Il Tuffatore

Libera reinterpretazione di parole sentite per caso [Racconto breve]

.– «Quindi tua figlia è arrivata in finale? Mi sa che si scontrerà con mio nipote».
– «Ah si? Allora siediti qui dai, la guardiamo insieme».
– «Sai, credo che non si giocherà. Lo senti questo caldo? È il libeccio, sta venendo dritto dall’Africa insieme alla sabbia. È insopportabile, i ragazzi si sentiranno male».
– «Si infatti, lo sentivo dire dall’arbitro… ecco, lo stanno dicendo ora».
– «Ce lo prendiamo un caffè? Portiamo i ragazzi a casa prima».
– «Ma si dai, va bene».

– «Non ricordavo che fossi così alta, Anna..».
– «Io invece ricordavo che fossi un pessimo osservatore, Carlo».
– «Falso, ho solo una pessima memoria. È davvero strano incontrarsi di nuovo dopo tutto questo tempo, chi l’ avrebbe mai pensato».
Anna aveva una figlia, nessun marito e 38 anni. Bionda e procace, vistosa e consapevole di esserlo, altissima.
 S’erano conosciuti 15 anni prima in un bar, in occasione della presentazione di un libro. Carlo allora ne aveva 27 di anni e probabilmente anche di figli in giro per il mondo. Era il classico spirito libero e incorreggibile e nessuna infatti è riuscita a correggerlo mai.
– «Destino?», disse Anna e in una risata di vergogna aggiunse: «Scusami, che banalità».
– «Una donna così alta non corre mai il rischio di essere banale, anche solo per lo sguardo necessariamente superiore».
Il libro era di Carlo: “Il tuffatore”, una raccolta di poesie giovanili totalmente sdegnate dall’ormai affermato autore e che egli stesso in maniera sprezzante usa definire “un assortimento di frasi ad effetto”. Anna era una ragazza ricca, non aveva una grande cultura né una grande intelligenza, ma tanta insicurezza e una enorme ingenuità. Da giovane frequentava assiduamente luoghi di ritrovo di intellettuali e attivisti politici e aveva un debole per i musicisti, gli scrittori, i poeti, i dannati o chi per questi si spacciava.
– «Non sono mai riuscita a capire se fai sul serio o se mi prendi in giro», ammise sorridendo imbarazzata.
– «Perché dovrei prenderti in giro? Mi ricordi cosi becero?».
Carlo sapeva usarle le parole, poi quando aveva a che fare con persone che non avevano la stessa capacità giocava in casa e con un gol di vantaggio; riusciva a gestirle queste persone, ad addomesticarle, e ne godeva, soprattutto quando questa manipolazione sarebbe valsa una grande scopata.
– «Comunque si, io credo molto nel destino», mentì Carlo. «Credo che ci sia sempre un appuntamento che nessuno ha stabilito e che non ci sia un obbligo ma una buona forza, una buona volontà di rispettarlo».
– «Sono d’ accordo! Come lo prendi il caffè? Offro io».
Seduti al tavolino del bar in piazza ad Orbetello, rivangarono episodi del passato, amicizie e amori perduti, concerti e libri, giorni di collettivi e di occupazioni. Erano molto bravi a guardarsi fissi negli occhi, era un’arma di seduzione comune ad entrambi, ma l’unica di Anna, se si escludono le perfette rotondità. S’era capito dove volevano arrivare e Carlo non perdeva occasione per farla sentire rilevante per la sua vita, fondamentale per la sua ispirazione, un ricordo indelebile. Anna non riuscì più a nascondere la voglia d’amore che aveva riscoperto rievocando il passato e riconoscendo a sé stessa di essere totalmente in preda alle parole del poeta.
– «Tu non immagini quanto sono stata male dopo che te ne sei andato».
Disse finalmente senza vergogna e con totale e catartica sincerità.
«Sei stato l’unico vero amore che abbia mai avuto, sono contenta che tu ora, anche se dopo così tanti anni, mi dica che sono stata nei tuoi pensieri».
– «Anna», le disse afferrandole le mani; «Per quanto ti ho visto e per quanto ti ho sentito, tu per me sei una giornata di riposo dove si comprano i giornali, sei una gioia personale che scroscia all’improvviso».
Si trascinarono nel bagno del bar, non potevano aspettare un altro secondo. Dopo dieci minuti di roventi scambi si rivestirono. Entrambi velatamente amareggiati, la sposa Anna s’accusava d’adulterio, il poeta di dannazione.
 Lui non era uno che faceva finta, non era uno di quelli che recitavano la parte, era davvero un dannato. Si odiava perché riusciva a vivere solo nello scompiglio, mai nell’armonia e nella quiete che sempre aveva cercato ma mai aveva trovato, se non nei suoi stessi versi d’amore. Era un maledetto infelice. Lei, nella sua totale ingenuità, credeva a tutto e si affezionava davvero. Lasciava che fosse usata perché sperava di non essere un oggetto e lui odiava usare, nonostante non potesse farne a meno. Collidevano solo nella sincerità della passione carnale.

– «Usciamo uno alla volta, cosi non daremo nell’occhio» prese parola Carlo, affannato.
– «Va bene, vai tu».
– «Si, vado io».
Quando Anna uscì, nell’imbarazzo più totale, si guardò intorno ma non trovò Carlo. Si avvicinò al tavolino sul quale trovò dei soldi e una scritta su un tovagliolo di carta: «Tanti auguri che presto io ti torni a cercare, per rimettermi a posto, per venirmi a salvare».

 

Alfredo Cannizzaro

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