Il Velo Nero del Pastore: Metafora di una Metafora

L’ultima creazione della Socìetas Raffaello Sanzio

Niente sa essere più ambiguo della realtà, soprattutto quando nella stessa viene inserito un fattore estraneo in grado di cambiare di segno l’intero scenario. Questo il presupposto alla base del racconto “Il Velo Nero Del Pastore”  di Nathaniel Hawthorne. Ma il testo, o meglio il racconto, in questo caso non c’entra. Nelle mani della Socìetas Raffaello Sanzio l’opera si trasforma in un treno di immagini che scavano la scena come se al di là della fine spaziale della stessa si nascondesse  tutto il possibile. Così invece di coprire il volto del protagonista, Romeo Castellucci, regista primo della compagnia, decide di  celare per intero non tanto la rappresentazione, quanto il motivo della stessa, annullando ogni sviluppo narrativo. In questo modo, facendo di ogni metafora una metafora, la messa in scena sembra implodere sottolineando l’impossibilità di guardare oltre.

Dopo quaranta minuti di rappresentazione quello che resta a dominare la scena è il buio, lo stesso che ammanta tutte le cose che sembrano mostrarsi limpide e chiare ma impenetrabili come se di/del tutto sfuggisse il fine ultimo.

In questi tempi di folle ricerca della realtà intesa come verità, questa rappresentazione dimostra, come ha detto qualcuno prima di noi, che si può dare teatro senza spettacolo, facendo del quotidiano una cosa meno rassicurante.

Piero Maironi

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