Il Manifesto dell’Eroe

Strumenti e risorse esistenziali per raggiungere la felicità

 

La natura della realtà e dell’essere umano

Oggi la fisica quantistica spiega che esiste solo il Vuoto neurale, la realtà è un plasma eterico concepibile come un tessuto connettivo vibrante, le cui proprietà sono quelle di un sistema ermeneutico pensante al di là del nostro ecosistema temporale – che dunque è un suo mero supplemento.
Pertanto il risultato degli effetti di questa Coscienza Assoluta, e trascendentale, sono le perturbazioni energetiche delle correlazioni tra eventi quantistici della sua Mente eterna, se mi passate il termine.
Il suo inconscio crea “spazi della mente”, emanazioni olografiche sul “Campo di Punto Zero” che poi collassano creando una dimensione spazio-tempo, mutevole e impermanente, perché percepita da “aggregati neurali autonomi” che si legano ad un corpo biopsichico – in cui converge la consapevolezza stessa del Vuoto. Si tratta degli esseri umani che inscenano i loro drammi su quella stessa realtà olografica, ecco perché secondo la scienza e la neurobiologia la realtà è sempre filtrata dalla nostra psiche, la quale elabora deimodelli mentalidi rappresentazione di quella medesima realtà.
Rimane il fatto che esiste solo l’Onesses trascendentale, una consapevolezza eterna vivificata proprio dalla cosiddetta “Noosfera“, ossia la sfera del pensiero umano, in un certo senso ciò che C.G. Jung e oggi la psicologia e la neuropsicologia intendono per “Coscienza Collettiva” e che esperisce, attraverso i corpi biologici e i limiti spazio-temporali, i segnali olografici dei Sistemi di Coerenza elettrodinamica. Infatti la fisica quantistica afferma che l’Etere si manifesta immanente per mezzo di un’energia evolutiva (Coerente) ed una involutiva (frequenze Non-Coerenti rispetto alla vibrazione del Campo Quantistico Unitario). Quest’ultima è la forza entropica che tende all’annichilimento, alla trasformazione-morte.
Di fatto, questa dimensione olografica, con le sue leggi di Natura, viene percepita come oggettivamente e materialmente indipendente, ergo a sé stante, dai limiti dei sensi umani.
Tutto questo riduce la realtà ad uno scenario ego-centrico: ci costruiamo un Mondo condiviso totalmente rivolto su noi stessi (seppur separato dal nostro Io), tanto da convincerci di vivere una certa realtà in base alle storie che tutti noi ci raccontiamo sul cosiddetto “orizzonte degli eventi”. Invero esiste solo una Coscienza Collettiva che interagisce coi suoi pensieri, che fa esperienza per evolvere – e il “livello materiale” è solo un’allucinazione (della frammentazione) di quella stessa coscienza, come diceva Einstein.
Appurato il fatto che la nostra realtà è mera rappresentazione, come pure affermava Schopenhauer, allora dobbiamo ricordare che ogni elemento della Realtà è un’ “idea” del Vuoto subquantistico, ergo un nostro Archetipo, che ha infatti influenza sulla Noosfera. Pertanto, frequenze Coerenti verranno percepite e dunque sentite/interpretate come positive, mentre quelle Non-Coerenti saranno le nostre emozioni negative sul relativo piano dell’esperienza. La mente umana tende ad assoggettarsi a queste “rappresentazioni”, ergo a questi conflitti interiori nel bel mezzo di quello che Jung definiva il “processo di individuazione“, ossia: «..quel processo biologico attraverso il quale ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio». Sappiamo dunque che l’Io finisce per disarticolarsi e scindersi dal , e così il suo lungo viaggio esistenziale per raggiungere l’autorealizzazione, l’individuazione e infine l’illuminazione diventa pervaso dalle più insane grettezze cognitive; tuttavia, se l’uomo si calasse con la sua mente più in profondità, riconoscerebbe l’equilibrio di base che sta nel fondo (Coscienza) di un oceano (Vuoto/Etere) dove in superficie imperversano invece le onde (mente) dei pensieri emotivi. Ebbene, quel “fondo” immobile è il “centro organizzativo” che genera continuamente Vita: ossia la natura della nostra coscienza, quella “tendenza direzionale regolatrice” che determina il lento, impercettibile processo di sviluppo organico e finanche psichico. Ebbene, ogni Sistema, compreso il Vuoto neurale, provvede al suo benessere – senza farsi toccare dalle vibrazioni non-coerenti che pur gli servono per trasformare il suo inconscio vibrante. Allora, come la cellula tende a legarsi ad altre cellule per crescere, così l’intera Vita è “relazione”, i nostri campi elettromagnetici sono connessi e cercano legami simpatetici: lo stato naturale dell’essere umano è una continua ricerca di un senso di Unità”.
Questo significa che, nonostante l’entropia spinga costantemente alla distruzione gettando l’uomo nel panico (inconscio) della propria “scadenza”, ossia la morte, la Vita è innanzitutto evoluzione… vuole migliorare.
Queste forze, per interdipendenza, governano anche le dinamiche inconsce della mente, in continuo conflitto tra intuizione e razionalità, tra gioia e sofferenza, tra salute e malattia, ossia il teatro della “caduta” vibrazionale che cala dalla coscienza transpersonale fino alle più basse frequenze della mente egoica. Così l’Io, rimanendo in pensiero solo per il piano relativo dell’esperienza, ci lascia alla mercé delle leggi entropiche dell’universo, compresa la sofferenza e la morte fisica, frequenze peculiari del ciclo vitale della nostra dimensione, appunto. In effetti non riusciamo più a percepire gli stadi più sottili dell’esistenza, anzi, finiamo per addensare l’attenzione in processi biopsichici talmente identificatori da farci continuamente “incarnare” in questo piano materiale (corruttibile e dunque mortale), mentre oltretutto finiamo per vivere contro natura! Infatti la società moderna con l’invenzione della settimana lavorativa che non ha nulla a che vedere con i naturali cicli ultradiani e circadiani, macro e micro, come il giorno, i mesi, le stagioni e gli anni… ha messo fine ad un’armonica relazione tra Uomo e Mondo. La settimana lavorativa ad esempio rendo un uomo libero, schiavo delle incombenze neoliberiste, dove tutti corrono nevrotici in cerca di “identità” ed “appartenenza” trovando però solo desideri insoddisfatti, vivendo a ritmi innaturali e ricercando palliativi per un briciolo di felicità. Ecco che chiusi in una stanza a lavorare, e così lontani dal sole e dalla natura, siamo in preda ad una grave carenza di dopamina cronica che ha ormai una valenza ad altissimo impatto sociale nelle società occidentali. Carenza di dopamina che sta portando inesorabilmente anche ad un QI sempre più infimo e si vede, eccome se si vede. Senza contare le tante angosce psichiche che oggigiorno sembrano immobilizzare una miriade di persone. In poche parole, viviamo contro natura, altrimenti vivremmo tutti insieme e felici; nondimeno, l’odio e le guerre sono l’unica costante peculiare della storia dell’uomo. In poche parole, le cose non tornano… non dovrebbero andare così! Siamo fragili, e allora cadiamo continuamente.

Allora, per riuscire a risolvere il separativo ed ego-centrico meccanismo (automatico) della mente egoica, e quindi perandare oltreil propriolivello personale”, c’è bisogno di riconoscere la “vera natura della mente”, e quindi delle “cose”.
La neurobiologia afferma che solo attraverso la pratica della meditazione profonda, quando le onde cerebrali superano le onde Theta, avvicinandosi alle 0,5-3 Hertz delle prodigiose onde Delta, si può in un qualche modo essere davvero consapevoli del nostro Sé transpersonale o “SuperConscio” (come dimostrano certe a dir poco stupefacenti pratiche di alcuni monaci tibetani). Infatti, un’introspezione guidata da una concentrazione penetrante ed attentiva, per mezzo della cosiddetta “tubolina” dei neuroni, sembrerebbe essere la pratica adatta a metterci in comunicazione con l’unità del tessuto connettivo del Vuoto neurale.
A noi poveri mortali basterebbe ogni tanto praticare il silenzio; sederci comodi in un luogo confortevole, rilassarsi con lunghi e profondi respiri nasali, e cercare di non pensare a niente, se non altro cercare di distaccarsi dai pensieri senza commentarli o giudicarli. Un piccolo allenamento da fare una decina di minuti al giorno.
Si tratterebbe di entrare nel “vuoto” di noi stessi, cercare di sentire il nostro profondo, le emozioni più viscerali e capire quali sono i pensieri che le causano, senza giudicare, senza pensare razionalmente come faremmo abitualmente. Dovremmo rimanere semplici testimoni. Come diceva Rudolf Stainer: «Procurati momenti di calma interiore e in questi momenti impara a distinguere l’essenziale dal non essenziale». Concentrarsi sul profondo vuoto dentro di noi, significa analizzare la mente per vedere che cosa sta succedendo. Le attuali psicoterapie insegnano che quando lo facciamo correttamente, purifichiamo la mente e portiamo in essa pace ed equilibrio – quando i pensieri negativi arrivano ancora e ancora, portare l’attenzione su un unico punto del nostro corpo, o sulla volontà stessa di “non pensare a nulla”, insomma concentrarsi unicamente su diverse modalità di esperire l’esistenza, ci aiuterà a non immergersi ancora nell’automatico rumore mentale dei pensieri e delle meccaniche emozioni negative (che sono le cause di tutte le nostre concettualità disturbanti). Invero ogni volta che la nostra mente ci crea dei problemi significa che stiamo ragionando per estremi (stiamo cioè esasperando i nostri giudizi, o verso noi stessi o verso gli altri). Ed è proprio qui che infatti dovrebbe entrare in gioco la vigilanza di un’introspezione attentiva. L’attaccamento e le altre afflizioni mentali sono nella mente, quindi anche i rispettivi antidoti devono essere lì. Dobbiamo imparare a controllare i pensieri allo stesso modo in cui scegliamo i vestiti ogni giorno… questo è un potere che possiamo coltivare tutti noi.
Forse così un giorno, dopo tanto allenamento, potremmo riuscire a dialogare non con i nostri pensieri impermanenti, ma davvero con noi stessi, con quel Soggetto che è sempre stato lì, da quando eravamo piccoli fino ad oggi. Impareremo a pensare davvero, per il bene di noi stessi mai separato dal bene per tutta l’umanità, come vuole il Campo Quantistico Unitario. Infatti la felicità non diminuisce mai nell’essere condivisa così come una candela può accenderne un’altra senza che per questo sia abbreviata la sua stessa vita.
L’essere umano è cuore e mente, la mente costruisce un Ego, l’ego è Io, e così la società ci divide. Viene innalzato l’Io e affossato il cuore. Quindi ciò che dobbiamo scegliere noi è da quale prospettiva vogliamo Vivere, cosa vogliamo Vivere, dove e quando vogliamo Vivere. Questo significa essere consapevoli! Ecco che il sentimento di Unità ci svela che tutti noi facciamo parte della “Grande Famiglia dell’Umanità“, che altro non è che la nostra stessa natura. Pertanto, in questo “stato di fiducia” sorgono spontaneamente pensieri etici, fatto che ci avvicina tutti istintivamente al “silenzio” nella coscienza, cioè a rivolgerci alla nostra riflessione introspettiva: uno stato d’essere che appartiene a tutti e dove siamo tutti uguali!  Infatti il Sé è già “realizzato”, esso trascende l’Io personale ed è una condizione (una “Volontà”, dicono i filosofi) che equivale ad una conformazione energetica uguale per ogni essere umano (un Campo purico che risiede nel “SuperConscio” junghiano per capirci); ed è esattamente il “silenzio” ciò che il Sé più di ogni altra cosa percepisce, ovvero lo stato mentale in cui può svilupparsi e progredire. Gli esperti affermano che il silenzio si forma dalla pace e dalla quiete che si genera dall’altruismo e dall’empatia nel prossimo: in effetti il dono del “perdono” cambia il futuro e lascia andare il passato, mantenendo dunque una stabile serenità di fondo, vi sembra poco?
«L’universo è un essere. Tutto e tutti sono interconnessi attraverso una rete invisibile di storie. Se ne siamo consapevoli o no, siamo tutti in una conversazione silenziosa. Non fare del male. Prova compassione. E non spettegolare dietro le spalle di nessuno, neanche un commento apparentemente innocente! Le parole che escono dalle nostre bocche non svaniscono, ma sono perennemente immagazzinate nello spazio infinito, e verranno da noi a tempo debito. Il dolore di un uomo ci farà del male. La gioia di un uomo farà sorridere tutti» – Shams Tabrizi.

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La Vita è un sistema unificante: cerca relazioni armoniche per migliorare, per prosperare evolvendosi. È un sistema funzionale al proprio benefico equilibrio, ergo la natura della Vita è la felicità, persegue il Bene

«Atto d’amore è accogliere in noi la nostra parte più ferita e fragile, accorgersi che dobbiamo amare l’ultimo degli uomini perché arriva terribile il momento in cui ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini siamo noi» – C. G. Jung (“Visioni”).
In Natura tutto è costruito per massimizzare i benefici di tutti, dal più piccolo organismo unicellulare al più grande mammifero (in teoria anche dal punto di vista sociale)… Per questo non esiste una via per raggiungere la felicità, giacché la via è la felicità stessa!
Di fatto, poiché soggetto, oggetto e azione sono parti della stessa totalità (Vuoto/Etere), allora la Vita nell’Universo è una Volontà impersonale che si comporta come un organismo che provvede al proprio benessere – sempre in cerca di quel senso di Unità”.
In effetti oggi anche la scienza e la psicologia confermano che l’essere umano è prima di tutto (naturalmente) cooperativo, di fatto l’altruismo viene soggiogato dall’egotismo solo nella progressiva complessità dei rapporti intersoggettivi, quando l’uomo cade nelle divergenze degli attaccamenti personali. In ogni caso, sembra evidente che l’unica forza per contrastare l’egotismo è certamente l’altruismo – solo l’empatia potrà davvero salvarci! «La calma indisturbata della mente si ottiene coltivando amicizia per colui che è felice, compassione per colui che è infelice, gioia per colui che è virtuoso, indifferenza per colui che è malvagio» – Patanjali.
Eppure, non è questo ciò che ci insegnano. Infatti, spesso ci sentiamo infastiditi da chi ci circonda, ma dobbiamo renderci conto che vedere certuni come “nemici” è una nostra proiezione mentale, non qualcosa che proviene da loro, non è un dato di fatto. Non esiste un nemico là fuori – semmai solo punti di vista non condivisi. Infatti una persona che ci sta antipatica e che odiamo è la stessa persona amata dai suoi amici. In verità ci inventiamo tutto noi, l’uno contro l’altro. Non esiste un male permanente. Il male è la mente indolente che proietta negatività sul mondo; una mente positiva etichetterà la stessa circostanza o lo stesso oggetto come buoni”. Perciò bisogna stare attenti prima di giudicare. Come diceva Platone: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre».
Oltretutto, seminati nella coscienza profonda, a tenerci in comunicazione con la Noosfera e la Coscienza Assoluta del Vuoto neurale, ci sono gli Archetipi psichici, vere e proprie categorie mentali della nostra Coscienza Collettiva. Perciò nel nostro profondo è radicata la natura che tende alla crescita evolutiva (a dispetto dell’entropia involutiva), ci basterebbe ascoltarla ampliando la consapevolezza di noi stessi. Aprendo il nostro cuore verso tutto e tutti..

Più brevemente, tutto questo discorso potrebbe essere espresso come la comprensione che fare il bene è naturale. D’altronde la volontà evolutiva è unica e trascende l’Ego. Infatti i diversi “aspetti o qualità della vita” si condizionano vicendevolmente e condividono lo stesso spazio, anche se nessun Ego, Io o essenza durevole può essere davvero trovata al loro interno né altrove (quindi tutto, compreso l’Io, è un continuum interdipendente di quid esistenziali mutevoli e transitori). Ogni ragionamento ed esperimento porta a credere che esiste solo un Soggetto Assoluto, che interagisce con l’interno e l’esterno provvedendo alla propria crescita evolutiva.

Questa comprensione profonda e diretta ci permette di realizzare che ciò che tutti gli esseri desiderano è la felicità, e questa rivelazione ci farà agire per portare loro beneficio nel lungo termine, poiché se io mi focalizzo sulla mia felicità e mi creo un contesto felice nelle relazioni, allora la mia vita sarà un’entusiasmante avventura da condividere con ogni manifestazione dell’esistenza. In effetti, «Guardandoti dentro puoi scoprire la gioia, ma è soltanto aiutando il prossimo che conoscerai la vera felicità» – Sergio Bambarén.
Ecco che una tale consapevolezza ci consentirebbe di vedere chiaramente e correttamente cosa fare e come comportarsi in qualunque situazione particolare, impedendoci di far qualcosa di cui potremmo pentirci in seguito.
Il premio per una vita fatta di gentilezza, generosità, empatia e amore… è una sorta di “stato di grazia“, oggi gli psicologi lo descrivono come uno “stato di flow“: una gioia che si prova soltanto quando si fa qualcosa in modo incondizionato e consapevole, più di tutto quando si sa di aver fatto felici qualcuno o comunque di avergli reso la vita un po’ più leggera. Può sembrare una frase fatta, ma alla lunga il bene ripaga. Cercare di migliorare il mondo ogni giorno con piccoli gesti influenza positivamente la nostra vita e quella degli altri, ed alla fine dei conti rende migliori anche noi stessi. In effetti, è facile comprendere che, il modo con cui ci rapportiamo alle situazioni, prepara il terreno del nostro avvenire. E non a caso il terzo principio della dinamica, noto anche come “Terza Legge di Newton”, stabilisce che “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Pertanto fare il Bene significa raccogliere, prima o poi, una meritata felicità! È una legge di natura!

Ovviamente, è chiaro che è a dir poco dura rimanere moralmente integri in una società così perversa e competitiva come essa lo è nell’avanzata esperienza umana, ma è proprio qui che si riconoscono gli eroi, quando il gioco si fa duro! In fondo, ché se ne dica, la felicità è anelata da ogni forma di vita! D’altronde come saggiamente ci ricorda Aristotele: «Se sulla Terra prevalesse l’amore, tutte le leggi sarebbero superflue».
«Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi: felice. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita» – John Lennon.

Ebbene, esistono delle virtù, degli stati mentali”, dei comportamenti molto pratici che, se perseguiti con impegno, possono aiutarci a far fronte i nostri impulsi più beceri, le nostre istintività, tutte quelle emozioni perturbatorie e difetti mentali che ci rendono la vita non di rado insoddisfacente, stressante, infelice o esasperante… insomma priva di relazioni ed eventi costruttivi o davvero gioiosi e felici. Questo perché la nostra inconsapevolezza riguardo il più autentico funzionamento della Vita, ci lascia abbandonati in uno stato che ci induce a vegetare contro la nostra stessa natura, creando solo competitività, debito e conflitti. Tutto ciò è palese se osserviamo la distonia che esiste tra un’economia di sussistenza che ha funzionato per milioni di anni su questo pianeta, sostituita poi dall’attuale e innaturale economia neoliberista di produzione che ha portato solo ad uno sviluppo tecnologico, lasciandosi tuttavia alle spalle fame, carestie, sofferenze fisiche e psichiche… Ecco che finanche la saggezza di un Maharishi Mahesh Yogi ci ricorda come: «Tutti gli episodi di violenza, negatività, conflitti, crisi o problemi in ogni società, sono semplicemente l’espressione di un accumulo di stress nella coscienza collettiva. Quando il livello di stress diventa troppo alto, emerge come crimine, violenza, guerra e disordine sociale».
Ebbene, se ci concentrassimo seriamente nell’introspezione, nel lavoro su noi stessi, scopriremmo presto come tutto, ogni cosa, dipende dai nostri “modelli mentali”. Citando ancora una saggezza millenaria come quella Orientale, che da sempre indaga i processi mentali, teniamo a insegnamento le parole di Swami Prajnanapada: «Giudicare è un’illusione, perché, se dovete giudicare, vi servite della vostra scala di valori. Dietro al giudizio si cela l’idea che siamo tutti identici». In effetti siamo in pochi a riflettere o a ragionare davvero, ma in compenso tutti giudichiamo! Questa è l’unica e impulsiva attività di pensiero che ognuno sembra praticare sempre e alla stregua di tutto.. purtroppo però veniamo giudicati su ciò che sembriamo, mai per ciò che siamo davvero! Noi ci guardiamo per i nostri motivi, ma gli altri li giudichiamo per le loro azioni, poiché è chiaro che si giudica sempre avendo come modello i propri limiti. Questo accade perché l’uomo può vivere solo attraverso la costruzione di modelli empirici della realtà edificati esclusivamente dalla sua personale esperienza psichica… cosa che rende tutto molto arbitrario e tendenzioso. Allora, pericolosissimo diventa il nostro ingenuo attaccamento alle sceneggiate che ci giriamo nella nostra testa, anche perché iniziamo subito a crederci davvero, sradicandoci dal nostro “stato di flow”. Perdere la “pace interiore” ci getta in preda alla bramosia, ad un desiderio egotistico, invischiato cioè nel fittizio e caduco piano mondano dell’esistenza, nel rumore mentale, separato dall’essenza delle cose. È lo strumento dell’Ego che finisce per inscenare i simulacri dell’Io mentale, cosa che ci fa identificare in una perenne insoddisfazione, vale a dire frequenze soggette alla trasformazione entropico-quantistica: rendendo il nostro sistema biopsichico corruttibile e mortale.
In sostanza, i nostri pensieri sono la causa e l’effetto di un mondo che ci siamo costruiti; mentre al di sotto di questa coltre fatta da una dozzinale somma dei nostri giudizi, c’è l’autentico stato delle cose, la loro natura per come sono davvero. Ed è qui che piuttosto dovremmo dirigere la nostra attenzione meditativa, nel presente, nella pura espressione cosciente di noi stessi: nel momento in cui il flusso della Vita ci riporterebbe sulla via dell’evoluzione, laddove l’essere umano sperimenta la felicità.
«Il nostro cervello è una manifestazione della nostra storia evolutiva. Da Platone a Matrix, il dubbio ci ha sempre assalito: la “cosa in sé”, l’esistenza oggettiva, indipendente dal nostro sguardo, è vera o è un’illusione? Le neuroscienze hanno la risposta: è un’illusione, noi non vediamo la realtà. Costruiamo attivamente un mondo che ci appare reale perché ci è utile. Si tratta di un mondo che naturalmente ha una relazione con la realtà, ma non è la realtà. “Dare un senso”, in termini evolutivi, significa costruire un modello del mondo che consenta di sopravvivere e riprodursi al meglio. La “cosa in sé” non significa nulla. Siamo noi che ne diamo una interpretazione cognitiva. Ma come possiamo noi “uscire dall’illusione”, guardarla “da fuori” per innovare il nostro futuro? Possiamo farlo “deviando”, cambiando modo di vedere: guardando sé stessi guardare, percependo le nostre percezioni, conoscendole, diventandone consapevoli. La consapevolezza della differenza tra percezioni e realtà può portare a sviluppare una nuova creatività, sul lavoro, in amore, ovunque. Il cervello non è mai un analizzatore imparziale ma, attraverso la sua plasticità, si adatta e percepisce, modificando in tal modo la sua stessa struttura. Abbiamo, ad esempio, anche la possibilità di attribuire nuovi significati a un’esperienza precedente» – Beau Lotto, “Percezioni. Come il cervello costruisce il mondo”.

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Gli stati mentali legati all’evoluzione. Le virtù rivolte al conseguimento dell’autorealizzazione e della felicità

Bene, tutto questo discorso sembra effettivamente essere molto coerente e razionale, logico direi, perfino scientifico. Dunque, più o meno tutti potrebbero accettare che questa sia effettivamente la miglior descrizione dello “stato delle cose”, della realtà.

Descriviamo a questo punto quali sono gli “stati mentali fondamentaliper superare le energie annichilenti dell’universo.
Si tratta di qualità insite in noi, particolari “stati di fiducia” che andrebbero vissuti come fossero i voti eroici di ciò che potremmo definire la Via di un “guerriero” o di un “figlio” della “Luce”, nell’eterna guerra tra Bene e Male: tra conscio e inconscio, tra l’Io egoico e il Sé transpersonale. Insomma la vita, tra amori e dolori, affinché si possa gioire in nome di un bene più grande. Nonostante le difficoltà che comporti rimanere integri in una società così corrotta, questo “stile di vita” è la sola Via della felicità eterna. A quanto pare il perdono e la compassione, il lasciar andare e l’accettazione, sono le chiavi per liberarsi da tutti i blocchi somatizzati nel nostro corpo, e già questo è indicativo. In effetti a pensarci bene, noi non possiamo respirare aria nuova se prima non “lasciamo andare” quella vecchia, accettare e perdonare ciò che ci importuna significa lasciare spazio al meglio che ci possa capitare.
«La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera» – Fëdor Dostoevskij.

1. Moralità e Autodisciplina Etica

«La compassione è la base della moralità» – Arthur Schopenhauer.
Per “etica” in questo caso non intendiamo tanto i principi generali e filosofici, quanto uno “stato mentale”, una certa qualità morale del pensiero. È la condotta eticamente appropriata di corpo, parola e mente; e la pratica è racchiusa in una paziente generosità d’animo.
La via da percorrere consiste nell’augurare il meglio alle persone, nel gioire delle cose positive che gli altri fanno e nel pensare in modo chiaro. Queste qualità portano alla felicità mentale, e farle diventare un’abitudine ci assicurerà la felicità lungo la nostra evoluzione. Bisogna impegnarsi a rimanere integri e coerenti. La migliore etica da perseguire è “una vita piena di significato e dedicata al beneficio degli altri”. Un tale approccio ci consente di evitare tutti i problemi che sorgono dall’agire, dal parlare e dal pensare in maniera nociva. Essa crea un fondamento di fiducia con gli altri, che è la base per un’amicizia vera. Ci aiuta a superare il nostro comportamento negativo impulsivo e a sviluppare l’autocontrollo, portandoci ad avere una mente più stabile, più calma.

2. Generosità

«La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente» – Albert Camus.
La generosità rivela le potenzialità di ogni situazione. Il mondo è pieno di ricchezza spontanea, ma non importa quanto bella sia la musica, non c’è festa se nessuno danza. Se nessuno condivide con gli altri qualcosa di se stesso, non accadrà niente di significativo! È per questo che la generosità è così importante. Incentivare il “calore umano” è un qualcosa che non solo da’ forza nel “qui ed ora” ma accelera il processo di crescita evolutiva. Questo “valore” sembra essere ormai “fuori moda”, soffocato da uno stile di vita rabbioso e da attitudini individualiste. Invero la generosità aiuta nella vita più di quanto si possa pensare, perché permette di accorgersi di ciò che si è avuto in dono e di focalizzarsi meno su ciò che non si ha, in modo da sentirsi “tutti uniti nella stessa avventura”, perciò il sostenersi a vicenda diventa fondamentale. Questo è il potere della generosità: trasforma le nostre vite nel profondo perché ci rende aperti a vedere i prodigi che accadono quotidianamente e i doni che riceviamo. Focalizzarci invece su ciò che non si ha non fa altro che convogliare le nostre energie sul sentimento di mancanza, di scarsità (ergo invidia, bramosia, odio…), quando invece è molto più facile ottenere risultati partendo da un sentimento di gioia e di apertura. Lo potete sperimentare ogni giorno anche nelle piccole cose, si ottiene di più con un sorriso che con un gesto di rabbia.
In ogni caso un tale approccio psicologico aiuta a superare l’attaccamento, l’avarizia e la grettezza, che sono stati infelici della mente e che creano terribili problemi ricorrenti, come le bassezze tipiche della società consumistica e competitiva che ci circondano. Non di rado infatti il nostro interesse verso gli altri è egocentrico ed egoista: ci affezioniamo a chi è gentile con noi e detestiamo quelli che ci trattano male: la nostra mente è estremamente squilibrata. Al contrario, il nostro “centro” non deve includere solo noi stessi (o tutt’al più chi ci è vicino), ma tutti quanti, poiché come abbiamo visto tutti noi siamo un’unica Coscienza Collettiva, pertanto la nostra vera felicità dipende dal benessere collettivo. Anche la semplice sensazione di equanimità verso tutti gli esseri viventi – il non discriminare tra amico, nemico e indifferente – può portare grande felicità e libertà dalle nostre paure: se mossi dalla giusta motivazione e comprensione della Vita la generosità indebolisce i nostri atteggiamenti negativi e le afflizioni mentali, portando pace nella nostra mente; una visione che trascende l’Io o il particolare, ma abbraccia il Sé e l’universale.

3. Pazienza

«Perdere la pazienza significa perdere la battaglia» – Mahatma Gandhi.
Si tratta di non perdere l’energia positiva nel lavorare per gli altri e per noi stessi, e di non perdere la felicità futura per colpa dell’agitazione mentale. È uno stato mentale che perdiamo spessissimo a causa della rabbia. La rabbia è l’unico lusso che la mente non può permettersi. Insieme all’impazienza e all’intolleranza, è uno degli stati mentali più disturbanti. In ogni caso, è saggio evitare la rabbia al meglio delle nostre possibilità, e quando morde, “lasciarla andare via” velocemente. La decisione di non seguire la rabbia e di rimuoverla ogni volta che appaia è il supporto per la nostra libera evoluzione, giacché l’odio ci blocca. Perciò con la pazienza siamo in grado di rimanere calmi di fronte alle difficoltà per avere una più chiara ed empatica comprensione delle cose. Questo ci aiuta a gestire meglio le nostre emozioni, a non prendere decisioni quando siamo offuscati dagli impulsi. In questo modo, otteniamo maggiore coerenza tra le nostre opinioni e le nostre azioni, e questo oltre a includere ciò che è “giusto”, significa avere anche una certa lungimiranza e intelligenza. Con la pazienza cesserebbe ogni guerra o qualsiasi odio, poiché con la calma ognuno potrebbe controllare le proprie reazioni di fronte qualsivoglia provocazione, al fine di tendere semmai al dialogo e alla condivisione. La rabbia è il seme della guerra e il perdono invece è il seme della pace, ma una cosa è certa: l’atto del perdonare non è un’azione tipica delle persone deboli, è anzi da veri guerrieri! L’esempio del perdono di Nelson Mandela o di Ghandi hanno cambiato il mondo. La pazienza è quanto mai importante soprattutto in questo periodo storico perché normalmente noi siamo abituati a correre dalla mattina alla sera; viviamo in un’epoca in cui si va sempre di fretta, in cui consumiamo oggetti ed eventi in un battibaleno e fagocitiamo pensieri ed emozioni in una bolgia giornaliera costernata più di ogni altra cosa da concettualità disturbanti, stress e ansia. Ecco che la pazienza ci riporterebbe a dei ritmi più naturali, a vivere e viverci secondo natura, laddove il pensiero rimarrebbe aderente all’autentico flusso della vita, per essere più calmi, più lucidi, più chiari, più obiettivi… per mezzo di una sensibilità più connessa alle esperienze, per così dire, dunque molto più intensa ed entusiasmante, molto più vera! Le psicoterapie attuali confermano che gioia e felicità scaturiscono dalla calma e dall’equilibrio mentale, come pure diceva Elif Shafak: «Cosa significa pazientare? Significa guardare la spina e vedere la rosa, guardare la notte e vedere l’alba». Con la pazienza la coltre fumosa che annebbia le interpretazioni della vita si dipanerebbero offrendo nuovi punti di vista, nuove chiavi di lettura. Una tale mitezza è anche il segreto di ogni “guarigione” (passatemi il termine), oltre che di ogni benessere mentale e psicologico. Infatti nella pazienza, nella calma, nel silenzio (cioè il non pensare ossessivamente e compulsivamente ai problemi) c’è lo “stato naturale” in cui il cosiddetto “processo di individuazione” si sviluppa spontaneamente… come una ferita si cicatrizza autonomamente. Significa riconnetterci con il flusso naturale della vita, dove tutto accade da sé, e dunque liberare tutte le potenzialità (evolutive e positive) del nostro Sé  – giacché lo ricordo ancora una volta: luniverso è un “essere”, è un sistema evolutivo dove tutti sono interconnessi attraverso una rete invisibile di storie; il disegno generale a noi sfugge, noi non vediamo la sua direzione verso la “fortuna” poiché il viaggio è addolorato da sofferenze, e le afflizioni di uno sono le insoddisfazioni che si ripercuoteranno su tutti gli altri. Per questo dobbiamo “rallentare”, cercare la calma e la lucidità allentando la tensione, solo così i Campi elettromagnetici che ci circondano possono interagire, e riconoscersi, senza interferenze; è un po’ come quando in riva ad un laghetto lasciamo che l’acqua rimanga ferma e cristallina tanto da poter osservare il fondo, ma se invece agitiamo l’acqua, come agitiamo i pensieri della nostra mente, allora, la sabbia del fondo non renderà più l’acqua trasparente, ma fosca e sporca, impedendoci di vedere davvero come stanno le cose!

4. Perseveranza ed entusiasmo

«L’entusiasta è un infaticabile sognatore, un inventore di progetti, un creatore di strategie, che contagia gli altri con i suoi sogni. Non è cieco, non è incosciente. Sa che ci sono difficoltà, ostacoli talvolta insolubili. Sa che su dieci iniziative nove falliscono. Ma non si abbatte. Ricomincia da capo, si rinnova. La sua mente è fertile. Cerca continuamente strade, sentieri alternativi. E un creatore di possibilità» – Francesco Alberoni.
Si tratta dell’energia gioiosa che assicura la nostra crescita. È lo sforzo entusiastico a persistere secondo la retta via, è la nostra resilienza. Senza di essa la vita non ha alcun guizzo e l’uomo diventa più vecchio ma non più saggio. È un punto del quale si dovrebbe essere consapevoli, continuando a nutrire corpo, parola e mente con le impressioni che alimentano l’appetito per ulteriori conquiste e gioie. C’è infatti una gioia immensa insita nella crescita costante, nel non permettere mai che qualcosa diventi stantio o logoro. Il vero sviluppo si trova al di là della propria zona di comfort e il richiedere poco agli altri e molto a sé stessi è un approccio che ripaga. Ci permette di avere successo nel conseguire i compiti più difficili, e ci impedisce di abbandonare gli individui più difficili da aiutare. È la forza motrice della nostra realizzazione e felicità.

 

Monito finale:
Mantenere controllo e consapevolezza su:
– retto pensiero
– retta parola
– retta azione

.

Fatale

«Tutto andrà bene alla fine. Se non va bene, allora non è la fine».
John Lennon

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