Intervista a Martina Collu: autrice del romanzo “Il gitano”

Martina Collu (Cagliari,1988) è una scrittrice e insegnante. Laureata in Lingue per la Comunicazione Internazionale, ha vissuto per alcuni anni a Siviglia, dove si è formata come docente di Lingua e Cultura Straniera nella scuola secondaria. Il suo primo romanzo è il thriller “Il vestito rosso della contessa” (Edizioni DrawUp, 2018), vincitore del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea indetto dalla casa editrice Laura Capone Editore. Il suo ultimo romanzo è “Il gitano” (Nulla Die Edizioni, 2020)

  • Ci presenti il tuo nuovo romanzo Il gitano?

Il gitano racconta la storia di Morea Blanco, una donna di Gibilterra che sta per sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica per mettere definitivamente a tacere vecchi complessi infantili. La recente morte della cugina Salomè e l’incontro casuale con l’ex compagna di scuola Greta Sciaccaluga suscitano i ricordi della protagonista, che la riportano a trent’anni prima, quando Salomè e Greta, insieme agli amici Larry e Connor Benady, si macchiano di un crimine imperdonabile che ha durissime conseguenze sulle vicende attuali e potrebbe averne sul risultato delle imminenti elezioni per Chief Minister, alle quali Greta è candidata. Gibilterra, terra dai forti contrasti, s’inserisce prepotentemente nella storia e confonde i rapporti interpersonali così come stravolge le lingue che la caratterizzano. Vittima innocente di questa confusione è Morea, cresciuta nella paura di sbagliare, nel fanatismo religioso, nell’ingenuità di chi vuole proteggerla a ogni costo. Le cose cambieranno quando, dopo aver ripercorso le orme del passato, Morea scoprirà che per sentirsi completa avrà bisogno di unire mente e corpo, di perdonarsi e di perdonare.

  • Come nasce l’idea alla base dell’opera?

L’idea alla base dell’opera nasce da un generale rifiuto del diverso da parte della società, dall’incapacità di gestire le differenze e farne tesoro. Si tratta di un atto che più frequentemente le persone proiettano sull’altro perché non sono in grado di comprenderlo, ma a volte si riflette anche su noi stessi. Questo è la forma d’odio più terribile e più difficile da eradicare, perché non siamo sempre consapevoli di veicolarlo. Accade molto spesso che sia, appunto, un riflesso dell’odio altrui nei nostri confronti, di cui abbiamo interiorizzato ogni mezzo per ferirci.
Tuttavia, è possibile resistere all’odio e contrastarlo, bisogna solo aprire una nuova prospettiva, rendersi disponibili a conoscere e accogliere la diversità come un valore, come una conquista.

  • Morea Blanco, la protagonista del tuo romanzo, è una donna fragile e complessata, tormentata da un passato traumatico e da un presente claustrofobico. Come hai gestito la caratterizzazione di un personaggio tanto complesso?

Per delineare i tratti distintivi di Morea ho osservato attentamente la realtà che mi circonda e ho cercato di motivarla. Non sempre le ragioni dietro un comportamento sono chiare da subito, anche quando a compiere certe azioni sono persone che si conoscono molto bene. Credo che la mente umana sia complessa per natura, ma forse la si comprende meglio quando si impara a stare fermi ad ascoltare. Morea è un personaggio che nella sua apparente inazione dice tanto di sé, ho dovuto solo stare zitta io e lasciarle lo spazio che cercava.

  • Dalla tua opera: “Fuori è pericolo, dentro è conforto. Le mura domestiche, i four corners, la lingua di terra in equilibrio sulle onde”. Hai ambientato il tuo romanzo a Gibilterra, una terra di confine caratterizzata da una mescolanza di lingue e di culture. La particolare natura di Gibilterra diviene il simbolo del dissidio interiore della protagonista; vuoi parlarcene?

Certamente. Gibilterra è un luogo al limite, a cui piace definirsi e definire, e che molto spesso viene definito, quasi sempre in maniera errata. Per esistere autonomamente dovrebbe emanciparsi dalla “madrepatria”, diventare a tutti gli effetti indipendente e non lasciarsi incatenare da interessi politici ed economici. Da sempre, è una terra che appartiene a qualcun altro e ben poco a sé stessa. Gli inglesi la denigrano per non essere abbastanza inglese e gli spagnoli si sentono traditi da un figlio recalcitrante, geograficamente impossibile da allontanare da sé.
Anche Morea conduce un’esistenza al limite, definita da drastiche dicotomie: dentro o fuori, bene o male, uomo o donna, verità o menzogna. Per avere pace, bisogna trovare un punto d’incontro o cambiare prospettiva, perché dentro può essere anche fuori, a seconda di dove ci si trova; la verità non è solo una, “sono tante le verità”.

  • Nel romanzo Il gitano si affronta il tema dell’accettazione di sé: “È in questo che ci somigliamo, io e Salomè. Io e Greta. Siamo creature che si impegnano a mimetizzarsi, anziché ammirarsi; a ostacolarsi, a punirsi, anziché amarsi”. Quali sono gli altri temi portanti dell’opera?

Al tema dell’accettazione di sé e dell’altro da sé, quindi al rapporto con la propria identità e con quella altrui, si lega inevitabilmente la tematica della libertà individuale, di cui i personaggi appaiono privi o di cui sono derubati da qualcuno che li ha preceduti, o dai propri demoni interiori. Morea, Greta e Salomè sono personaggi paralizzati, a metà tra la ripetizione automatica di certi rituali sociali e il cambiamento vero e proprio, come tutti i gibilterriani, che si trovano intrappolati in codici morali non più attuali ma che tardano a scomparire.

  • Come definiresti il tuo stile di scrittura?

A tratti sobrio e analitico, ma anche intimo, che non prende troppo le distanze dalla storia raccontata.

  • Vorresti parlarci del tuo thriller d’esordio Il vestito rosso della contessa?

Il vestito rosso della contessa è un romanzo pubblicato da Edizioni DrawUp nel 2018. Anche qui, come ne Il gitano, la protagonista è una donna insoddisfatta della vita che conduce, che per risvegliare i propri sensi si butta a capofitto nelle indagini sulla misteriosa scomparsa del figlio di una enigmatica contessa, pur non essendo una detective. Le vicende, che seguono lo strampalato itinerario di un rito esoterico, la coinvolgono a tal punto da perdere la facoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. Tra le sfumature di una trama tipicamente poliziesca in realtà è celata una ricerca più profonda, quella dentro l’anima di una persona che ha ancora tutto da perdere. La storia è ambientata a Siviglia, in Spagna, luogo in cui ho vissuto e che amerò per sempre.

Frank Lavorino

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