Il razzismo (A. Burgio)

Mai come in tali faccende il sonno della ragione genera mostri

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale ci eravamo illusi che il razzismo fosse definitivamente tramontato. Il genocidio degli ebrei, nei campi di sterminio, produsse un orrore senza precedenti nella storia dell’uomo. Ciò che si aprì dinanzi agli occhi increduli dei russi ad Auschwitz, cambiò irrimediabilmente la storia della cosiddetta civiltà occidentale. Da allora sembrava che il razzismo fosse diventato parte di un passato non riproducibile, un aberrante evento storico da osservare con disprezzo.

Invece, nel volgere di qualche decennio, abbiamo assistito ad una recrudescenza del male.

Gli emigranti italiani in Germania vennero accolti con freddezza e sfruttati, alcuni locali esponevano cartelli con su scritto “vietato l’ingresso agli italiani”, erano gli anni cinquanta. Negli anni sessanta i neri d’America tormentati e le lotte di Martin Luther King per l’affermazione dei diritti, i flussi migratori degli anni successivi che hanno abbattuto le frontiere e mescolato le genti, un razzismo dimesso e malcelato ..si è lentamente riappropriato delle menti e dei cuori delle popolazioni.

Ora occorre capire se il fenomeno si è insinuato dall’esterno o se è stato sempre presente, scorrendo come un fiume carsico nei vasi sanguigni dell’intera umanità.

Razzismo” è un bel saggio di Alberto Burgio, filosofo italiano, il quale ripercorre la storia delle discriminazioni razziali a partire dall’Ottocento, sino ad arrivare al parossismo dell’Olocausto degli ebrei d’Europa. Compare l’immagine del Capitano dello stato maggiore francese Alfred Dreyfus, ebreo condannato per alto tradimento da un tribunale militare nel 1894. L’accusa si rivelò una maschera, una mera facciata atta a celare le prime avvisaglie dell’odio antisemita. La storia dell’antisemitismo è una storia di intolleranza nei confronti di una minoranza capace e per questo fastidiosa. È uno dei punti estremi del razzismo che ha attraversato la storia della modernità e contemporaneità. La ricerca di un capro espiatorio per le proprie incapacità, lo scarico delle frustrazioni e della furia di un popolo, la celebrazione di una vendetta, l’orgoglio egocentrico dell’ariano colpito dalle altrui abilità. Questi furono gli ingredienti che ingenerarono la persecuzione antisemita. Il razzismo, di qualsivoglia colore, è sempre stato una maschera dietro la quale hanno agito l’odio, il rancore, le rivincite, dove le vendette personali e di popolo potevano avere una giustificazione più alta.

 

In Italia durante il Fascismo si è arrivati alla promulgazione delle “leggi razziali” (1938), d’improvviso gli amici divennero acerrimi nemici per ragioni che non conoscevano, per ragioni discriminatorie volte alla separazione dell’umanità in dominanti e dominati. La svolta razzista del fascismo comincia con la conquista dell’Etiopia, l’atteggiamento razzista nei confronti dei neri si salda in Europa con l’antisemitismo, dando luogo alle legislazioni razziali. Italiani, tedeschi e i popoli nordici erano ariani, la razza eletta, quella che avrebbe dovuto dominare, amministrare, imporsi sulle altre. “La difesa della razza“, rivista quindicinale diretta da Telesio Interlandi, nelle sue pubblicazioni si prodigava affinché l’odio razziale nei confronti degli ebrei divenisse argomento abituale e pratica ordinaria per gli italiani. Julius Evola, filosofo italiano, divenne una firma di spicco della rivista, ponendo l’accento sulla divisione dell’umanità in razze superiori ed inferiori. Le sue ricerche lo portarono a concepire la “razza arioromana“, mutuando gli studi di Arthur de Gobineau che nell’Ottocento scrisse il “Saggio sulla ineguaglianza della razze umane“.

Si è sempre tentato di fornire una base scientifico/biologica alle persecuzioni e ai tentativi di sterminio –basti pensare agli esperimenti del dott. Mengele volti alla purificazione della razza– un’ipocrisia senza tempo. Il mito dell’uomo nordico nasce con Nietzsche quando sostiene che i forti devono dominare e i deboli servire, mi preme sottolineare che il suo pensiero non c’entra nulla con le degenerazioni a cui abbiamo assistito nel XX secolo. È stato lo schermo dietro al quale si è dato sfogo alla sete di dominio propria dell’uomo. Dicevano che Adolf Hitler ascoltasse le opere di Wagner e che i personaggi della mitologia norrena nutrissero la sua mente alterata, forse si sentiva egli stesso l’incarnazione di Odino, chissà. Anche in questo caso siamo certi che Wagner non sia stato l’ispiratore della follia hitleriana.

 

Siamo razzisti anche noi, ogni giorno, quando guardiamo di sottecchi l’uomo di colore che prende l’autobus alla stessa ora. Lo siamo stati un tempo, quando al nord, non si affittavano case ai meridionali. Lo siamo quando pronunciamo la frase “io non sono razzista”, prima di cominciare una requisitoria nei confronti di un ladro albanese, che poteva essere benissimo un nostro connazionale.

 

Il ritorno in grande stile dell’intolleranza razziale ha avuto luogo con i flussi migratori degli anni novanta. La globalizzazione, la libera circolazione dei cittadini comunitari –dal 1995 (per l’Italia dal 1997) sono stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere interne dei paesi aderenti all’area Schengen (restano possibili controlli a campione) mentre sono obbligatori quelli alle frontiere esterne– hanno semplificato e reso facili i sentimenti di intolleranza. L’uomo è tendenzialmente incline a classificare, catalogare, incasellare, separare, differenziare. La storia ci ha insegnato che i tentativi di scorporare l’umanità conducono inevitabilmente all’orrore. Non dimentichiamo che tutto è uno, vi è solo una razza: quella umana.

 

Vorrei concludere con un passo meraviglioso estrapolato da “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare.
Il monologo è di Shylock, il mercante ebreo:

«Mi ha disprezzato e deriso un milione di volte;
ha riso delle mie perdite,
ha disprezzato i miei guadagni e deriso la mia nazione,
reso freddi i miei amici,
infuocato i miei nemici.
E qual è il motivo? Sono un ebreo.
Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi,
affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse
armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo,
non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un
cristiano?
Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci
avvelenate noi non moriamo?
E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo.
Se un ebreo fa un torto ad un cristiano, qual è la sua umiltà? Vendetta.
La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica;
e sarà duro ma eseguirò meglio le vostre istruzioni».

Giuseppe Cetorelli

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