Intervista a Margherita Geraci, autrice del libro “Leviathan. La prima legge”

L’autrice Margherita Geraci è nata nel 1997, ha frequentato l’Università degli Studi di Palermo e insieme ai suoi genitori ha girato l’Italia per lavoro e ha vissuto sempre in una caserma militare; esperienza che l’ha portata poi a scrivere il suo primo libro: “Leviathan – La prima legge“, il suo romanzo d’esordio edito dal Cignonero

  • Chi è Margherita Geraci?

Sono la classica ragazza che vive più dentro ai libri che nella vita reale, è così da sempre, ho imparato a leggere a tre/quattro anni e da allora non ho mai smesso! Ho veramente tante passioni che abbracciano diverse aree, alcune totalmente in contrasto tra loro: quando non studio mi piace passare i pomeriggi a leggere, scrivere, suonare o disegnare. E prima della pandemia una cosa che amavo fare è il wingtsun, arte marziale che poco sembra abbracciare l’indole quasi sedentaria della mia componente “lettrice”.

  • Come ha vissuto i continui cambiamenti dovuti agli spostamenti della sua famiglia inerenti agli impegni lavorativi?

In quanto “figlia dell’esercito” i trasferimenti d’autorità ci sono stati, la maggior parte quando ero molto piccola, in genere per breve tempo, qualche mese al massimo. Quello più importante, che credo abbia più influito sulla mia personalità, è stato il trasferimento a Milano, a otto anni. In realtà anche questo ha dato un piccolo contributo a Leviathan. A undici anni non sapevamo se da Milano ci avrebbero poi trasferiti a Messina o meno e io chiesi a mio padre sulla base di cosa l’esercito scegliesse quali militari far partire e trasferire. Lui mi rispose col suo sorriso fermo “siamo dei numeri” e questa frase è rimasta dentro di me, fino a creare una caserma in cui i volontari vengono chiamati solo con dei numeri.

  • È vero che “Leviathan – La prima legge”, il suo romanzo d’esordio, è stato ispirato proprio da questa condizione di vivere sempre nelle vicinanze di caserme?

Sicuramente questo ha influito molto. Mio padre è un tenente colonnello dell’esercito e dunque sono praticamente nata e cresciuta nelle caserme. Sono stata battezzata nella cappella della caserma e ho festeggiato diversi compleanni all’interno della stessa, i miei compagni di scuola lo ricorderanno bene. Ho anche scoperto l’affascinante mondo dell’autodifesa, lì dentro, iniziando a praticare WinTsun, che oltre che un’arte marziale è diventato per me uno stile di vita, e ho persino guidato per la prima volta la macchina di mio padre, nel parcheggio della caserma. Per me caserma è sinonimo di seconda casa.

  • Ci parli dei personaggi chiave del romanzo

Protagonista indiscussa è Alice, una giovane che a quindici anni si ritrova senza famiglia, costretta a nascondersi e a badare al cuginetto per cinque anni, finché non viene costretta ad arruolarsi insieme al suo peggior nemico: gli Avvistatori. La sua personalità è decisa e forte ma è spesso troppo provata e sull’orlo del crollo. Al suo personaggio si contrappongono due figure totalmente diverse da lei: la prima è Numero Sette, sua compagna di avventure, proveniente dal Leviatano e abituata agli agi della Città, che si diverte a infrangere le regole solo per il piacere di farlo. Poi c’è Loris, il figlio del generale, duro e freddo Avvistatore che metterà a dura prova la pazienza di Alice cercando ossessivamente di controllarla. Ma il ragazzo, dopotutto, potrebbe solo vivere in una gabbia dorata che non ha scelto.

  • Dove è ambientato?

È ambientato in una futuristica e oserei dire post-apocalittica Italia, dove i pochi sopravvissuti a una serie di guerre e catastrofi si sono rifugiati all’interno del Vaticano, che, finito in mano ai laici, è diventata la nuova capitale da cui rifondare le nuove comunità che circonderanno l’unica superstite: il Leviatano.

  • Quanto c’è di autobiografico nella storia?

Non mi sono mai posta molto la domanda ma credo che in parte Alice rappresenti un po’ il modo in cui la me quindicenne immaginava una me più adulta. Ma c’è un po’ di quello che sono in ogni personaggio, credo. Passioni, paure, paranoie, tormenti.

  • Cosa pensa dell’editoria italiana?

Penso che l’editoria italiana sia molto varia. A livello di editori non sempre si ha la fortuna o l’astuzia di non cadere in alcune “trappole”, di quelle che in cambio di promesse di case e castelli ci si ritrova con un pugno di sabbia. Ho conosciuto gente che ha speso migliaia di euro per pubblicare il proprio libro senza averne mai davvero visto l’atterraggio in libreria. Ed è un peccato che molti pensino che sia per tutti così. Io ho avuto la fortuna di trovare una casa editrice che oltre ad aver deciso di credere in me, non avendo voluto un centesimo per la pubblicazione, è sempre pronta e disponibile a eventuali domande o chiarimenti. Ricordo ancora la prima telefonata ricevuta da Federica, lei era entusiasta, non voleva pubblicarmi perché doveva ma perché credeva nella mia storia, per me è stata un’emozione meravigliosa. Quindi credo che ci siano davvero molte componenti, nell’editoria italiana, che pubblicano per passione e con passione. Ed è su queste che dovremmo puntare.

  • Quali consigli darebbe a un neo-scrittore?

Il consiglio che mi sento di dare a chi come me ha una cartella di file word con una storia da raccontare è di non tenerlo per sé. Di farlo leggere a qualcuno, se ne hanno voglia, e di condividere quello che hanno nelle loro teste perché, un giorno, potrebbe arrivare a popolare tante altre teste, in grado non solo di apprezzarne i contenuti ma magari di rivedersi in alcuni personaggi. Non deve essere unico per tutti, basta che lo sia per qualcuno.

  • Cosa immagina per lei in un futuro prossimo? Ha altre aspirazioni in campo letterario?

Sicuramente sì! Ho già altri romanzi nel pc e altre storie nella mia testa. Non so dove mi porterà il mio futuro dopo gli studi ma una cosa è certa: continuerò a scrivere finché i personaggi mi racconteranno le loro storie.

Edoardo Battaglia

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