Il gioco degli Afflitti

di Clarissa Fidotti

Da quando Laura mi ha lasciato, settimane fa, ciondolo dentro casa e non parlo con nessuno. Il mio aspetto trasandato e incurante parla per me, accompagnato da un menefreghismo quasi perenne. Ho preso a fare un gioco, per questo. Si chiama il Gioco degli Afflitti. Prevede poche, semplici regole. La prima è la Regola della Fine. Per poter partecipare al gioco deve essere appena finito un matrimonio, un fidanzamento, una relazione, va bene anche una tresca. La parola Fine deve essere quella che più spesso si è sentita nell’ultimo periodo, questa è la fine, siamo arrivati alla fine o è finita, finiamola qui. La seconda è la Regola della Spalla. Quando ci si deve spostare da una stanza all’altra della casa ci si mette con una spalla attaccata al muro. Senza mai staccare la spalla ci si lascia scivolare o meglio ci si trascina lungo le pareti. Il muro serve a sorreggere il corpo stanco, debilitato, impigrito e indebolito dalla separazione. Si struscia per tutto il perimetro interno e se si incontra un ostacolo lo si deve aggirare. Per esempio, io per andare in bagno dalla camera da letto devo farmi due pareti e poi girare l’angolo a sinistra nel corridoio e, se la porta della stanza che separa la camera da letto dal bagno è aperta, devo entrare dentro la stanza, farmi tutto il suo perimetro con la spalla e passare sotto la scrivania. Ci metto un po’ ad andare in bagno. La terza è la Regola del Viso. Il Gioco degli Afflitti prevede un’espressione del viso eloquente, ma non eccessiva, gli angoli della bocca convergenti verso il basso e la testa reclinata leggermente in avanti.

A questo gioco si ha una sola pedina, se stessi. Il tabellone è la casa, il proprio rifugio, lo spazio vitale, dove tutto è conosciuto e personale. Il mondo esterno è un posto pericoloso e violento, è là che vi si aggirano le donne. Oramai per muovermi dentro casa uso i dadi. Li scuoto un po’ nelle mani chiuse a conchetta e li lancio per terra. Ogni numero è un passo, due puntini neri sui dadi corrispondono a due passi, tre puntini a tre passi e così via. In casi di estrema urgenza è permesso tirare i dadi due volte, per esempio quando si ha un bisogno impellente di utilizzare la stanza da bagno. In altri casi alcune azioni vengono necessariamente impedite. Ho provato a spiegare a mia madre che mi mancavano cinque passi per arrivare al telefono, ma avevo esaurito i tiri, mi ha risposto che è preoccupata per me e che secondo lei dovrei ricominciare a uscire di casa. Uscire di casa, come posso uscire di casa, come faccio a spiegare che la mia vita è intrappolata dentro un gioco in scatola, che le istruzioni sono state scritte, che le regole sono insindacabili, come faccio a uscire di casa, impossibile. Io sono un Afflitto, un autentico Afflitto, senza forse e senza ma. Io sono una pedina nel gioco furioso della vita, una pedina nella mano gigante del destino, non posso farci niente, niente. Solo continuare a giocare.

La quarta regola si chiama Dipendenza. Passata una dipendenza, bisogna cercarne un’altra, diversa, personale e intensa. La natura della dipendenza non ha importanza, è necessario però che riesca a sostituire quella sentimentale, quella per cui ci struggiamo, quella che ha scatenato la crisi da abbandono. La mia dipendenza è materiale, comune e di facile reperimento. Il latte caldo. Su di me ha un effetto rilassante, rassicurante, analgesico. Anche decongestionante. Latte fresco, alta qualità,  portato quasi a ebollizione, senza aggiunta di zuccheri. Il latte caldo interviene ogni volta che sopraggiunge un ricordo. Durante il primo periodo ciò avviene con una certa frequenza, con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, a seconda della gravità del trauma, i ricordi sbiadiscono, ma la dipendenza rimane, è questa la sua forza. Ora dipendi da qualcosa e non da qualcuno, la cosa la puoi avere tutte le volte che ne senti il bisogno, la cosa è a portata di mano, la cosa non ha impegni, non se ne va, non si muove da dove l’hai messa.

 

E’ una di quelle mie notti agitate, in cui faccio carambolare i dadi sui muri e mi aggiro dentro casa in stato confusionale. Laura si è messa in pianta stabile dentro la mia testa e non c’è modo di mandarla via. Anzi, un modo ci sarebbe: il latte caldo. Ho voglia di versarmene una tazza ricolma fino all’orlo e farlo scendere piano lungo le pareti della gola, a riscaldarmi l’anima. In casi di urgenza come questa i dadi si tirano due volte o si moltiplica il risultato che esce per due. Così riesco ad arrivare in cucina, vicino al frigo, con una mano mi appoggio allo stipite della porta, con l’altra arpiono le dita sullo sportello. Faccio leva sull’altro braccio e provo ad aprirlo. In punta dei piedi, lo spalanco e vedo che del latte non c’è traccia. Come è potuto accadere, sono un drogato senza la sua droga, sono arrivato all’ultimo stadio, quello che impedisce anche di mantenere quel minimo di lucidità necessaria a procacciarsi la sostanza. Come è potuto accadere. E soprattutto come faccio a trovare latte a quest’ora di notte. In quattro mosse sono davanti alla porta di casa. Magari posso affacciarmi sul pianerottolo e suonare al vicino di casa, che a quest’ora sarà ben lieto di offrirmi un poco del suo latte. Lo prendo solo se è fresco, gli direi, alta qualità e intero, altrimenti non fa niente e scusi per il disturbo. Alle tre e mezza di notte. Evito.

Ho trasgredito alla regola numero 4, le regole sono insindacabili, devo pagare una penitenza. Pesco una carta Penalità. Devo rimanere qui davanti alla porta e aspettare che arrivi il giorno. Sono a tre passi dalla soglia, questo mi permette di partire avvantaggiato con i tiri, ma la carta dice che non posso muovermi, mi devo sdraiare per terra, tra la porta e il mobiletto dove poggio le chiavi, stando attento a non sbattere contro lo spigolo. Passerò il resto della notte qui, ad altezza pavimento, dove un filo d’aria gelata filtra da sotto la porta e oltrepassa questa tuta che indosso e che non riesce a tenermi al caldo. Non posso prendere sonno, la circolazione sanguigna si è interrotta alle ginocchia e le spalle mi dolgono. Non appena vedo la luce venir dentro dalle finestre afferro le chiavi e apro la porta deciso a farmi dare il latte dai vicini di casa. Nell’appartamento davanti al mio mi sembra di averci visto una coppia, mi sembra di averci visto due ragazzi giovani e felici, e innamorati. Chiudo le mani a conchetta e lancio i dadi, ma con troppa forza, saltano in aria e vanno a sbattere contro la porta dei vicini. Fanno un rumore secco. Mi devo sporgere parecchio per leggere i numeri che sono usciti. Vedo un sette, il numero sette mi salverà, è un numero ricco di simbolismi: sette sono le virtù, sette sono i peccati capitali, sette sono i chakra, sette sono gli dei della felicità nel Buddhismo, sette sono i veli della danza di Salomè, sette sono i re di Roma, sette sono le vite di un gatto. Con il numero sette io mi prendo il latte e annego di nuovo nella mia dipendenza. Suono il campanello e aspetto. Da dentro la casa sento qualcosa che sbatte contro la porta, fa un rumore secco, poi silenzio. Risuono il campanello. Mi sembra di udire da lontano un Chi è. Provo a rispondere con un Buongiorno, sono il vicino di casa, quello dell’appartamento davanti. Ho un bisogno disperato di una tazza di latte. Dall’altra parte della porta sento una voce che mi dice Parla più forte che non ti sento. E io ricomincio più forte Buongiorno, sono il vicino di casa, quello dell’appartamento davanti. Ho un bisogno disperato di una tazza di latte. Passa più tardi, mi dice la voce, Passa più tardi. Per me è il panico. Per favore, insisto a voce alta, è un’emergenza, te lo chiedo per favore. Ma non posso aprirti, mi dice la voce, non posso venire alla porta. Ma perché, chiedo disperato. Perché ho finito i tiri, mi dice la voce.

 di Clarissa Fidotti

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