Friedrich Wilhelm Nietzsche: la Stella nel Caos!

«Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante». F. Nietzsche

«La filosofia, così come io l’ho intesa e vissuta fino a oggi, è vita volontaria tra i ghiacci e le alture –ricerca di tutto ciò che l’esistenza ha di estraneo e problematico, di tutto ciò che finora era proscritto dalla morale. […] Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo?»
F. Nietzsche, “Ecce homo”

 

Röcken (Lipsia), ottobre 1844. Anche le stelle hanno un inizio e una fine. Anche le più nebulose, oscure, inquiete. Caotiche. Le “stelle danzanti”. Weimar, agosto 1900.

Chi era Friedrich Nietzsche? Un essere complicato, orgoglioso, aristocratico, grave, solitario, superbo, ascetico, selettivo e facile al disgusto. Una notte di alberi scuri. Un uomo scisso e disarmonico: solo giullare, solo poeta. O per dirla “alla Freud”: “un uomo che ha trasformato una nevrosi paralizzante in un’incredibile fonte di energia”. Un anticristo, un labirinto, un’immensa solitudine.

Un “iperboreo“. E chi più di lui? Come iperborea ed enigmatica era la sua filosofia. Un denso abisso di parole e di concetti calibrati e incisi alla perfezione. Una vetta, un’iperbole, un distruttore della morale. Aprire uno dei suoi scritti significa tuffarsi in un vischioso inchiostro nero, in una spirale linguistica di musicalità e forme simboliche. Un filosofo, un poeta, un pazzo. Con lui, le parole saltano, cadono, giocano, si rincorrono, si fermano d’improvviso e riprendono la fuga, in una continua danza nera che invade la pagina bianca. Leggere Nietzsche significa essere colpiti, invasi, storditi da un blocco compatto di nozioni filosofiche, immagini vivaci e concetti sinuosi. Nelle sue opere non si procede con moto lineare, ma si salta, spesso, da un pensiero all’altro per associazione libera, attraverso contraddizioni e antitesi che, alla fine, si risolvono in unità o convivono, semplicemente divise, l’una accanto all’altra. La sua filosofia è labirintica, la sua scrittura impossibile: ogni espressione, ogni aforisma vuole andare oltre, vuole lacerare il comune derma semantico.

 

Dopo gli studi filologici, conquistato dalle parole di Arthur Schopenhauer, inizia il suo percorso nei meandri della filosofia. La sua è un’esistenza solitaria, vissuta da vero asceta, immerso nelle musiche solenni del suo, tanto amato e tanto odiato amico-nemico, Richard Wagner. Incerto e spesso contrastato nella sua carriera accademica, presto la lascerà per dedicarsi alle sue opere. Ed è “La nascita della tragedia” il suo primo grande parto, in cui descrive lo spirito apollineo, che rappresenta l’illusione, il sogno, l’armonia, il “bello”, e lo spirito dionisiaco che incarna il caos, il flusso ambiguo della vita, il dolore, la forza vitale, il “sublime”. Dioniso verso Apollo. Il tragico come dimensione ineliminabile della vita, e l’arte come unica giustificazione estetica dell’esistenza: solo attraverso la creazione artistica, l’uomo può comprendere il mondo e l’essenza della vita.

 

Dopo una preziosa perla, inedita e postuma, “Su verità e menzogna in senso extramorale“, in cui il linguaggio è solo un sistema di metafore liberamente prodotto dall’uomo, e la verità solo un gioco di dadi intellettuale, un’interpretazione umana, sarà il turno delle quattro “Considerazioni inattuali“: lodi a Wagner, a Schopenhauer e un violento attacco alla storiografia, alla “malattia storica”, alla cultura da filistei del tempo e a tutti i suoi adepti.

In questi anni, inizia il suo cammino da filosofo eremita, e si manifesta, lampante, la malattia che lo porterà alla follia e alla morte. Si conclude l’intensa amicizia con Wagner, considerato ora estremo esempio della decadenza che tanto odiava, e i suoi drammi interiori si acuiscono. Interrotta l’attività di professore universitario, a causa della salute precaria, alla fine degli anni Settanta, inizia la sua vita da “fuggitivo errante”. Inquieto, e presente sempre dove non era ancora o dove non era più, non avrà mai pace in alcun luogo. Forse solo a Sils-Maria, dove la sua smania d’esistere a tratti si placa, a «6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo», nel luogo in cui, nel 1881, lo coglie l’illuminazione dell’eterno ritorno dell’uguale. Il tempo non ha fine, il divenire non ha scopo, il mondo è determinato da una necessità di ripetizione. Contro la visione lineare del tempo, nella visione ciclica nietzscheana, ogni momento, ogni singola esistenza, in ogni suo attimo, possiede il suo intero senso. L’istante presente deve essere vissuto come se fosse eterno. Muovi sempre dall’attimo, ci dice, dal presente vissuto pienamente, in quanto affidato non al destino, ma al coraggio della decisione, alla volontà. In breve: vivi questo momento in modo tale che tu debba desiderare di riviverlo, crea attimi così intensi da meritare di essere voluti come eterni. E attimi di questo tipo sono possibili solo se l’uomo che ne è protagonista aderisce alla legge suprema dell’eterno ritorno, e l’eterno ritorno può essere voluto solo da un uomo felice. Siate felici, dunque!

 

Siamo negli anni Ottanta, e Nietzsche scrive i suoi capolavori: da “Umano, troppo umano“, “La gaia scienza” e “Aurora” a “Così parlò Zarathustra“, dalla “Genealogia della morale” al “Crepuscolo degli idoli” fino ad “Ecce homo“: tutte opere di un Anticristo che scrive sempre Al di là del bene e del male. Da qui, nasce il metodo del sospetto, l’alleanza tra arte e scienza, la decostruzione della morale e dei suoi errori. Nasce lo “spirito libero”, l’artefice del proprio destino, il “viandante” scettico che conquista la propria esistenza e la accetta in ogni suo aspetto, anche il più doloroso, e che vive la vita come libero esperimento transitorio.

Nasce la morte di Dio: il venir meno di tutte le certezze assolute che hanno sorretto gli uomini, ed esorcizzato lo sgomento provocato dal flusso irrazionale e caotico delle cose. Muore il Dio cristiano, ma non solo: l’ateismo di Nietzsche è radicale, e il nostro anticristo ci dimostra che non c’è più alcun Dio in grado di salvarci, che oltre agli uomini c’è solo il nulla. Dio è solo un errore, e la sua morte coincide con l’atto di nascita del “superuomo“, colui che va “oltre l’uomo”, che è in grado di accettare la dimensione tragica e dionisiaca della vita, di sopportare la morte di Dio e la perdita delle illusioni, di collocarsi nell’eterno ritorno, di combattere la morale e il cristianesimo, di procedere oltre il nichilismo.

Nietzsche, il primo perfetto nichilista. Eppure anche colui che oltrepassa il nichilismo, colui che supera la svalutazione dei valori attraverso un nichilismo attivo in grado di ricrearne di nuovi. Nietzsche che crede alla “volontà di potenza“, a quella volontà che si identifica con la vita stessa. Nietzsche che misura la potenza di una volontà da quanta resistenza, sofferenza, tortura essa sopporta e sa trasformare a proprio vantaggio: quella volontà di potenza che non gli fa odiare il carattere malvagio e doloroso dell’esistenza, ma che lo sfida, in ogni istante, ad accettarlo e superarlo. La stessa potenza che, negli ultimi anni, annulla la sua volontà e lo fa divorare dalla pazzia e da una paralisi cerebrale progressiva. Ironia della sorte: il suo pensiero, l’unica cosa che lo aveva accompagnato nell’estrema solitudine della sua vita, si annienta.

Il resto è silenzio.

Romina Bicicchi

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«Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare.
E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, –grazie a lui tutte le cose cadono.
Non con la collera, col riso si uccide. Orsù uccidiamo lo spirito di gravità!
Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre.
Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi.
Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo».
F. Nietzsche

«Noi siamo Iperborei. – sappiamo abbastanza bene di vivere in disparte. “Né per terra, né per acqua troverai la via che conduce agli Iperborei”: questo già Pindaro sapeva di noi. Al di là del Nord, dei ghiacci, della morte – la nostra vita, la nostra felicità… Noi abbiamo scoperto la felicità, noi conosciamo la via, noi trovammo l’uscita da interi millenni di labirinto».
F. Nietzsche

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