Guido non ti odio più

Io. Gozzano e cianfrusaglie.

.«[…] Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda
[…]»

 

9 Agosto, ad un giorno dalla notte di S.Lorenzo, i promemoria annuali mi ricordano il centenario della morte di Guido Gozzano, quel cose a due gambe.

Non ho più letto nulla di Gozzano, da quattro anni a questa parte. Come un rifiuto. Perché lo leggevi tu e lo sapevi bene, anche a memoria. E tutto ciò che faceva parte di te, non fa più parte di me. E non è un vuoto da colmare è un corpo estraneo fuoriuscito. È qualcosa che lì, anzi qui, non ci doveva stare. E faceva male, come quelle storie delle forbici dei chirurghi dimenticate nello stomaco del paziente. Cose che non fanno bene. Semplicemente.

Ma non devo perdere il filo ed è di Guido Gozzano che parlavo. Caso vuole o chi per lui, ieri mi cade tra le mani la sua raccolta di poesie in libreria. Cercavo altro, qualcosa che riguardasse i pesci e il loro non dormire. L’ho sfogliata e mi tornava alla mente la tua voce che lo leggeva, lo recitava. Mica per me, questo mai, per tutte quelle bimbette al liceo intente a ricamarsi le tue labbra sulle loro labbra. Io Guido Gozzano l’ho odiato, l’ho odiato con tutta me stessa e ogni volta mi risaliva quell’acciottolio in testa, come una goccia cinese. Che scava e scava.

Ma perché poi odiarti, Guido? Tu non mi hai fatto nulla ed è per questo che ti chiedo perdono. E voglio dirti che sì, avevi ragione te. Che sto imparando e ci sto provando a riscoprire la semplicità, fatta di una somma di piccole cose. Fatta di farina e di acqua, di scale e primi piani, del mio paese e del suo verde, delle montagne intorno e il grano mietuto. Della piazza vuota alle 4.00 del mattino, dell’addormentarsi alle 7.00, di lenzuola pulite, di voci del vicinato, del dialetto e le sue cadenze. Di mani e lingue che sanno intrecciarsi, prendersi e staccarsi. D’inchiostro sulla pelle che non avevo mai toccato, di tutto quello che mai avrei pensato. Della libertà che sto assaporando. Ha il profumo del lievito e il calore dell’appena sfornato. Dell’azzurro, che non manca più, quello della mia stanza, dei suoi occhi stesi al sole, del cielo quando vuole. E non servono parole, poeti e poesiole.

 

Testo/Foto: Sofia Bucci

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«[…] E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia
[…]»

Guido Gozzano, La Signorina Felicita, ovvero la Felicità

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