Intervista a Roberto Vallerignani, autore del romanzo “Bentornati a Villa Paradiso”

Roberto Vallerignani è un libero professionista, oltre che autore di romanzi, di sceneggiature cinematografiche e di copioni teatrali. È tra gli ideatori del mensile “Liberamente“, focalizzato sulle dinamiche culturali e sociali della città di Terni, del percorso multi artistico “11” dedicato ai luoghi colpiti dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, del Premio Molè-Città di Terni per giovani attori e drammaturghi e del format multiculturale “Umbrialand”. Il suo esordio in ambito letterario avviene nel 2010 con “La Sella del Vento“, edito da La Riflessione. Con il suo secondo romanzo del 2014, “Angelo Ingordo“, si misura con il genere giallo per le Edizioni Dalietta, con cui torna a pubblicare nel 2018 il romanzo “Bentornati a Villa Paradiso“.

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Bentornati a Villa Paradiso è un romanzo giallo. Cosa la attrae di questo genere narrativo, e quali autori consiglia a chi ha apprezzato la sua opera?

Del genere mi piace la capacità che ha uno scrittore di tenere impegnato un lettore fino alla fine. Mi piacciono i gialli di Simenon perché riesce a raccontare l’animo umano senza bisogno di spargimenti di sangue. Il giallo, per i miei gusti, deve essere un pretesto per fare comunque buona narrativa. E non ci sono molti scrittori in giro capaci di questi equilibri. La prima Bartlett, Asa Larsson, qualcosa di Anne Holt. Poi amo Fred Vargas e Stieg Larsson, il primo Camilleri, Pennac… Ma Simenon è imbattibile.

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Il suo primo giallo, “Angelo ingordo”, e la sua seconda opera, “Bentornati a Villa Paradiso”, condividono lo stesso protagonista: l’ispettore Antonelli. Ci racconta brevemente di cosa parlano i due romanzi? Condividono altri personaggi oltre all’ispettore Antonelli? Sono degli stand-alone o ci consiglia di leggerli in ordine per comprendere al meglio la psicologia del protagonista?

In “Angelo ingordo” l’ispettore Antonelli viene svegliato in piena notte dall’agente Baldi per il probabile omicidio di una professoressa di storia. Mentre lui è convinto si tratti di morte naturale, l’agente Baldi insiste sulla eccessiva calma nella vita della vittima e sull’ordine maniacale esistente nella sua abitazione al momento del sopralluogo. Negli stessi giorni, vengono più volte invitati a interessarsi di strani movimenti che avvengono di notte in un parco archeologico della città. Si succedono morti e strane sparizioni, apparentemente scollegate dalla morte della professoressa, finché non irrompe in scena il Professor Della Mora, nobile decaduto, ma raffinato studioso. Dai diversi confronti tra i due, non sempre conviviali, l’ispettore si convince che ci sia un legame tra le varie morti. Il legame è stabilito dall’amore per la Bellezza di un ricco medico della città, amore che lo porterà a desiderare di possedere, più che collezionare, quadri preziosi e reperti archeologici. E per la Bellezza uccide, preso da un furore cieco di possesso.
In “Bentornati a villa Paradiso” l’ispettore Antonelli, convinto di essere ormai in pensione, si trova, suo malgrado, a indagare su un duplice omicidio avvenuto in una particolare casa di cura della città. Scavando nella vita delle due vittime, soprattutto in quella di Annarita Cardone, scopre una serie di personaggi a lei legati portatori di una doppia esistenza: frivola nella sua vita di tutti i giorni e appassionata volontaria in missione africane, lei; rispettato e ricchissimo imprenditore ma ossessionato dalla ragazza, uno dei sospettati; così come uno stimatissimo e attempato medico; e così come un suo ex ragazzo, rude nei modi ma follemente ancora innamorato di lei. Tutti sospettati di omicidio, troppi sospettati di omicidio. Quando poi il vero omicida l’ispettore lo scoverà non tra gli impensabili ma tra gli impossibili.

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Ci racconta qualche dettaglio del suo progetto del format multiculturale “Umbrialand”?

Umbrialand, alla sua seconda edizione, è un format che lega un Festival cinematografico all’educazione all’immagine all’interno delle scuole, ai laboratori sui mestieri del cinema, alla contaminazione tra cibo e cinema e cinema e territorio.

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In virtù del suo forte interesse per la commistione tra le arti, ha mai desiderato trasformare i suoi romanzi gialli in spettacoli teatrali, o adattarli e proporli per il cinema?

Sì. Ci penso ogni giorno. Ma la produzione seria di un giallo ha bisogno di fondi importanti, e questo si sta facendo ogni giorno sempre più complicato. In realtà sarebbe intrigante anche una serie televisiva. Vedremo.

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In “Bentornati a Villa Paradiso” racconta il lato oscuro che si annida in ogni essere umano, e pone la questione della dialettica realtà/apparenza in cui anche un violento assassino, se osservato da una prospettiva diversa, può attirare compassione e perdono. Nel romanzo i personaggi sono tormentati dalla necessità di trovare un senso allo squallore che li circonda, e nell’essere uniti nella lotta alla mediocrità e alle menzogne di una società corrotta, emerge un lato empatico che fa dell’opera un racconto corale che indaga le motivazioni di chi lotta per il bene e anche di chi commette il male. Un romanzo in cui c’è molta umanità, pur se essa stessa è spesso causa di dolore, come afferma Luca: “Sono gli esseri umani a rovinare ogni cosa”. A quale dei personaggi del romanzo si sente più legato, e perché?

In “Bentornati a villa Paradiso” sono molto legato al commissario Tomassini a cui sgorga improvvisa la necessità di creare. Improvvisamente e inaspettatamente, forse per il fatto di ritrovarsi da solo in una casa vuota, si infatua per la poesia e si danna l’anima per tirar giù qualcosa di decente, di apprezzabile. È quello che faccio, nel mio piccolo, ogni giorno. Poi mi piace molto il personaggio di Giliola, incarna un grande tormento, fin quasi a compiere un atto deprecabile a fin di bene.

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Dal suo romanzo d’esordio, “La sella del vento”, è stato tratto il film omonimo diretto da Andrea Sbarretti. Ha partecipato attivamente alla lavorazione del film? Cosa ne pensa del risultato?

Per un breve periodo sono stato sul set, poi problemi di salute mi hanno costretto a disertare le riprese. Debbo dire che è difficile che un terzo riesca a tradurre esattamente le emozioni che si cerca di trasmettere nella scrittura di una storia. Quindi non si può giudicare. Al di là della narrazione dei fatti, ognuno interpreta i personaggi come lui li vede, gli fa dire ciò che vuole. Per questo dico che una volta che un regista sceglie una tua opera, questa diventa la sua opera. E non si può giudicare con il proprio occhio, perché viziato dal pregiudizio. Si accetta e basta. Perché quella è la sua visione delle cose.

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Ci racconta qualche anticipazione sul suo prossimo progetto letterario?

Due progetti. Di uno ho completato la stesura, si tratta di un racconto corale di tanti personaggi apparentemente scollegati l’uno dall’altro, “Corale muta”. Ora inizia l’ingrato compito della revisione. Dell’altro sono nella fase iniziale, sarà il terzo episodio che vede protagonista l’ispettore Antonelli e racconterà, nel contorno di una serie di rapimenti e sparizioni di bambini, un violento conflitto famigliare tra diverse generazioni. Il titolo provvisorio è “Falaride”.

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Alex Pampaloni

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