportazioni, e furono necessarie diverse misure di emergenza per garantire la stabilità. Tuttavia, non ci fu nessun impatto rilevante sullo stile di vita degli abitanti dell’Isola Verde. Al massimo avranno ordinato qualche pinta in più, il venerdì sera.

Questa storia, che si può leggere con maggiori dettagli – alcuni dei quali molto divertenti – nel libro “Utopia per realisti” di Rutger Bregman o in questo articolo, ha tutte le caratteristiche che la rendono un unicum difficilmente riproducibile nel 2019, men che meno in posti che non abbiano il telaio e la coesione sociale dell’Irlanda. Prenderla come esempio per dimostrare che le banche non servono a nulla sarebbe troppo semplicistico e fuorviante.
Ma dà un po’ di spolvero alla convinzione, troppo spesso sottovalutata e tenuta in freezer dalla politica, che la società organizzata in piccole comunità possa essere un organismo autotrofo, fluido, in grado di gestirsi e sostenersi. Anche di fronte a minacce apparentemente insormontabili.

Gli scioperi degli impiegati bancari continuarono fino al 1976, ma nessuno ebbe la longevità e l’impatto di quello del 1970, ancora oggi congelato nella memoria di molti come il periodo in cui i pub sostituirono le banche. Tutto molto romantico e sfacciatamente irlandese. D’altronde, non c’è niente che una pinta non possa risolvere.

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Raffaele Scarpellini
> Blog: “C’era una volta un Re

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3 Comments

  • si mandano in fallimento paesi interi per colpa delle banche e poi questi episodi ci ricordano, come spesso dice Uki, che l’economia è una convenzione, un contratto che scelgono le parti…nulla di ineluttabile. eppure eccoci qua, poveri e in recessione !!!!
    interessantissimo post. grazie raffaele!!!

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