Intervista a Damiano Leone, autore del romanzo “Il simbolo”

Una storia struggente ambientata in Palestina durante le vicende del Messia cristiano ed un Impero Romano spietato

Damiano Leone è un chimico convertito allo studio della storia e della letteratura classica. Pubblica per Leucotea i romanzi “Enkidu” (2012) e “Lo spettatore” (2015). Nel 2018 esce il romanzo storico “Il simbolo” per Gabriele Capelli Editore, un’opera struggente con un protagonista indimenticabile: un omaggio alla Storia e alle storie di chi l’ha fatta, l’ha subita e l’ha osservata

 

Il simbolo è un romanzo dalle molte sfaccettature, che ripercorre un periodo importante della storia antica creando interpretazioni e legami nuovi e credibili. In un’opera tanto fedele alle cronache dell’epoca, in cui vi è una grande attenzione per il dato storico e in cui si ravvisa una profonda cura per ogni dettaglio, come si riesce a introdurre elementi e situazioni finzionali senza snaturare l’essenza e il valore di un romanzo storico?

Ricercando innanzitutto la plausibilità: poi altrettanto necessariamente si devono evitare incongruenze con il momento storico narrato. Al tempo stesso bisogna saper approfittare delle tante pieghe oscure e delle ambiguità che la storia ancora nasconde: e in quelle inserire eventi e personaggi. Inoltre, anche se parecchi scrittori come Salgari hanno descritto ambienti esotici senza averli mai visti con il risultato di ottenere buoni romanzi, io preferisco ambientare i miei lavori in luoghi di cui ho esperienza diretta. Resti archeologici, manufatti custoditi nei musei e perfino taluni personaggi incontrati nel corso di viaggi, sono serviti per creare un verosimile sfondo storico, geografico e umano, per l’intera narrazione.

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Ben Hamir/Annio Rufo è un protagonista straordinario, di quelli che da soli potrebbero sorreggere un’intera narrazione, e su cui il lettore ripone un cieco affidamento lasciandosi trasportare nella sua vita e nei suoi pensieri. La genesi di questo personaggio è il risultato di testimonianze trovate durante il lavoro di ricerca sulle fonti storiche, o è frutto della sua immaginazione?

Assai di rado la storia ci ha tramandato le vicende di personaggi con un profilo psicologico somigliante a quello di Ben Hamir: troppo poco amanti del potere in se stesso per lasciare una traccia diretta della loro esistenza. Tuttavia posso dire che Antinoo, l’amato dell’imperatore Adriano, Bagoa, l’eunuco persiano divenuto intimo di Alessandro Magno, Aspasia moglie di Pericle e molti altri uomini e donne cui la storia accenna appena, sono serviti da ispirazione. Questo nel senso che le loro qualità fisiche e morali hanno influito profondamente sugli individui che hanno gestito imperi e di conseguenza sulla loro politica.

Cosa significa la scrittura per lei? Cosa prova quando un’idea si palesa nella sua mente e nei successivi concitati momenti in cui comincia a reperire le fonti, a studiare la trama e a familiarizzare con i personaggi?

Di certo, ideare una trama è fonte di grande eccitazione. Forse simile a quella di avventurarsi in mondi inesplorati in cui le barriere del tempo e dello spazio cessano quasi di esistere. Poi, una volta stabilita la rotta e durante la stesura del romanzo mi immergo completamente nei personaggi e negli eventi narrati: tanto che spesso la mia compagna deve ripetermi le domande più di una volta per riuscire a penetrare il guscio in cui mi sono isolato. Insomma, mi accade di vivere due realtà: e non è detto che quella di ogni giorno sia la più vivida.

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Il simbolo ha il pregio di utilizzare uno stile semplice e scorrevole per creare scene di forte impatto emotivo, in cui al lirismo del linguaggio si accompagna un gusto raffinato per la trattazione storica. Nonostante l’ingente mole del romanzo e le difficili tematiche narrate, riesce a catturare il lettore e a condurlo per mano nella storia senza mai far scemare il suo interesse. Lei ha fatto in modo che Il simbolo possa sia intrattenere come un romanzo che insegnare e informare come un saggio. Come si bilanciano questi due aspetti senza che uno prevalga sull’altro?

É vero, ho cercato di coinvolgere chi mi legge pur narrando eventi che magari non rientrano tra i suoi principali interessi, come la storia: ma in che modo ci sono riuscito mi è difficile dirlo perché credo che dipenda in gran parte dal mio stile di scrittura. Però forse posso aggiungere che trae origine anche dal mio modo di comunicare con il lettore: considerando quest’ultimo non come un alunno cui insegnare qualcosa, ma piuttosto come un amico da intrattenere in modo gradevole.

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Il dialogo che Ben Hamir intrattiene con Jeshua ben Yusef è tra i momenti più intensi della narrazione. Due personaggi che non potrebbero essere più diversi, uno non crede in niente e l’altro è un incontenibile idealista, ma entrambi con il cuore al posto giusto. Due anime differenti e al contempo affini, che nonostante un acceso scontro verbale vedono nascere una stima imperitura l’uno per altro. Come è riuscito a far interagire il suo protagonista con un personaggio che il lettore carica di un immenso significato solo a sentirne pronunciare il nome, rendendo il loro dialogo e il loro rapporto tanto naturali quanto assolutamente plausibili?

Comunque la si pensi in fatto di religione, quella cristiana sostiene che, pur essendo Dio, Jeshua era anche uomo: di conseguenza così è stato interpretato e descritto nel romanzo.

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Il Fato può essere considerato un personaggio a tutti gli effetti nel suo romanzo. Ben Hamir si fronteggia con lui dall’inizio alla fine della sua vita, e solo in età matura ne accetta l’ineluttabilità. Come un eroe delle tragedie greche, egli riflette la caducità dell’essere umano ma anche la forza di non arrendersi e di lottare per migliorare il proprio destino, pur se ogni segno preannuncia che sia già scritto nella pietra. Di che messaggio è portatore Ben Hamir nel suo struggente confronto con il Fato?

I messaggi sono molti e lo si può scoprire durante la lettura del romanzo. Ma se devo qui citarne uno, allora è la consapevolezza della fragilità ma anche della straordinaria grandezza dell’animo umano. In qualche modo è l’orgoglio di Ulisse che, navigando nei mari tempestosi della vita, non si piega agli eventi né agli dei.

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Nel suo primo romanzo storico, Enkidu, mette in scena un epico confronto tra il personaggio di Enkidu e la mitica figura di Gilgamesh, re di Uruk. Cosa la attrae tanto delle vicende del passato antico, e cosa l’ha spinta a cambiare radicalmente la sua vita lasciando la professione di chimico per dedicarsi allo studio della storia e della letteratura classica, e in seguito a diventare scrittore?

Sul passato si reggono le fondamenta del nostro essere oggi. La civiltà odierna sarebbe di gran lunga più equilibrata e forse migliore se tutti ne avessimo una discreta conoscenza. In breve: La storia è un’ottima maestra, peccato che gli uomini siano pessimi alunni. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda potrei citare Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” Ma temo che sarei troppo succinto. Così spiegherò che in un momento molto difficile della vita ho avuto la fortuna di incontrare una persona che mi ha introdotto alla storia antica: e poiché sono curioso per natura, compresi subito che il miglior modo per conoscere gli uomini, e quindi me stesso, era di studiare l’esistenza e le opere di chi ci ha preceduto su questa terra.

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Antonella Quaglia

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