Intervista a Francesca Ognibene, autrice del libro “Quel figlio negato”

L'autrice narra, con la delicatezza di una donna e l’onestà di una scrittrice, il dramma di chi si sente madre ma non può avere la gioia di tenere un bambino in braccio

Francesca Ognibene è una giornalista musicale e speaker radiofonica. Conduce per Radio Sherwood il programma “Snatura Rock” sulla scena musicale indipendente. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo “Le Confessioni di un Orco” per OttoLibri Edizioni. “Quel figlio negato” è il suo secondo romanzo, edito da L’Erudita, che racconta la storia commovente e tragica di una donna in lotta con il proprio corpo, per poter diventare finalmente mamma.

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– “Quel figlio negato” è un romanzo difficile e duro. Colpisce la tua prosa diretta e senza fronzoli, che non concede alibi, che non cerca di ingentilire gli aspetti di una storia purtroppo tragica. Come è nata l’idea di questo romanzo, e come ti sei approcciata a un momento della vita così intimo e doloroso riuscendo a non essere mai scontata e retorica?

Grazie innanzitutto per le tue considerazioni e apprezzamenti sul mio modo di scrivere. Sono commossa. Il libro è nato com’era successo per il precedente, da vari input di malessere che mi arrivavano vivendo la mia vita nel quotidiano. Per me è sempre importante scrivere della realtà dei nostri tempi per quel che mi arriva e lo faccio attraverso le mie emozioni che porgo alla scrittura. Quando scrivo amo ispirarmi a John Fante per la concretezza, a William Burroghs per la visionarietà e a Raymond per l’effetto scarno e diretto. Quando si soffre per un dolore così grande, come un figlio che non arriva e che rappresenta il frutto di un amore perfetto e ed intenso, non si possono inserire fronzoli ma bisognava raccontare dell’abisso in cui si sprofonda.

 

Il tuo primo romanzo “Le confessioni di un orco” parla della possibilità di redenzione di un uomo che nella vita ha fatto soffrire tante persone, e portato alcune di esse alla morte. In “Quel figlio negato” invece sembra non ci possa essere redenzione per chi nella propria esistenza non ha fatto alcun male, e il cui unico desiderio è donare la vita. Cosa è cambiato nel tuo percorso di scrittrice dal primo al secondo romanzo? Cosa ti ha insegnato il tuo esordio, e quanto hai imparato e riversato nella tua ultima opera?

In “Quel figlio negato” volevo proprio mettere in evidenza quanto ci si ritrovi disarmati a volte di fronte alla vita e che ti sottopone a prove continue: nonostante hai la pelle dura anche quelle come te devono arrendersi oppure continuare a lottare con tutte le proprie forze. Il mio approccio alla scrittura tra il primo e il secondo romanzo non è cambiato un granché. Forse c’è una consapevolezza in più di riuscire a trovare la quadra, a concretizzare la storia che ho in mente. Comunque di solito inizio scrivendo quel che provo e le parole mi portano a un finale inaspettato anche per me.

 

Nel tuo lavoro a Radio Sherwood intervisti molti gruppi musicali indipendenti. Fai una domanda a Francesca Ognibene, una a cui vorresti rispondere ma che nessuno ti ha mai posto..

Forse mi chiederei: “Cosa provi quando scrivi?” E mi risponderei: “Ansia e disagio quando mi metto in testa di scrivere di qualcosa e voglio mettere giù le prime venti pagine”. Quando finalmente le trovo entro in catarsi e scrivo e scrivo fiumi di parole tanto che rileggendomi non mi riconosco neanche. Questo comunque è il momento più felice. Poi mi blocco perché il finale nasce molto dopo l’inizio del libro nella mia testa e poi quando arriva l’idea che mi soddisfa vado a chiudere e tagliare le parti che non dovevano entrare in questo libro, per fare un modo che diventi un libro che lasci qualcosa e che leggerei anche io. A quel punto sono felice.

 

La musica è parte della tua vita. Dalla tua passione ne è nato un lavoro. Poi è arrivata anche la scrittura. Che cosa desideri per il tuo futuro creativo? Quali sogni hai nel cassetto?

Tanti! Mi piacerebbe che un mio libro ancora inedito intitolato “Storia di un cantante”, diventasse un film diretto da Paolo Virzì. In questo libro racconto di un ragazzo anoressico che è anche un cantante famoso. Il suo rapporto malato con il suo corpo lo isolerà e lo porterà a compiere azioni che saranno controproducenti anche per lui. Visto che posso sognare mi piacerebbe trovare la grazia, la competenza e il talento per scrivere una storia per bambini e ancora sarebbe bello fare la doppiatrice cinematografica.

 

In “Quel figlio negato” vi sono molte citazioni cinematografiche. Il cinema è uno dei pochi momenti di tranquillità che vivono i protagonisti Virginia e Federico, e sembra sia molto importante anche per te. Raccontaci qualcosa di questa tua passione..

In effetti per me il cinema è importante e va studiato oltre che amato per capire i registi sin dagli inizi. Quando ho visto i film di Aki Kaurismaki la mia visione del mondo del cinema è cambiata. Il suo tocco geniale e poetico, senza dire nulla o con pochissime parole mette nell’immagine dei suoi personaggi tutto il suo mondo vero e intriso di storie tragiche che ti fa respirare e senti a volte anche il fiato corto perché ti coinvolge e ti emoziona. Poi mi piacciono Staney Kubrick ovviamente, David Cronenberg, Rainer Werner Fassbinder, i Fratelli Cohen e l’ultimo film che mi è piaciuto tanto è “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, con Frances McDormand un’attrice che apprezzo tantissimo. Tra gli italiani Elio Petri ma anche Carlo Verdone e Paolo Virzì.

 

Virginia è una donna all’apparenza forte, che non molla mai, che è pronta a tutto per realizzare i propri sogni. È questo che si chiede alla protagonista di un romanzo, di ispirare e far credere che tutto sia possibile, se lo si vuole. Ma tu riesci anche a donarle una fragilità estremamente umana, una fragilità che la porta a cadere, a oscillare sul baratro della follia. I suoi pensieri riempiono la narrazione, la raccontano intimamente, la fanno conoscere al lettore in ogni suo moto dell’anima. A cosa o a chi ti sei ispirata per costruire un personaggio così complesso?

Virginia è nata dentro di me, pensando alla caparbietà delle donne ma anche alle sfumature dell’animo, un cuore che vuole amare un piccolo essere e non può farlo, non può sfogarsi, rimane vivido e sanguinante è difficile fermare quelle ferite. Ma la forza di Virginia è tanta e riesce comunque a sorreggersi e andare avanti e lottare. Quante volte sentiamo madri che perdono i loro figli e sia che urlino che facciano scena muta sentiamo forte il loro dolore. Ecco ho cercato di scrivere di quel dolore.

 

Che cosa ne pensi dell’attuale panorama musicale e letterario italiano?

La scena indipendente che seguo a suon battente sforna tanti dischi interessanti. C’è un ritorno al blues molto interessante. Il passaggio di molti gruppi al cantare in italiano li ha migliorati. Per quanto riguarda il panorama letterario, gli italiani non leggono ma scrivono anche troppo. Vieterei sicuramente i libri di cucina. I bambini sono i maggiori lettori in Italia, bisognerebbe capire cosa accade quando si diventa adulti e si abbandonano le letture che spesso sono i migliori amici che potremo mai avere.

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