Intervista a Demetrio Salvi, autore del romanzo “Misteri napoletani: La crepa”

Demetrio Salvi è nato a Napoli nel 1961 ed è scrittore, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo: alcuni dei suoi cortometraggi sono stati premiati da prestigiose realtà culturali e istituzionali. Ha fondato, insieme a Federico Chiacchiari, la rivista di critica cinematografica Sentieri selvaggi che, dal 1999, farà da fondamenta a una omonima scuola di cinema; in tempi più recenti, tale scuola evolve in una realtà accademica col nome di UniCinema. Scrive i romanzi “Misteri napoletani – La crepa”, “Mal’essere” e “Fuori di Qui”. Realizza inoltre saggi sul cinema e manuali di tecnica cinematografica

  • Ci presenti la tua nuova opera “Misteri napoletani: La crepa”?

Molti anni fa venne a Napoli Lucio Fulci, uno straordinario regista, maestro dell’horror, capace però di mettere mano a generi diversi, legatissimo alla mia città – uno che aveva lavorato con Totò, tanto per dire. Era un incontro organizzato dall’istituto culturale Grenoble e lui, durante quella chiacchierata in pubblico, ci strigliò per bene dicendo che noi napoletani eravamo dei pazzi a non mettere mano alle storie fantastiche e alle leggende che animano Napoli. Questa invettiva e questo invito mi sono rimasti dentro e mi hanno convinto che veramente questa città è tra le più misteriose e oscure metropoli che ci sono al mondo. Pino Daniele dice di una Napoli dai mille colori: ecco, aggiungerei che è anche la città dalle mille sfumature, quelle che vanno dal rosso più brillante al nero più profondo.

  • Il romanzo si apre con una parte dedicata alla graphic novel, con tavole in bianco e nero di Rosa D’Avino. È un incipit straniante e inquietante, reso ancora più suggestivo dalle frasi criptiche che accompagnano i disegni. Quali sono i motivi che ti hanno spinto ad unire narrativa tradizionale e romanzo grafico?

Collaboro da molti anni con Rosa D’Avino e l’originalità dei suoi disegni è uno stimolo importante nella costruzione delle mie storie. Da tempo immaginavamo di realizzare una graphic novel che mettesse assieme le nostre passioni, la mia per il racconto ma anche per il fumetto e la sua, quella legata alla grafica d’arte. Misteri napoletani si prestava magnificamente: un fantasy non convenzionale che andava a sposarsi con un segno capace di mettere in scena gli incubi che il nostro inconscio continuamente ci propina. Rosa ha scelto liberamente i punti del romanzo che le sembravano più “necessari” da rendere graficamente e io mi sono divertito a cucire un percorso onirico che, in qualche modo, raccontasse la storia senza metterla veramente in scena. Volevamo far sì che il lettore, accompagnato dai disegni, entrasse in questo territorio oscuro, ricco di ambigue vibrazioni, prima di viverlo definitivamente quale narrazione letteraria.

  • La crepa: nella storia da te raccontata è concretamente una spaccatura nel muro ma è anche un portale che conduce a un mondo infernale; allo stesso tempo, però, credo sia anche una metafora per rappresentare la scissione presente nella psiche del protagonista Giona. Vuoi parlarci di questo intenso personaggio?

Giona è un insegnante, come lo sono io. Lui ha a che fare con bambini molto piccoli, io con quelli già grandi. Ma certe dinamiche sono le stesse e condivido con lui tratti che mi hanno permesso di raccontare una parte del mio mondo, del mio vissuto, mescolando realtà personali con pulsioni primitive, paure selvagge, desideri profondi. Giona mi appartiene intimamente e narra di me molte più cose di quello che io non sia capace di esprimere nel mio dire quotidiano. Ed è giusto interpretare il viaggio di Giona quale realtà metaforica, tipica e necessaria quando si scrive un libro: è il viaggio che compie lo scrittore (e che, secondo me, dovrebbe sempre compiere) quando scrive un libro. Scendere nella parte più profonda di se stessi e dire la verità, null’altro che la verità.

  • Benché sia Giona il protagonista dell’opera, Napoli è sicuramente una presenza fondamentale, che si eleva a coprotagonista in certi frangenti, quasi fosse un’entità viva e pulsante. Come hai deciso di descrivere la tua città?

La metafora di cui mi chiedevi prima riguardo al protagonista avvolge anche Napoli. Forse ti sembrerà strano eppure tutta la storia che lì racconto ripete, in qualche modo, ciò che ha descritto Roberto Saviano in Gomorra. Solo che qui è, appunto, tutto avvolto dalla metafora che può celare cose tremende, mali estremi che appartengono alla mia città. La chiave di lettura più intima e sincera è proprio questa: parlo della camorra senza citarla mai e racconto una storia che è un urlo disperato nella speranza che questo male, prima o poi, scompaia per sempre. C’è un aspetto sociologico ma anche morale, etico, che ho nascosto nelle profondità più buie del racconto affinché parli, in qualche modo, non alla razionalità ma all’inconscio del mio lettore. Una spinta al fare, al cambiare il mondo che spero possa risuonare nell’animo di chi mi legge.

  • Nel sottotitolo all’opera si legge: “Una presenza inquietante. Due città speculari. Una discesa agli inferi”. Sono molte le suggestioni oscure e oniriche che fanno del tuo romanzo una vera e propria favola dark. Quali sono stati i punti di riferimento, sia letterari che cinematografici, oltre che legati a leggende e credenze napoletane, che hanno ispirato la scrittura del tuo libro?

Credo che il mio interesse, anche un po’ anarchico, se vuoi, per la psicanalisi abbia giocato a favore. E, naturalmente, ci sono le spinte del cinema horror e fantastico che pure hanno animato non poco la mia fantasia. David Lynch, Dario Argento e, perché no, anche Il Signore degli Anelli sono stati riferimenti irrinunciabili e che ora che mi spingi a rifletterci, vengono fuori spontaneamente ma che, quando scrivevo, proprio non consideravo. Per certi aspetti era nella cronaca, in ciò che accadeva e che accade nella mia città, che raccoglievo l’humus per la semina del mio racconto. Poi, certo, il viaggio negli inferi è argomento troppo colto per non far venire i brividi a chi si accinge a scrivere: Virgilio, Dante sono presenze che appartengono all’immaginario collettivo, che ci scorrono dentro, che fanno parte del nostro sangue…

  • Nel 2021 hai fondato con Rosa D’Avino la casa editrice L’undicesima copia. Vuoi parlarci di questa nuova realtà editoriale? Quali sono gli scopi che vi prefiggete e che tipo di opere pubblicate?

È un progetto che mi portavo dentro da molti anni. Il nome nasce da un’affermazione di Franz Kafka il quale si chiedeva, a proposito della sua prima pubblicazione: ““Undici libri sono stati venduti da André. Dieci li ho comprati io. Vorrei proprio sapere chi ha l’undicesimo”. Un atto di umiltà che, scritto da uno dei più grandi narratori del Novecento, mi sembrava fosse di buon auspicio. E L’undicesima copia si porta dentro questa necessità di essere una palestra e uno spazio accogliente per nuovi autori, quelli che, spesso, sono stritolati dalle logiche produttive delle case editrici. Questo è l’obiettivo a cui mira, con particolare cura, la rivista Malpelo, rivista letteraria da noi pubblicata, che rappresenta bene la nostra filosofia, il nostro modo di fare e d’intendere la narrativa, la grafica, la poesia.

  • La scrittura del tuo romanzo risente positivamente della tua attività di cineasta: la storia ha un ottimo ritmo e le immagini rimangono fortemente impresse nella mente del lettore. Ti è balenata in testa l’idea di trarne un film?

In rete gira il pilot di una possibile serie dal titolo Marenero, che fu presentato, nel 2003, se non ricordo male, al Torino Film Festival. Quella sceneggiatura e quel film sono il prequel di ciò che sarebbe diventato Misteri napoletani. Poi la storia ha preso un’altra piega ma Giona, Napoli, il mondo sotterraneo, i bambini e le altre presenze inquietanti che fanno rivivere personaggi e luoghi delle leggende napoletane, be’, quelli ci sono tutti. In tempi più vicini ai nostri, un giovane produttore mi propose di farne un cartone animato. Gli dissi: — Sarebbe una magnifica avventura…

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