Il Giorno della Quaglia [20/11/2015]

Tutte le notizie analizzate da un temibilissimo pennuto... [Puntata N° 20]

Cari martirizzati,
la puntata numero venti della Quaglia doveva essere dedicata alla chiusura di Expo, l’evento più importante della storia dell’umanità dopo la scoperta del fuoco e l’invenzione del water, ma i fatti dei giorni appena passati prendono di prepotenza il primo posto in classifica.
Mi spiace che abbiate dovuto aspettare due settimane prima di rileggere un numero della Quaglia, ma ho avuto un piccolo contrattempo: sono stato rapito da un gruppetto di terroristi Isis di origini siriane stabilizzato a Bergamo da anni, e solo ieri sera sono stato rilasciato.
I rapitori erano quattro, e proprio non digerivano il fatto che io scrivessi sciocchezze anche contro di loro. Se la sono presa a morte.
Io ho provato a spiegare che si tratta solo di satira, ma niente, quelli mi hanno legato come un Kebab e m’hanno tenuto due settimane fermo e senza computer.
Ho subìto torture agghiaccianti in questi giorni, cari amici, prima fra tutte l’ascolto forzato delle loro discussioni in bergamasco misto ad arabo; cercavo disperatamente di capire il senso di quelle parole, ma ero troppo terrorizzato per chiedere spiegazioni.
Le liti più furibonde nascevano, per quel poco che ho intuito, da teorie che riguardavano la formazione della malta cementizia; troppo grassa o troppo magra, calce sì o calce no, e cose del genere. Quando attaccava uno, scoppiavano tutti e quattro, e il risultato era terribile:
A ta set mia bu!
I bune üsanse i va zo töte, i se perd!
Al gh’è reméde a töt fò che a l’os del col!
E per finire, l’immancabile “Allah è grande”.
Per punire la mia indolenza, mi hanno costretto a vedere tutti i giorni programmi televisivi che non sapevo essere così devastanti: Uomini e Donne, Pomeriggio Cinque, La vita in diretta, Detto Fatto, Alive la forza della vita.
Un supplizio.
Ho spiegato ai quattro terroristi che quello non è l’Occidente, ma alla loro domanda “E allora che cos’è l’Occidente?” ..sono rimasto senza argomentazioni, e mi sono rassegnato a subire la tortura, sperando di essere liberato al più presto.

Poi, una notte, dalla Tv abbiamo saputo degli attentati in Francia.
I miei quattro rapitori si sono abbandonati ad esclamazioni di gioia pura, tipo “Alégher, che ’l diaol l’è mort!” o “Öna buna grignada la va ’n tàt sangu’”, mentre io mi rattristavo sempre di più. Ho pianto, sul serio eh.
Quelli là erano terroristi molto più organizzati dei miei rapitori, e molto più efferati, e quasi provavo rabbia per essere stato così fortunato rispetto alle povere vittime francesi.
Mentre ero in prigionia continuavo a ripetere a me stesso “Se uscirò vivo da questa vicenda, farò subito tre cose: lottare ideologicamente contro l’Isis deridendoli senza paura, mandare messaggi di solidarietà ai francesi e fare un corso di Bergamasco”.
Durante lunghe ore di agonia –miei amati lettori, giuro che ho temuto di lasciarci davvero le penne quando mi hanno obbligato a guardare La strada dei Miracoli- continuavo a chiedermi qual è il modello di civiltà che per riflesso agli attentati sentivo di voler difendere, e non mi raccapezzavo, perché il nostro modello è decadente.
I cicli economici sono viziosi e non virtuosi, la qualità di vita peggiora, l’ambiente viene distrutto, le diseguaglianze aumentano.
E poi il terrorismo dilaga.
Gli Stati occidentali fanno i porci comodi in tutto il mondo da centinaia di anni, massacrano, colonizzano, distruggono, dopodiché gruppi di invasati mediorientali acquisiscono potere crescendo nell’odio verso l’Occidente, esplode il terrorismo, gli innocenti muoiono, e tutti si odiano di più.
Avete appena assistito ad una rara occasione di “analisi sociologiche della Quaglia”.
Miei amati lettori, la domanda che mi frulla in testa da quando sono stato rapito ad oggi è “A san Martì, ol móst l’è deentàt vì?”.. no, questa non c’entra.. volevo dire, la domanda che mi attanaglia è: ma chi ci guadagna in tutto questo casino dell’Isis?
Chi guadagna dalle stragi, dalle guerre, dall’odio razziale e religioso?
Chi, ma soprattutto: cosa guadagna?
Se capissimo questo, probabilmente risolveremmo il problema alla radice, e non vivremmo nell’ansia del terrorismo.
Tornando ai miei rapitori, hanno deciso di lasciarmi libero perché tanto alcuni loro amici avevano in qualche modo sabotato Ukizero e non sarei riuscito comunque a pubblicare nulla, ma il tutto si è aggiustato, ed eccomi qui.

Secondo me, e giuro che non sto scherzando, dovremmo fare tutti la guerra all’Isis, ma senza far esplodere bombe classiche o mandare a morire giovani militari.
La guerra vera si può fare con la merda, e i racconti di Dario Fo insegnano.
Voi immaginate aerei militari che trasportano quintali di merda liquida bella fumante, e la sganciano sulle sedi strategiche dell’Isis; un bombardamento dietro l’altro, senza sosta, notte e giorno per settimane intere. La materia prima non verrebbe certo a mancare.
File interminabili di cittadini volontari che si recano nei cessi militari messi a disposizione dai Ministeri della Difesa, che cagano dopo aver mangiato verze e broccoli e dopo aver ingerito chili di Activia carichi di Bifidus Actiregularis, camionette piene di diarrea che vengono caricate in mega navi militari in viaggio nel mediterraneo, militari accessoriati di maschere antigas, k-way e fucili Liquidator pieni di merda appena fatta dai compagni di stanza.
E poi, dopo qualche giorno di incessante bombardamento fecale, la resa dell’Isis.
Un video divulgato in tutto il mondo, in cui il sedicente califfo Abū Bakr al-Baghdādī dice “Ochei ragazzi, abbiamo scherzato, ritiriamo tutto, mò basta co sta storia della merda che qua non si respira più”.

Con questo sogno di pace, chiudo il mio editoriale di guerra, fatemi sapere cosa ne pensate scrivendomi all’indirizzo liberopensieroberto@libero.it, oppure legate un messaggino alla zampa di un piccione viaggiatore e lanciatelo dalla finestra; non è detto che arrivi proprio da me, ma almeno vi siete divertiti a fare una cosa che si vede solo nei films.
La puntata finisce senza commenti alle notizie, perché proprio non ho avuto possibilità di analizzarle questa settimana.
Vi lascio con un pensiero che mi porto dietro da anni: da piccolo mi illudevo che, una volta grande, avrei capito come funzionava la storia d’amore fra la figlia del dottore e le tre civette, e soprattutto come mai dopo aver fatto loro l’amore sul comò, alla fine si ammalava il dottore.
W la pace, mettete dei fiori nei vostri cannoni, A ölìs bé nó s’ispènd negót.

 

Roberto D’Izzia

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