Francesco Bartoli: videoarte e integrazione sociale

Dialogo tra finzione, poesia visiva e realtà

Quello che il mondo sta vivendo oggi con l’immigrazione non accadeva forse dalle migrazioni barbariche del V secolo… è un qualcosa di altrettanto immenso e devastante (sappiamo infatti che tipo di ripercussioni storiche portarono quegli eventi). Un qualcosa a cui noi non siamo per niente preparati. Un qualcosa per cui noi non abbiamo alcuna soluzione (oltre a nessuna vera intenzione di trovarla da parte di certe élite).
Ebbene, l’Italia è il Paese Ocse che dal 2000 ha ricevuto i più alti flussi migratori, sia a livelli assoluti che in percentuale sulla popolazione totale. Il 2017 si annuncia come l’anno record come numero di sbarchi. E tutto questo accade in una congiuntura economica estremamente negativa: tra il 2007 e il 2015 la popolazione straniera residente – al netto degli immigrati clandestini – è raddoppiata.
In questo clima un’artista visivo come Francesco Bartoli, che da Roma ha poi girato mezzo mondo a cavallo della sua arte, è riuscito a creare una piccola oasi nel centro di primissima accoglienza ad alta specializzazione per minori stranieri non accompagnati MSNA di Ragusa, per svolgere un laboratorio di video arte con i ragazzi ospiti nella struttura stessa. In giugno 2016 si è svolto infatti a Ragusa il laboratorio di video arte intitolato “In Search For Nothing“, nato da un’idea di Bartoli e prodotto da Ipassi Studio (con il sostegno economico della Banca Agricola Popolare di Ragusa, main sponsor dell’iniziativa). Si è trattato di un laboratorio diretto a tutti i componenti del centro di accoglienza per promuovere nuove dinamiche d’interazione tra i migranti e la comunità, dove l’appartenenza ad un “nuovo” luogo è stato necessariamente e a tutti gli effetti messo in discussione. Ne è nato un Film documentario emozionantissimo, evocativo e suggestivo di riflessioni su tema.

 

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La videoarte si fa strumento d’integrazione sociale… questo lo scopo di un tale progetto, oltre a quello di circoscrivere il punto in cui quei ragazzi possono sentirsi davvero di appartenere a questo centro di primissima accoglienza, e dunque ad un nuovo Paese, o come protagonisti o solo come spettatori. Spiegaci meglio l’idea di “In Search For Nothing”, a partire dal titolo..

“In Search For Nothing” – Italia (2016) 37’ – è un film indipendente nato da un laboratorio di video arte con migranti minori non accompagnati. Il progetto non è stato svolto con i fondi destinati ai centri d’accoglienza, ha ricevuto un piccolo contributo economico dalla Banca Agricola Popolare di Ragusa e il patrocinio dell’Accademia di Belle Arti di Roma.
5 Mila morti nel Mediterraneo.
181 Mila arrivati in Italia.
26 Mila minori non accompagnati.
Questi i numeri dei migranti del 2016.
Per anni siamo stati abituati a leggere e ascoltare statistiche che ci hanno allontanato dalle persone che compongono questo grande e inarrestabile esodo e dalle loro storie. Con questo lavoro volevo entrare in contatto con i migranti per raccontare la loro esperienza da vicino, ma da un altro punto di vista, volevo che fossero loro a raccontarsi attraverso la mia ricerca artistica. Ho deciso di lavorare con i migranti minori non accompagnati perché sono le figure più fragili e sensibili di questa storia… volevo rendere visibile l’invisibile.
Il titolo pone l’accento sul concetto della ricerca di una vita migliore, evidenziando che a volte anche le grandi scelte possono portare a nulla.
Negli ultimi 17 anni ho vissuto in 5 nazioni e 7 capitali, per lo più europee, sono un apolide per scelta, faccio parte di quella generazione di artisti che vengono definiti europei, e questo progetto è nato 5 anni fa a Londra. Inoltre è il mio primo lavoro prodotto e presentato in Italia dopo 17 anni.

 

Il tuo vero intento era dunque quello di promuovere nuove dinamiche d’interazione tra i migranti e la comunità, come sei riuscito ad attuare questo obiettivo sociale attraverso le attività laboratoriali e il percorso creativo che ha portato alla video installazione?

Sì, l’intento era creare un laboratorio con l’obiettivo di innescare nuove dinamiche d’interazione tra i migranti minori – anime in fuga – e la comunità che li ospita. Durante la prima fase introduttiva del laboratorio, sono state condivise con i ragazzi le nozioni essenziali sul funzionamento delle telecamere che sarebbero state usate per il lavoro e i concetti fondamentali che definiscono la video arte. In seguito, e grazie ad un intenso dialogo con i migranti più interessati all’attività proposta, si è avviato un percorso di sette giorni composto di diversi esercizi creativi sul disegno, la performance e la scultura.
Nella seconda fase del progetto ho raccolto tutto il materiale che abbiamo girato per montare il docu-film finale. Questa fase di post produzione è avvenuta nel mio studio ed è durata circa tre mesi. Il risultato è un film ostico, formato da un montaggio essenziale costruito sul dialogo tra immagini oniriche, finzione e realtà.

 

Quanto e come un dialogo tra finzione, poesia visiva e realtà.. può davvero aprire le porte, in modo pratico ed efficace, a questi ragazzi in un Paese straniero? Qual è la tua conclusione finale sulla mission di questo progetto?

L’artista, a differenza del politico, dell’attivista o del giornalista, ha la capacità di affrontare un certo problema attraverso quello che in gergo chiamiamo gesto o azione poetica. L’arte può essere davvero uno strumento d’integrazione sociale forte e capillare, ma per diventarlo la libertà di azione poetico/politica dell’artista deve essere assolutamente libera.
«Fino a che punto posso appartenere a questo luogo? Sono un partecipante o solo uno spettatore?». Queste sono alcune delle domande alle quali si è cercato di rispondere attraverso narrazioni audiovisive, interviste e performance che si sono svolte tanto all’interno come all’esterno del centro di accoglienza.
Volevo che i migranti uscissero dal loro centro e che, con la scusa di imparare un nuovo mezzo di espressione come il video, potessero conquistare lo spazio urbano della città interagendo con gli abitanti della comunità che li ospita. Durante il corso di video arte abbiamo realizzato delle performance che avessero la capacità di dialogare e/o contrastare con la realtà e la cultura circostante.

 

Che tipo di esperienza è stata dal punto di vista empatico ed emozionale?

È stata un’esperienza totalizzante e arricchente ma anche per questo molto difficile da gestire. Il centro di primissima accoglienza è un luogo di passaggio per i minori, dove rimangono dalle due settimane ai tre mesi. È il posto dove i ragazzi sono veicolati subito dopo lo sbarco in attesa di essere accolti nelle strutture di seconda accoglienza o nelle case famiglie. Il primo impatto è stato emotivamente molto forte, perché molti migranti sono ancora stremati e impauriti dal lungo e complicato viaggio appena percorso.
Stimolarli a fare un laboratorio, se pur creativo e nuovo come il mio, è stato davvero difficile. Una delle cose che dico sempre per sdrammatizzare il tutto, è che la produzione ha speso più in gelati e caffè per i ragazzi che per l’intero progetto. Questo per farti capire che ho usato ogni mezzo possibile per catturare la fugace attenzione dei ragazzi e spingerli a interagire con la comunità fuori dal centro.

 

Nonostante la situazione “immigrazione” in Italia sia tragica, non pare esserci traccia di alcuna elaborazione concettuale di questo problema, se non declinata in chiave xenofoba. Il ché la dice lunga sulla strumentalizzazione, l’ipocrisia e l’infamia che gira intorno a questo problema… Cosa pensi ci sia dietro questo lassismo politico e perché secondo te non riusciamo a prendere di petto questo problema?

Le immagini dal forte impatto pittorico-poetico del film sfuggono dalla visione codificata sulla migrazione cui siamo stati abituati dai mass media. Nonostante il film tenda a porre lo spettatore nella posizione scomoda del giovane migrante, lo fa da un altro punto di vista, quello del loro corpo. Il tentativo è stato quello di svelare la loro identità senza dover vedere mai le loro facce. Il risultato è spiazzante, perché nonostante i ragazzi non parlino quasi mai durante tutto il film, in alcune scene sembrano urlare la loro storia.
Intendo dire che azioni di questo tipo possono innescare nello spettatore delle riflessioni nuove su questo problema. Le immagini hanno un potere evocativo molto forte. Potremmo ridefinire l’approccio che la nostra società ha su questa questione, ma ci vuole del tempo; tempo per riflettere davvero su come affrontare una vera politica di accoglienza, tempo per farci una propria idea del problema e tempo per poter trovare nuove soluzioni di integrazione sociale. I nostri politici, molti, non sono preparati a questo fenomeno, rispecchiano troppo spesso la nostra ignoranza e attraverso l’opacità delle loro azioni possono fomentare paura e odio.

 

Altro aspetto è quello del terrorismo. Insomma, ce la prendiamo con gli immigrati, che spesso sono profughi, tuttavia, seppur tenendo ovviamente conto dei pazzi criminali che vanno fermati, credi sia davvero coerente trattare così male e senza eccezioni gente che fugge da massacri, omicidi e guerre che abbiamo causato noi? Voglio dire, siamo i maggiori beneficiari degli affari sul traffico delle armi, tra i maggiori esportatori di armi in Medio Oriente, l’Occidente da anni capitalizza traffici e mercati a scapito delle popolazioni e degli Stati di quei territori… da secoli massacriamo le loro famiglie. Pertanto, dopo avergli ammazzato moglie e figli, dopo avergli tolto tutto… alcuni fuggono in cerca di aiuto, altri distrutti nel profondo si lasciano lobotomizzare e vengono qua per farsi esplodere, ripeto, pur condannato ogni tipo di terrorismo (e la compartecipazione di quegli Stati a questa situazione), sei d’accordo sul fatto che un’esame di coscienza dovremmo farcelo anche (se non prima) noi?

Potremmo iniziare con lo spegnere le televisioni e ricordarci che siamo stati, siamo e saremo un popolo di migranti anche noi. Ciò di cui parli forse è lontano dalla nostra capacità di accettazione e comprensione, e forse col guardare troppo oltre rischiamo con il perdere di vista cosa abbiamo vicino. E in questo momento abbiamo vicino molte vittime che chiedono la possibilità di avere una vita migliore. Spesso si dimentica, o forse nemmeno si sa, che la maggior parte di queste persone non vorrebbero fuggire dai loro paesi e dalle loro comunità, ma sono costretti. Ovviamente la luttuosa politica internazionale di cui parli ne è la prima causa.
Avvicinarci a queste persone ci farebbe capire meglio i loro problemi, perché a mio avviso il vero confine è quello invisibile ma insormontabile dell’incapacità di dialogo. Credo che il problema vero di quasi tutte le fratture umane e sociali è la ‘differenza’.

 

In Italia c’è solo uno scarno decalogo di raccomandazioni e un misero milione di euro per garantire il pieno inserimento dei minori stranieri nella Scuola italiana. Non ci sono politiche abitative studiate per prevenire la segregazione o l’auto-ghettizzazione abitativa (come ad esempio accade in Germania). Non c’è un adeguato sistema di corsi di lingua italiana dedicato al raggiungimento di un livello sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno. Non ci sono validi incentivi ad adeguare i propri costumi alla società italiana, né efficaci disincentivi per chi contravviene alle più basilari norme di convivenza del nostro Paese… Insomma, nel rapportarci con questa situazione noi italiani non siamo né respingenti, né accoglienti… senza alcuna strategia per limitare i flussi o per integrarli nel nostro tessuto sociale. In che modo hai riscontrato queste problematiche nella tua esperienza? Quali erano le reali condizioni esistenziali di quei ragazzi abbandonati a se stessi?

E non solo… aggiungerei che i centri di accoglienza, che dovrebbero iniziare questa politica di dialogo con l’altro, di mediazione culturale, spesso diventano soltanto luoghi di smistamento che lucrano alle spalle delle vittime. Io stesso ho toccato con mani l’incapacità di alcuni “operatori” di interagire con i ragazzi.
Il centro che ha ospitato il mio laboratorio non organizzava nessuna attività ricreativa o corso d’italiano, eppure le Cooperative che gestiscono i centri ricevono molti soldi per programmare tali attività. Ci tengo a ripetere che il mio laboratorio è stato eseguito con un piccolo contributo economico della Banca Agricola Popolare di Ragusa e che per la post produzione e la promozione del film non ho ricevuto nulla.
L’Italia è il Paese dei campanili e delle differenze culturali, è il paese del finché potrò coltivare il mio orticello tutto andrà bene. Ecco, in mezzo a tale schizofrenia interna – sociale e politica – l’Italia si trova “costretta”, da anni ormai, e per la sua posizione geopolitica, a gestire e accogliere il flusso più grande di migranti in Europa. Siamo preparati? La nostra politica ha un piano di accoglienza che possa trasformare i numeri in risorsa per il Paese? Non credo. Passeranno degli anni prima che qualche politico visionario possa capire che questa è soltanto la punta dell’iceberg e che una politica d’integrazione stratificata ed efficace è l’unica strada percorribile. Non credo ci sia un Paese o un Continente da difendere, l’Europa, bensì credo che dovremmo lavorare per rendere positivo un fenomeno che la pessima politica, che fa leva sulle frustrazioni della gente, ha reso negativo. È semplice forse, i nostri ragazzi fuggono dall’Italia e altri ne arrivano… non facciamo nulla in entrambe i casi, perché da tempo la politica non fa più il proprio mestiere; occuparsi delle persone.
Nella chiusura più totale si rischia di non comprendere molte cose, come per esempio che la maggior parte di queste persone vorrebbero transitare in Italia per approdare nei paesi dell’Europa del nord, primi fra tutti la Svezia. Vedi… l’arte di contenuto ha ancora la capacità e l’enorme privilegio di avvicinarsi alle persone, di dialogare con esse e di dargli una voce indipendente e forte. È l’empatia che crea l’incontro con l’altro, con il diverso… per non dimenticare che anche noi siamo l’altro in qualche altra parte del mondo.

 

Questi sono pure i tempi in cui negli USA è arrivato un certo Trump, e dunque la tragedia è dietro l’angolo. Per qualcuno gli Usa dovrebbero invece accogliere ancor più stranieri, ma è pur vero, come ci ha ben spiegato il giornalista Roy Beck, che fare entrare un milione di persone ogni anno non fa quasi nessuna differenza se si considera che altri 80 milioni di persone nascono ogni anno in Paesi con livelli estremi di povertà, violenza o guerra. Insomma, sembra non rimanere che la soluzione di “aiutarli tutti a casa loro”… che poi è la cosa più ovvia? Non credi?

Complesso davvero… e in parte sono d’accordo con Beck ma se permetti, vorrei risponderti con una citazione del sociologo scomparso da poco Zygmunt Bauman: «Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro. Gli sbarchi non si fermeranno, perché le migrazioni sono inseparabili dalla modernità. Infatti una caratteristica della modernità è la produzione di “persone superflue”: individui tagliati fuori dal processo produttivo che perdono la propria fonte di sussistenza. Il progresso economico consiste nel produrre la stessa quantità di cose che producevamo ieri con una minore quantità di lavoro e a un costo più basso. Chi rimane tagliato fuori diventa una persona superflua. E alle persone superflue, non resta che andarsene, cercando un altrove dove ricostruirsi una vita».

 

Narrazioni audiovisive, performance all’interno e all’esterno del centro di accoglienza, storie personali dei giovani, esperienze comuni nate dal lavoro diretto con te come punto di riferimento… insomma un lavoro totale sia dal punto di vista emozionale che pratico-professionale. Come ti senti di poter collocare questo progetto nella tua esperienza professionale ed artistica?

Credo che “In Search For Nothing” è sicuramente il progetto artistico più difficile e articolato che abbia mai realizzato. Si tratta di un progetto che ha avuto tre fasi di lavoro molto delicate e tante difficoltà, avrei voluto mollare varie volte. Solo ora, a distanza di mesi, riesco a vedere il film con occhi nuovi, e questo è accaduto perché dopo aver finito il montaggio, il lavoro ha preso la sua strada ed io la mia… ci siamo rincontrati da poco. Credo davvero che il film sia anche un compendio della mia ricerca artistica.
Oltre a porre uno sguardo nuovo sul tema “migrazione”, a mio avviso questo lavoro possiede le caratteristiche dell’opera ponte: crea nuove letture della mia opera, crea connessioni tra la mia ricerca artistica e i migranti che l’hanno reinterpretata ed infine, attraverso il mezzo della video arte, avvicina i migranti alla società che li ospita.
Volevo chiudere aggiungendo che nel momento in cui questi ragazzi hanno lasciato il loro Paese, hanno abbandonato la loro identità… io li ho conosciuti pochi giorni dopo lo sbarco e ho cercato di lavorare e riflettere sulla loro fuga. Mi interessava l’aspetto umano, la loro vita, la loro condizione di sospensione attuale. Ho realizzato il film sui migranti che volevo vedere creando immagini che innescassero un processo di riflessione profondo e irreversibile.
Fare politica attraverso la poetica è il mestiere dell’artista.

 

Andrea Fatale

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> ANTEPRIMA: “Io Migrante: tra Visioni e Realtà” > Proiezioni: “Tre Titoli” di Nico Angiuli /
In Search For Nothing” di Francesco Bartoli
Giovedì 16 marzo dalle ore 21:30 alle ore 22:58
Nuovo Cinema Palazzo San Lorenzo
Piazza dei Sanniti, 9 a (Roma)

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10 Comments

  • le interviste di Fatale sono sempre un viaggio epico ….. poi quando incontrano personaggi ispirati tutto accade e diventa specchio dell’ anima ….. perché su questo mondo non siamo soli , siamo tanti …. siamo tutti
    complimenti davvero all’ artista

  • Un’iniziativa splendida Questo artista ha fatto ciò che le cooperative dovrebbero fare sempre . o se non altro programmare con chi ha le abilità. Mi sembra questa un’ottima dimostrazione di come le cose in verità si possano FARE in nome dell’integrazione senza lasciare invece allo sbando quei ragazzi
    Le parole dell’artista dicono tutto poi sulla situazione che ha trovato e sul problema dell’integrazione in generale
    Il doc arriverà anche Milano? sembra piuttosto interessante anche dal punto di vista creativo … :)))

  • fatela leggere a Salvini questa intervista !!!
    Fatale sei il solito grande ….su Uki sempre le cose piu’ interessanti

  • le foto del film sono molto suggestive , deve essere stata una esperienza totale e inclusiva . mi immagino questi ragazzi tra le strade di Ragusa. un laboratorio che andrebbe proposto sempre, altroche’
    F.Bartoli ha dimostrato che l’integrazione è fattibile … e questa intervista di Fatale che l ‘immigrazione è invece una ferita aperta di impossibile soluzione di questo passo

  • belle ed evocative immagini.
    complimenti a Francesco Bartoli. non conoscevo questo video artista
    alla conquista dello spazio urbano e oltre! :))

  • Spesso si dimentica, o forse nemmeno si sa, che la maggior parte di queste persone non vorrebbero fuggire dai loro paesi e dalle loro comunità, ma sono costretti.

    ..ecco,non aggingerei altro

  • il teaser è molto suggestivo,rimanda a esperienze dirette molto profonde ….
    la situazione immigrazione invece è vergognosa. Tutto molto chiaro nelle lucide parole di Bartoli per un intervista totale su tema….. Fatale sempre fenomenale nella sua saggia rivelazione della realtà
    Le risposte sono aperte, nate da un artista sensibile, che fa appunto più politica lui con la sua poetica che decenni di politiche sociali .
    Questo progetto è un meraviglioso esempio di sensibilità civile !

  • UN ARTISTA PREZIOSO, PER LA SUA “POLITICA” ARTISTICA
    SONO CURIOSO … CERCHERO’ DI PASSARE AL CINEMA

    GRAZIE FATALE PER QUESTA IMMENSA RIFLESSIONE SU UN TEMA CHE OGGI STA DIMOSTRANDO QUANTO FAZIOSO E SUBDOLO SIA,SE ANCORA CE NE FOSSE BISOGNO 🙁

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