Giulio Casale: inesorabile poesia tra “Polli d’allevamento” [Intervista]

Scrittore, attore di teatro, ex frontman degli Estra, con quattro dischi da solista all'attivo Casale è un artista dalla storia ormai ultra venticinquennale: una carriera fatta di coerenza, integrità e tanta rara poesia

Figura poliedrica del panorama artistico contemporaneo, Giulio Casale, in oltre 25 anni di carriera, ho calcato i palchi d’Italia come frontman degli Estra, ha vissuto la sua carriera solista come cantautore alternando alla musica una fervente attività teatrale in spettacoli dedicati a Giorgio Gaber, ma non solo, non mancando di cimentarsi con la scrittura di libri e poesie. La sua sublime arte di fermare il tempo esistenziale, di fotografarlo in frammenti idilliaci e immaginifici, lo rende uno degli autori italiani più intensi del panorama poetico e lirico nostrano.
Terminato il periodo nell’indie-rock Casale si è gettato quindi nell’esperienza del Teatro Canzone, tributando, in occasione della ripresa di “Polli d’allevamento“, il giusto riconoscimento al Maestro Gaber.
Domenica 5 maggio Casale sarà ospite del nuovo appuntamento in collaborazione con noi di Uki: “Inkiostro – Rassegna di Musica e Scrittura“. Per l’80° Anniversario della nascita del Maestro verrà riproposto lo spettacolo teatrale di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, vedi qui l’Evento che si terrà in una suggestiva location a Cori in provincia di Latina.
«Cari cari polli di allevamento / coi vostri stivaletti gialli e le vostre canzoni / cari cari polli di allevamento /nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni…». Così inizia “Cari polli d’allevamento“, il brano che dà il titolo al celebre spettacolo del 1978 di Gaber. Il riallestimento dello spettacolo (con le basi musicali originarie arrangiate da Franco Battiato e Giusto Pio) sarà un’occasione unica e irripetibile per dare oggi testimonianza diretta di quello che era il Teatro Canzone di Giorgio Gaber negli anni ’70: per permettere che le sue riflessioni acute e pungenti possano essere ancora gridate e riscoperte nella loro straordinaria attualità; per ridare vita al suo insegnamento sul “come” stare in scena, con infinita passione ed una carica di fisicità umanissima e prorompente; per ricreare quel clima che gli permetteva di catturare ogni spettatore. In un gioco energetico al rialzo assolutamente vitale: sul piano artistico, culturale, umano.
È attraverso la voce di Casale e al suo talento interpretativo che possiamo onorare la memoria del Signor G, testimoniare uno spicchio decisivo della sua arte e spingere il pubblico più giovane a scoprire un grande artista e un Maestro.

– Quest’anno Gaber avrebbe compiuto ottant’anni e sin dal giorno della sua scomparsa ha lasciato un grande vuoto sia nella musica italiana che in un certo modo di porsi di fronte alla realtà contemporanea: ci vuoi raccontare come è nato il tuo speciale rapporto con il cantautore milanese?

Sono sempre andato a vederlo, fin da bambino. Mi affascinava in toto, sia nelle movenze che nei temi e nel modo di trattarli quei temi, tanto nel canto quanto nel recitato. Lo consideravo un po’ un mio nonno immaginario a quei tempi (io di nonni non ne ho proprio avuti), uno che ti spiega la vita mettendoti davanti a le tue contraddizioni, smascherando i luoghi comuni individuali e collettivi, i facili pregiudizi. L’ho studiato tanto, anche se non più di Tenco o di Morrissey o Jacques Brel, per dire, ma è sempre rimasto un riferimento per me, anche quando mi “annoiava” musicalmente (penso agli anni ’90) m’interessava potermi confrontare col suo pensiero profondo sempre non allineato, sempre invocante un superamento di questo stallo perdurante… Se ci fosse un uomo, forse…

– Il percorso artistico di Gaber è costellato di lavori che potremmo definire di “critica sociale” o di contestazione: tra i vari (penso, ad esempio, a “Il signor G”, “I borghesi” o a “Libertà obbligatoria”) perché hai scelto proprio “Polli d’allevamento”?

Per un’infinità di sfumature. La cifra della scrittura, il tono scelto da Gaber e Luporini non è mai stata così prezioso e lavorato come in “Polli”. L’uso della prima persona singolare (nessun senso di appartenenza, mai più, già nel 1978). Il grido disperato contro ogni conformismo, fosse pure quello dello stare dalla parte “giusta”. Il coinvolgimento fisico richiesto all’attore in scena (penso a “Guardatemi bene” ma non solo). Gli straordinari arrangiamenti delle musiche, a firma Franco Battiato/Giusto Pio, che conferiscono allo spettacolo un’atmosfera unica. L’evidente “attualità” (parola che non amo) di quasi ogni brano, 40 anni dopo… Potrei continuare.

– Come pensi potrebbe essere accolto dalla realtà giovanile di oggi, molto più eterogenea e “frammentata” rispetto a quella criticata da Gaber, un lavoro simile a “Polli d’allevamento” nell’eventualità in cui dovesse rendersi conto che parla proprio di loro? In altre parole, pensi che alcuni fermenti giovanili contemporanei abbiano il margine e la possibilità di lasciare un segno duraturo nel tempo?

In generale oggi sembra che quasi niente e nessuno riesca a lasciare un segno profondo nell’immaginario collettivo, ed è proprio la frammentarietà una delle caratteristiche del nostro tempo. Poi il tempo, si dice sempre, è galantuomo… Anche se di galantuomini non se ne vedono più molti, in giro. Ma tra l’altro chiedo: la realtà giovanile di oggi (che pure so essere per tanti versi viva e vivace) ci viene a teatro? Chissà, avranno certo altri luoghi, altri modi…

– Tornando per un attimo alla contestazione, Gaber ha avuto il merito e la grandissima capacità di trattare alcuni temi con un forte taglio ironico. Pensando al contesto odierno, ci rendiamo conto che spesso siamo circondati dal grottesco e dal pressappochismo, elementi che nostro malgrado talvolta sfociano in atteggiamenti molto più deleteri e preoccupanti, soprattutto se visti ad una certa altezza. Secondo te oggi è ancora possibile pensare ad un’ironia costruttiva ed intelligente in contrapposizione ad approcci contestatori magari più fruibili (come un certo tipo di sarcasmo) ma che in fin dei conti sono condannati a girare a vuoto?

Non lo so. Non si può ridere di tutto, il novecento ce lo ha insegnato. Quanto al girare a vuoto sono d’accordo: è di un ‘pieno ideale’ di cui avremmo veramente bisogno oggi. Questo vuoto d’idee e di prospettive (ideali) sta saturando l’aria, al momento. Manca l’aria, a forza di abbassare il livello dello scontro e dell’incontro. Poi però di solito passa, no?

– In base a quello che vedi nel contesto musicale contemporaneo (almeno in Italia) e alla tua esperienza decennale sui palchi, hai notato un cambiamento di atteggiamento del musicista nel modo di trattare la realtà che lo circonda? Hai l’impressione che si siano mollate un po’ le redini oppure c’è ancora qualche possibilità di dire qualcosa di incisivo, magari cercando in zone meno note e frequentate della musica italiana (d’autore e non solo)?

Sì, c’è la tendenza a chiudersi, a guardare solo al proprio percorso e non a quello collettivo, e lo capisco anche. Io però ho ancora bisogno di canzoni e in generale di un’espressione artistica che vada al di là dell’io e dell’autobiografia. Il mio disco uscito quest’anno ha persino quest’ambizione, guarda un po’ che pretese… Fare i conti col tempo presente, con l’aria che tira (per tutti, e non solo per me), dovrebbe essere compito necessario per ogni artista. E il fatto di cercare zone meno esposte è quasi un obbligo, se vuoi sfuggire ai cliché della musica di consumo. Poi certo: in questo modo fai più fatica a parlarci, col “pubblico”. Ma è una contraddizione inevitabile, e la dialettica è comunque interessante. Sempre ammesso che uno sopravviva (ride, ndr)!

Mario Cianfoni

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3 Comments

  • che grande! era da tanto che non lo sentivo. lo adoravo negli anni 2000. sapevo dei suoi spettacoli su gaber..ma anche stavolta passo,latina e’ un po troppo lontana da cremona. :)))
    e’ stato un piacere riscoprirlo anche attraverso questa bella intervista. grazie a cianfoni!

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