Il cappuccino Quotidiano

Come commettere gli stessi errori e sentirsi lo stesso felici

Faccio sempre lo stesso errore.
Oddio ne faccio tanti. Spesso sono gli stessi ripetuti più volte. Male.
Ma ce n’è uno in particolare che mi urta più degli altri, ed è la mia ostinazione a leggere un quotidiano.
Si, ostinazione per l’appunto, perché non è tanto il voler leggere il giornale, quanto la speranza di trovarci dentro qualcosa di interessante. Speranza che a quanto pare è la prima a morire appena lo apro. Gli ultimi saranno i primi, in fondo.
Sapete, ho sempre fatto distinzione tra due tipi di lettura: la lettura impegnata e quella da tazza del cesso. Per capirci è la differenza tra un libro interessante e la settimana enigmistica, la differenza tra uno sforzo mentale e quello fisico. La differenza tra due tipi diversi di liberazione, ecco.

Dicevo, faccio sempre lo stesso errore. E lo faccio la mattina, quando invece cazzate non dovresti proprio farle. Eppure è più forte di me, dico “Cazzo, stamattina ci sarà un cristiano che scrive cose interessanti?”. No. E non è che mancano gli argomenti, che in realtà sono sempre gli stessi, manca altro.
Ecco, la differenza tra lettura impegnata e quella da tazza del cesso era un tempo la differenza tra scrittori, poeti, giornalisti, e gli altri. Gli altri erano i cronisti, i barzellettieri, gli umoristi. Non che abbia qualcosa contro di loro, anzi, ma non li devi prendere sul serio, non vanno presi sul serio! Guai a farlo, altrimenti la vita non diventa un vivere, diventa uno svago, una distrazione, un eccesso di confidenza, chiamiamolo così.

Dicevo, faccio sempre lo stesso errore. Apro quel cazzo di giornale e leggo la favoletta del giorno.
Poi non avendo capito un granché, mi tocca andare sul web per cercarmi le notizie, i riferimenti, gli approfondimenti. Perché appunto sono favole quelle che raccontano, non notizie. Te le raccontano così come le vedono le cose, senza capirne il perché.
Senti parlare di guerre, Trump, Mafia, ma nessuno ti spiega come sono nate, come funzionano. “C’era una volta tizio”, ecco come inizia un articolo di giornale. Senti parlare gente di bitcoin, blockchain, trading.. da parte di soggetti che non sanno neanche premere crtl-alt-can.
Bello premere crtl-alt-canc. Tre pulsanti, un comando. Se il Pc si impalla ecco che magicamente possiamo sbloccarlo. Dovrebbero farci pure a noi con
un comando simile. Eccoci, ci siamo bloccati e arriva un amico e ci sblocca. Allora si che un amico varrebbe un tesoro. A trovarlo però.

Dicevo, faccio sempre lo stesso errore. Ma non è colpa mia, è anche l’abitudine. Quella di prendermi un bel cappuccino seduto nel bar all’angolo, quello che dà sull’incrocio che ti ha visto crescere e sbucciarti le ginocchia per la prima volta. O che ti ha visto correre per andare a scuola
con lo zaino, quando andare a scuola era sinonimo di felicità.

Dicevo, è abitudine. E la tazza lo sa. Mi guarda in silenzio, ma lo sa. E io so che lei sa. Io cerco di non badarci più di tanto, perché se mi fisso sulla tazza poi mi sento la pressione addosso, mi sento giudicato. Quindi continuo a leggere il giornale, anzi lo alzo in modo da toglierle la visuale dal mio volto. ‘Sta stronza.

Dicevo, alla fine è abitudine. Per cui, una volta uccisa la speranza e finito il cappuccino, mi alzo senza neanche troppa delusione, è abitudine dicevo, per cui ci ho fatto il callo.
“Buongiorno, un cappuccino” diventa così la prima frase con cui inizio una giornata. “Subito” la prima che mi viene dedicata. “Arrivederci” la seconda.

Dicevo, io faccio sempre lo stesso errore. Ne faccio più di uno. Male.
Mentre penso a questo esco dal bar e mi incammino per andare dove mi porta la giornata. Mi dico che non devo commettere di nuovo lo stesso errore, ma proprio in quel momento dei bambini mi passano ai fianchi neanche fossi un birillo, correndo per andare a scuola, felici. Uno di loro cade per terra, si fa male, ma si rialza per non rimanere indietro, nonostante si sia sbucciato un ginocchio.
Ritorno a pensare che non devo rifare quel cazzo di errore, ma pochi metri dopo il pianto di un ragazzo mi distrae. Mi distrae anche il successivo abbraccio di un suo amico, che ne blocca il dolore, il contrappasso mentale. Eccolo il Ctrl-alt-canc. Esiste allora.

Dicevo, stavo cercando di ricordare che non devo fare più lo stesso errore, ma il mio problema è che per non rifare un errore bisogna ricordarselo.
E tra mille distrazioni, alla fine anche un errore diventa uno svago, e uno svago è solo una nuvola posta di fronte ad una vita piena di occasioni da vivere. Tocca aspettare che si sposti quanto basta per godersele.
E ‘sti cazzi degli altri. Sono altri, mica siete voi.

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Matteo Madafferi

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