Frank [recensione]

Fuori o dentro la testa?

.«Blow out all the candles, blow out all the candles
You’re too old to be so shy»
“Candles” – Daughter

«Tu mi dici sono indi
indi come indipendente
ma da quali sostanze
da quali attitudini
e quali circostanze..»
“Indi” – Eva Mon Amour

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Il Viper Room era (o è?) un locale losangelino famoso per la movida di artisti e attori.
In realtà è anche un locale messo nel mezzo dell’appennino umbro marchigiano dalle parti di Gubbio, famoso perché aperto fino a tardi e perché il proprietario per un bel periodo ha pensato di mettere in piedi una programmazione di tutto rispetto a discapito di ogni regola del business (tipo fregarsene di cover/tribute/oaltrarobacheservesoloarichiamaregente), ma l’ultima volta che ci sono andato c’era il liscio, giuro, con uno che suonava la fisarmonica, una tipa a cantare e le basi, una tristezza… Comunque, una sera, mentre ascoltavo un buon blues seduto al bancone attacco a parlare con un altro ascoltatore, come me lì da solo, trascinato dall’amore per la musica. Ho avuto la fortuna di avere un ottimo scambio musicale e soprattutto di stringere una bella amicizia nonostante strade che si sono spinte in direzioni opposte (la mia verso il nord Europa, la sua verso il centro dell’Affrica). Però le amicizie trovano il loro modo per sopravvivere o dissolversi, una sorta di darwinismo psicosociale.
O forse no.
Comunque, qualche giorno fa questo mio amico posta una recensione su “Whiplash“, che casualmente avevo appena recensito anche io ma che era in attesa di caricamento sul sito. Dopo un breve scambio di battute io gli consiglio “Once” e lui mi consiglia “Frank“, accomunati, tra l’altro dal “fattore Irlanda” (ne dovrò parlare un giorno…). Alla prima sera utile, eccomi sul divano pronto a mettere “play”.

Questa recensione potrebbe essere anche sintetizzata con un minimalista ma efficace “È bello, vedetelo!”, ma magari due paroline potrebbe essere il caso di scriverle.
In una qualche località balneare inglese un ragazzo prova a scrivere canzoni tra un Tweet e l’altro, con dubbi risultati. In maniera piuttosto fortuita si trova a sostituire il tastierista di una band durante un concerto (una delle esibizioni più brevi della storia del rock probabilmente). Punto nodale è il fatto che il cantante/frontman indossi una maschera, sul palco e nella vita per una fantomatica condizione medica. Nonostante l’esibizione, e suo malgrado, il ragazzo si trova coinvolto nella registrazione dell’album in una casa sperduta nella campagna irlandese. Qui c’è la parte più originale del film, dove il processo creativo viene preso con ironia ed originalità, si parla di reinventare la musica, nella sua teoria e nella esecuzione per poter dare un apporto significativo e nuovo. Tutto nella testa di Frank funziona diversamente avendo un suo senso meraviglioso che riecheggia nella cassa armonica della maschera.
Il nuovo arrivato registra di nascosto e posta tutto sui Social Media rendendo la band oggetto della curiosità di molti e creando una certa attesa intorno a loro e spalancando alla band le porte del successo nello showbiz… se non fosse che la band ha degli elementi di purezza e di amore incondizionato per la musica.
Adesso non posso più dire molto della trama, altrimenti va a finire che spoilero e non è carino… però posso fare qualche divagazione, alla fine ora che scrivo è piuttosto tardi e sto ascoltando un bel live sulle frequenze di KEXP (suggerisco caldamente l’ascolto della stazione radio).

In questo film si parla di arte e di creazione artistica come catarsi, ma si parla anche di tentazioni, di andare su strade già battute ma di sicuro successo e si parla di uscire dal proprio guscio che però non vuol dire confondersi con la massa ma semmai essere orgogliosamente diversi. È un’opera che mostra la stupidità, la superficialità e la volubilità dei media, con il loro bagaglio di falsità e soprattutto ipocrisia.
Ma non è un film di denuncia, magari un po’ ce ne è, ma come effetto secondario, non necessariamente desiderato.

C’è parecchia critica che tira in ballo un’analogia tra il personaggio di Frank e Ian Curtis, personalmente non la trovo particolarmente pertinente e allo stesso tempo penso che con delle magliette meno belle i Joy Division avrebbero molto meno successo postumo (avete viso il film “Control“?).

Tra l’altro, per ribadire quanto la musica (e non solo il pop più becero) sia troppo spesso una riproposizione fine al conto corrente segnalo un filmato che indubbiamente può essere funzionale. Anche per questo sarebbe bello ci fosse un Frank che avesse la possibilità di esprimere e di arrivare alle orecchie della massa in tutta la sua purezza.

 

Nicholas Ciuferri

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La struggente canzone finale… ebbene si, a cantare nel film è davvero Michael Fassbender:

 

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