Io mi preoccupo

Inspirare ed espirare è così semplice. Prova a farlo?

Io mi preoccupo. Mi preoccupo per gli altri soprattutto. mi preoccupo per gente con cui ho appena scambiato un sorriso, di cui non ricordo il nome, di cui non so quasi nulla.
Mi preoccupo per gli altri perché è più facile che preoccuparmi di me. Le paure degli altri, il loro dolore riesco a sentirli nella pancia. Nello stomaco. Riesco a viverli.

Riesco a sincronizzarli con la mia vita, con il mio sonno, che a distanza di un’ora e qualcosa, aggiungendo il traffico sul raccordo e i semafori perennemente rossi, diventerà insonnia. Riesco a sentire i polmoni arrugginiti dal tuo non riuscire a respirare, dal buttare giù catrame, e il rumore di ciò che saranno le sorprese mattutine allo specchio. Di tutti gli avrei voluto e se solo avessi il tempo, che scavano lentamente come una tarma.

I miei problemi no. I miei devono passare dalla testa. Devo poterne parlare un po’ sarcastica, un po’ sprezzante, come se raccontassi un aneddoto, come se non fosse la mia vita. La distanza. È l’unica via. È quello che taccio. Sono i miei silenzi mescolati ai tuoi.

E allora ti guardo dritto negli occhi, aprendoli più che posso, per aiutarti a guardarci dentro. Questi miei occhi scuri, che non so mai se si possono leggere, se non sia più facile perdercisi che ritrovarsi.
Ti guardo dritto negli occhi e smetto di giocare con le unghie, che non mangio più da Settembre, per avere qualcosa da torturare oltre me. Apro lo sguardo e vorrei allungare la mano perché tu l’afferri. Ma niente mi è mai sembrato più faticoso e goffo e sgraziato di così. Prendo un fazzoletto, un libro, l’accendino sul tavolino, il cartoncino delle impossible che ci regala una perla sull’impossibile. La prima cosa che mi capita sottomano. Abbasso lo sguardo che non hai letto, solo più tardi mi chiederò se te ne ho dato il tempo o se il tempo che ti ho dato mi è sembrato eterno solo perché ti ero davanti, aperta. Ti chiedo di parlarmi di te perché penso che conoscendo i tuoi dolori e le tue paure potrò rendermi indispensabile, accantonare le mie fino a quando il sudore non si sarà raffreddato e ti potrò parlare mentre stai dormendo, senza voce. Come i silenzi che ti piacciono. E potrò raccontarti di quanto sono stati difficili questi quattro anni, delle dichiarazioni per corrispondenza degli amori non corrisposti, della morte che ti piega la schiena e ti spiega le ali. Delle estati che odio, del mare che non m’appartiene e della conservazione della bianchezza. Dei capelli che si allungano. Delle scale del museo su cui ti scelsi, del paese dagli altari fatti d’ossa e conventi nella roccia. Di quanto l’autunno mi sembrò primavera e invece era un nuovo inferno.

Solo molto più tardi mi chiederò se il prezzo che pago per non sentirmi sbagliata, sgraziata, poco elegante, non sia proprio questa tremenda solitudine dei nostri corpi stesi accanto nel buio. E mi dico che tutto si sistemerà se l’alba illuminerà la mano che allungo mentre non guardi.

Sofia Bucci

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