Flussi 2015 “Realityvism” – Avellino 08/2015

Il live report completo della cinque giorni di una delle manifestazioni di media art più importanti a livello nazionale e internazionale

Scrivo questo report un po’ in ritardo, ma avevo ancora i bassi dell’altra sera che mi pompavano nel cuore. Avevo bisogno di qualche ora in più per metabolizzare questi cinque giorni vissuti intensamente al Flussi media arts. Cinque giorni fortissimi, che, come ogni anno questo Festival sa fare, hanno portato novità e freschezza alla ruvida provincia irpina. Flussi, come già scritto nel mio precedente report, è un miracolo della terra mia. Si tiene ormai da sette anni e ogni volta ha fatto scelte sensate, stilando una programmazione ragionata e mai lasciata al caso, lungimirante e in alcuni casi profetica: penso a quando nel 2010, Flussi scommesse sui Mount Kimbie, pensate, alla loro prima esibizione italiana. Guardate adesso dove sono arrivati i due inglesi. E penso a quando, sempre lo scorso anno, riuscii ad assistere, gratis, ad Avellino, al Teatro Gesualdo, allo spettacolo di Fennesz (+Lillivan), fra i massimi maestri dell’universo glitch e ambient.

Quest’anno, in teatro, c’era Kolgen, lo “scultore audiocinetico” canadese. L’irrequietezza neoclassica si muove in lui come in un Canova contemporaneo. Il suo spettacolo è diviso in tre parti: nella prima, “Dust” (opera che si rifà alla fotografia di Man Ray e Marcel Duchamp), esplora i cambiamenti di stato della materia. Questa appare in continua trasformazione, ma dopo mirabolanti accoppiamenti di corpo, essa ritorna allo stato di prima, questa volta radiografata come ai raggi X. In “Dust”, la polvere, appunto, diviene un sistema complesso al quale non possiamo sottrarci. Nella seconda parte “Aftershock”, il canadese lavora su scenari apocalittici, nei quali non è data alcuna possibilità di salvezza al genere umano. Gli equilibri geofisici del pianeta sembrano essere stati irrimediabilmente compromessi. La terra ha perso la sua gravità. Il suono manca di melodia e di ritmo, come avviene in quasi tutta l’esibizione di Kolgen. I visual e la musica, a cui l’artista concede la stessa importanza, procedono di pari passo. La performance si chiude con “Seismik”. L’autore, questa volta, usa un software da lui stesso creato, capace di registrare campi magnetici e attività sismica. Questi segnali sono ad ogni live differenti. Ogni spettacolo è quindi diverso, di volta in volta. Durante lo spettacolo avellinese, sono intercettati segnali provenienti da Alaska, Honduras e Indonesia. I segnali captati sono convertiti in suoni astratti e feroci. Si scende nel sottosuolo, nelle macerie di quel che resta della materia e della Terra, in un inferno dantesco senza alcuna via di fuga. Domina la morte. L’unica forma di vita sembra essere data dalla collisione delle onde generate dai campi magnetici, che ormai dominano il pianeta. L’esibizione di Kolgen si chiude con un’amara riflessione sul destino dell’uomo e sull’avvenire del mondo moderno.

Il dadaismo e gli interrogativi ironici di Mat dei Jealous Party (subito dopo sulla terrazza del teatro Gesualdo) non mi risolleveranno il morale.

I Senderflos alleviano il dolore con i loro ritmi calibrati, la gente è già pronta per gustarsi il secondo giorno.

 

Alla casina, il 27, sono puntuale. Alle 19.00 iniziano subito i White Noise Generator. Fa molto caldo. Uno dei due suona un sassofono. Sono rumori da ascensione, una sperimentazione che percuote, disturba.

Alle otto circa, quando il sole si fa sotto, pronto al tramonto, si esibisce Alessandra Eramo. Bellissima la sua performance. Lavora con la voce, i suoi suoni sono qualcosa di diverso. Dalla sua voce si diparte forse la vita che ora porta dentro di sé (è incinta). Alterna ninne nanne a segnali di distruzione; una voce radio annuncia «Burn, destroy», ma la Eramo è più viva che mai, contraltare italiano al primo Prurient (Dominick Fernow), quello che urlava rabbia e annientamento contro la cassa, per intenderci.

Segue John Duncan. La sua musica è un continuum, un flusso di coscienza dal sapore tribale; ogni tanto alza lo sguardo sul giardino. Una presenza antica, la sua.

Alle 22.00, in terrazza, attacca Andrea Taeggi dei Lumisokea (presenti entrambi lo scorso anno a Flussi). Il suo nuovo progetto, Gondwana, mi fa uno strano effetto: suoni beat, funky, synth. Abituato ai Lumisokea mi sento spaesato, ma la gente balla, si diverte, inizia la serata con più gusto.

Con Janek Schaefer si va a scuola: il professore campiona i Beatles, gli distorce la voce. È un eretico del suono. Fuma tabacco American Spirit. Spezza la sua musica di cristallo con fisarmoniche popolari. Alle sue spalle leggo “Interlude” e alla fine “A film by Schaefer” e solo allora trovo un senso al suo set, concepito come lezione o documentario di controcultura.

Leafcutter John taglia il suono con la luce, si muove forsennatamente, hopkinsiniano, forse prelude al set finale di Nhk’ Koyxen che fa pariare tutti. Il giapponese indossa un occhialino 3D, fa una dance divertentissima che compiace anche gli spiriti leggeri. Chiude con strutture vagamente alla Justice e dopo aver interrotto ed essersi preso un primo applauso, riprende magicamente a pompare, come atto sessuale ancora carico. La seconda giornata si chiude, così, con un’estrema liberazione.

 

Il 28, giornata cruciale, è tutto bellissimo (e ve ne parlo diffusamente qui nel report di Kerridge, i Retina, ecc…).

 

Il 29, in Casina, alle 19.00, Andrzej Zaleski & Aspec (t) fanno un set rumorosissimo, usando anche campanacci e facendo versi e facce irritanti.

Prendo uno Spritz e subito dopo Ute Wassermann, con gli allievi del suo workshop, dirige l’orchestra di suoni e rumori vocalici. La Wassermann parla la lingua del mondo, i suoni virili, gutturali, a tratti fastidiosi, risentono comunque di una sua forte femminilità.

Alle 8 e un quarto circa attacca Erikm, il francese che mescola suoni abissali, voci spezzate. La sua performance è un taglio netto.

Al teatro, faccio un giro alle installazioni, questa volta divento cartone animato con l’installazione “Omaggio a La Linea” di Mauro Ferrario.

Mia Zabelka mi inquieta, con il suo violino elettrico, sembra quasi suonare la colonna sonora di Hannibal e dopo aver assistito anche al set da albe spaziali di John Chantler e Stefano Tedesco, mi godo Tok Tek, il giocatore del suono: con un joystick su una tavola imbandita di oggetti disparati (dal giocattolo, alla paperella da doccia, alla diamonica), domina il palco. A un certo punto si sente la voce di Cristina D’avena. Tok mescola le carte, la frittata è però buona. Di sicuro il più pazzone della serata.

L’ultimo artista è Edwin Van Der Heide, olandese da non confondere col calciatore Andy Van Der Meyde, pur essendo entrambi sparatori: chi con i laser, chi con i palloni (che poi di Van Der Meyde, ricordo solo la fucilata contro L’Arsenal ai tempi di Cuper). Van Der Heide fende l’aria: il fumo lanciato sul palco a regola d’arte, permette ai laser di affettare gli spazi, distruggendo i vincoli architettonici. L’olandese, pur finendo un po’ prima del solito, lascia tutti soddisfatti.

 

Il 30, giorno finale, arrivo alla Casina del Principe alle 14.00. Si esibiscono un botto di artisti: Vincenzo Giordano (djset), Mariano Sibilia che mette su la sua tesi di laurea in musica elettronica (conservatorio Cimarosa di Avellino), Mogano, che suona per circa un’ora e mezza mentre io mi perdo su una balla di fieno nel giardino della Casina e soprattutto The Delay in the Universal Loop (progetto di Dylan Iuliano), il set sicuramente più interessante del pomeriggio. Il giovanissimo ragazzo campano (vent’anni) si esibisce in un spettacolo fatto di synth ragionati, intelligenti, in un’atmosfera ironica, ilare ma comunque tagliente e vivissima. Iuliano ha già pubblicato due dischi: “Disarmonia” (in Italia uscito per Factum est, Jestrai e in USA per Dilated Time, Dallas Distortion Music) nel 2013 e “Split Consciousness” (uscito in USA per Moon Sounds Records e Dilated Time/Cemetery Sisters) nel 2015.

È poi la volta di NISE (Noncollettivo Infrasuoni Sabotatori Elettroacustici), nome assunto, in occasioni performative, dal gruppo di persone che gravitano intorno a “Infrasuoni”, il Tavolo che si occupa della musica e suona presso L’Asilo, la comunità di lavoratori dello spettacolo, dell’arte e della cultura di Napoli. La strutturazione è prettamente casuale e i suoni distorti che martellano le sinapsi ben si amalgamano con quelli degli E-Cor ensemble, progetto del conservatorio Ottorino Respighi di Latina, anche questi tesi alla sperimentazione elettroacustica. Chiude gli spettacoli alla Casina, il maestro Elio Martusciello (Ossatura) che dirige un ensemble con musicisti e persone con disabilità. Un evento speciale di creazione musicale e inclusione sociale.

Sulla terrazza del teatro Gesualdo, si riprende alle 21.00 con i suoni caldi di Caterina Barbieri e lo spettacolo dei DrØp & Fax di microsound, glitch e ritmiche convulse che suonano come fuochi d’artificio su una cornice ambient. Petite Singe spinge forte e piace al pubblico: una femminilità evidente nei suoni, a tratti shoegaze, Hazina costruisce un universo di suono simile a una muraglia cinese, quella stessa muraglia cinese che poco dopo Lucianone Lamanna si appresterà a distruggere nel suo dj set che fa “sfogare” il pubblico dando a Flussi 2015 un finale degno di quello dello scorso anno con Sir Domenico Crisci. Quando Lamanna piazza “Waterfall” di Rrose capisco che i giochi sono fatti, non ci resta che buttarci nella mischia e ballare fino alla fine.

Anche quest’anno una grande emozione.
Grazie Flussi

Domenico Porfido

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