“Harlem. You write the rules”: intervista all’autore Luca Leone

Un intenso e crudo romanzo storico ambientato nell’arco di circa vent’anni, in cui si raccontano le vite inquiete di due “leggende dell’asfalto”

Luca Leone è nato a Roma nel 1972, è un giornalista, scrittore e web designer. Ha pubblicato “Solo Come In Area di Rigore” (Infinito Edizioni, 2014) e “Harlem – You write the rules” (Infinito Edizioni, 2020). Inoltre, collabora da anni con Overtime Festival di Macerata, è Ambasciatore del Benfica e ha un suo Blog personale dove racconta il talento nello sport

  • Giornalista, scrittore e web designer quale di queste professioni è quella che lo impegna di più?

No, precisiamo, non sono un giornalista. E se devo proprio dirla tutta nemmeno uno scrittore. Gli scrittori sono altri, quelli veramente bravi che fanno letteratura come il mio amico Giorgio Terruzzi, lui sì Giornalista con la G maiuscola. Io racconto storie. Sono sempre stato affascinato dalle storie, magari quelle piccole che si nascondono dietro ai grandi fatti. Comunque la professione che mi impegna di più è quella del papà: h24 sette giorni su sette.

  • Di cosa parla “Harlem. You write the rules”?

Harlem parla di una delle milioni di sfaccettature del quartiere. Raccontare il cosmo Harlem è impossibile, ho scelto di parlare del Rucker Park, teatro e fulcro dello street basket che ha visto nascere numerosi talenti tra i quali anche i miei protagonisti.

  • Pee Wee e Joe sono i due protagonisti, quali sono le peculiarità che li accomunano?

Il talento, quella specie di super potere che rende facile le cose di difficili. Joe e Richard sono nati per giocare a basket, è nel loro DNA. Purtroppo, come accade spesso, il talento non è accompagnato da un carattere altrettanto brillante

  • Harlem è una città della periferia di News York, era considerata una città pericolosa? Lo è ancora?

Tutta New York era considerata una città pericolosa alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70. Per chi ha un po’ di anni, come il sottoscritto, ricorderà film come I Guerrieri della Notte oppure lo stesso Kojak il poliziotto con la lecca lecca o ancora il più celebre 1999 Fuga da New York dove addirittura si profetizzava che la città fosse una immensa prigione autogestita dai criminali. Le immagini crude di quelle pellicole, parlavano di una città violenta divisa tra bande che sono poi sempre esistite nella Grande Mela fin dalla sua fondazione. A proposito di Harlem vorrei ricordare il movimento delle Pantere Nere che facevano della violenza e dell’intimidazione il loro mezzo per rivendicare i diritti degli afroamericani. Ma NY si è evoluta puntando tutto sulla creatività e la cultura e questo ne ha, nel tempo, smussato il profilo fino a farla diventare un simbolo positivo e non più un posto da dove scappare, simbolo poi che è stato attaccato l’11 settembre del 2001 come tutti sappiamo.

  • Un romanzo che racconta una storia di vent’anni: amicizia, sport e cos’altro?

Di fragilità, una fragilità giovanile che nonostante i tempi diversi rimane una costante capaci di cavalcare le epoche e le culture con sogni sempre uguali ed errori che sistematicamente si ripetono per raggiungere questi sogni. Fama, indipendenza, necessità di essere accettati nonostante tutto e l’esigenza di sentirsi immuni alla normalità ritenuta una sconfitta. Ma non generalizzo, ci sono giovani brillanti che hanno sogni grandi e che lottano quotidianamente per raggiungerli con una immensa voglia di apprendere. Il libro parla di loro, è per loro.

  • Come le è venuta l’ispirazione per scrivere questo libro?

Per caso da un video su youtube che parlava di una partita giocata ad Harlem al Rucker Park tra dei giocatori professionisti e un gruppo di amici scapestrati che prò riesce a dare del filo da torcere a quei professionisti del Basket. La partita nel libro è descritta minuziosamente e per Harlem è uno di quei momenti che l’hanno resa il centro del mondo. C’erano 12/13 mila persone ad assistere, ammassate in ogni angolo, finestra, ponte, albero che si trovava nei paraggi. La cosa particolare fu che per tutto il primo tempo, la squadra di Pee Wee giocò con un uomo in meno perché Joe aveva altro da fare… Poi nel secondo tempo si è presentato ed è andata come è andata. Ah dall’altra parte c’era Julius Erving più noto come Doctor J, chi un po’ conosce il basket, ma anche chi non lo conosce sa chi è DoctorJ.

  • Quali altri progetti ha in programma in campo editoriale?

Dopo due libri che in qualche modo parlano di sport (Solo come in area di Rigore – storia di un portiere del Benfica) e Harlem, passerò a qualcosa di totalmente diverso. Ho in mente di scrivere la storia di un personaggio bizzarro che villeggiava in Calabria nell’albergo di mia Zia. Un comandante di marina mercantile che aveva come animale domestico un leone e che andava matto per il poker. Un avventura piratesca, genere che tanto mi piaceva da bambino.

Costantina Busignani

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