Francesco Motta @Monk (Roma) – 12/2016

L’extraterrestre gentile che danza sui battiti della sua musica...

Nessuno scontro, ma vera e propria unione generazionale sotto il palco del Monk per Francesco Motta e “La (sua) fine dei vent’anni” (album che gli ha valso la Targa Tenco per la miglior Opera Prima) si scopre coinvolgere un pubblico variegato che non manca di farsi sentire con un importante sold out.

Dopo la brillante presentazione di “500 altre storie” di Alessandro Pieravanti nella sala adiacente, il pubblico si sposta all’interno del locale, cercando di guadagnare i posti migliori. C’è del trambusto sul palco, a quanto pare qualcosa non va per il verso giusto, ma l’attesa è breve e con poco ritardo il live ha inizio. Francesco Motta e la sua band (di cui presenta a uno a uno i membri fin da subito) salgono sul palco: si sente bene da lì la carica e l’attesa per questo concerto. «Grazie di avermi adottato». Motta salta, si dimena, incita il pubblico e da subito improvvisa una crowd surfing che dà il “la” al primo pezzo “Se continuiamo a correre”. Il pubblico esplode, ma non ci vuole molto perché i problemi tecnici si facciano sentire.
Tutta la band scende dal palco e dopo poco si ricomincia tutto da capo: solo il tempo di imbracciare di nuovo gli strumenti e vediamo Francesco Motta gettare la chitarra classica a terra.
Il pubblico viene scortato fuori dalla sala con la promessa di una nuova attesa, stavolta più lunga.

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Finalmente il live ha di nuovo inizio.
«Grazie di essere venuti in tanti, ma soprattutto della pazienza, per la vita e per le canzoni». Così, per la terza volta, si ricomincia a correre con la musica di questo generoso artista che non risparmia al pubblico nemmeno una nota. Per dovere di cronaca i problemi tecnici vanno raccontati, ma una volta dato l’avvio definitivo al concerto hanno davvero poca importanza: giusto il tempo di un bacio fugace direttamente dal palco a dietro le quinte alla sua ragazza e Francesco Motta si dona finalmente e completamente a noi.
I movimenti sono sconnessi, quasi estranei, fragili: sembra in equilibrio precario. La realtà è che ci vuole davvero poco a capire la visione della musica di Francesco Motta, la mangia e la assapora, si bea di tutto ciò che dà ritmo alle sue parole. Spesso si accosta alle prime file, gettandosi in pasto agli sguardi affamati del suo meritato sold out.
La scaletta corre e sembra davvero duri un attimo: racconta di come “Sei bella davvero” sia nata per caso, ad album completato, e di come Riccardo Sinigallia (produttore artistico dell’album) abbia insistito per inserirla definendola probabilmente la traccia migliore.

Sorprende e fa piacere sentire “Fango” dei Criminal Jokers, band di cui Motta ha fatto parte per dieci anni prima di darsi alla carriera solista.
Di nuovo presenta i suoi compagni di viaggio, li ringrazia singolarmente, e presenta il prossimo pezzo: «Per scegliere loro ci ho messo 10 secondi, e ormai 30 anni li ho fatti».
Il pubblico esplode in un canto corale sulle note de “La fine dei vent’anni”, Francesco Motta abbraccia i suoi musicisti, si lascia sorreggere da loro e annuncia l’ultimo pezzo “Cambio la faccia” di nuovo dei Criminal Jokers. Durante il lungo strumentale si affaccia alle prime file e ci guarda negli occhi, uno ad uno, quasi a non volersi perdere nemmeno un istante di quel live così sofferto e carico di attese.
Ritroviamo lì tutta la rabbia, la malinconia e la carica emotiva di un artista che non teme il confronto con le sue fragilità. Francesco Motta è un extraterrestre gentile, che si muove ad occhi chiusi sulle frequenze del suono e danza con scomposta eleganza sui battiti che riecheggiano sul palcoscenico, che si muovono dal basso.

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La band esce di scena e Motta ci lascia aspettare ancora un po’ prima di salire di nuovo sul palco e regalarci gli ultimi tre pezzi, non prima di aver ringraziato nuovamente il pubblico per la pazienza e, nome per nome, tutti coloro che gli hanno permesso si essere lì.
Il concerto si chiude così con “Roma stasera”, “Abbiamo vinto un’altra guerra” e infine “Prenditi quello che vuoi”.
L’ultimo brano è un invito a tutta la platea, su cui si lancia di nuovo, tra cui si perde (letteralmente) e in cui canta liberamente, senza timori, con la sola voglia di sentire tutto ciò che di positivo riesce a trasmettere l’affetto di ognuno e di lasciarsi prendere completamente. Tornato sul palco, poi, si abbandona stavolta al ritmo, suonando anche lui con le sue bacchette, utilizzando gli spazi e gli strumenti altrui, distorcendo suoni di chitarre, battendo sui piatti, partecipando alle tastiere.
Inchini, ringraziamenti continui e abbracci sentiti chiudono definitivamente il concerto, lasciando al passato problemi tecnici ormai lontanissimi e riempiendo la memoria con delle piene sensazioni, fatte di musica e gratitudine.

Non è decisamente facile affrontare simili problemi (assai rari) durante un live, ma Francesco Motta e la sua band non hanno perso l’occasione di regalare al pubblico un’esperienza pregna di enfasi e piacere. Il risultato naturale è stato quello di riuscire ad immedesimarsi anche per una piccola parte, nel mondo di un artista particolare, fatto di perfezione tecnica e attitudini splendidamente imperfette.
Rigiriamo il ringraziamento a chi ha permesso la finale riuscita del live, alla band e soprattutto a Francesco Motta: «Grazie per la pazienza, per la vita e per le canzoni».

 

Arianna Franzolini
Foto: Sofia Bucci

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