Fiction & Quattrini

di Lorenzo Latini

-Il suo romanzo non è affatto male, mi creda: c’è suspense e sofferenza, e dolore, e tutto questo va benissimo. Ma è troppo violento -mi spiega l’editor della SugarBooks. Inoltre, la svolta verso tematiche “paranormali” nel finale ci ha lasciato un po’… perplessi, ecco.

Pronuncia la parola “paranormali” come se stesse per vomitare, ma allo stesso tempo riesce ad elargirmi un sorrisetto di pietà e comprensione. Sento una rabbia soffusa crescere in me: le tempie cominciano a pulsare, quasi che qualcuno si stia divertendo a percuoterle con un martello, e la vista mi si annebbia.

-Ma… Ma… Voi avevate detto che avevo carta bianca sulla trama e sulle tematiche, che la mia unica preoccupazione doveva essere quella di scrivere un libro che tenesse il maggior numero di persone incollate alla pagina -balbetto io, nervoso. Non credevo che il fatto di descrivere eventi “sovrannaturali” fosse una cosa negativa, agli occhi della SugarBooks. Se volevate un romanzo alla Steinbeck o alla Hemingway, potevate dirmelo prima, no?

L’editor scoppia in una sonora risata. Quando si è calmato, prende una scatola di legno dalla scrivania e ne estrae un lungo sigaro cubano.

-Ne vuole uno, sig. Latini?- Mi chiede, indicandomi la scatola.

-No, grazie. Odio il puzzo dei sigari- gli dico, tradendo non poca acidità nel tono di voce.

Lui si stringe nelle spalle e accende il cilindro di tabacco, dopo aver tagliato l’estremità inferiore. Tira qualche boccata e in men che non si dica la stanza si riempie di fumo bluastro; l’odore acre mi penetra nelle narici, facendomi girare la testa.

-Si sente bene, sig. Latini?- mi domanda, notando il mio colorito emaciato e l’espressione nauseata.

-Oh, sì, grazie. Tutto bene- rispondo, mentendo spudoratamente.

L’editor si alza e apre la finestra per far uscire il fumo, poi si avvicina ad un tavolino sul quale fanno bella mostra diverse bottiglie.

-Vuole un drink, per caso?- chiede con affabilità.

“Un drink? Un drink?! Sai dove puoi mettertelo, il tuo drink, borioso figlio di puttana? Voglio solo che tu metta fine a quest’agonia e mi dica se avete intenzione di pubblicare o no quel cazzo di romanzo che ho scritto; non farla troppo lunga, brutto stronzo ciccione unto di brillantina! Dimmi solo “sì” o “no”. ‘Fanculo tu, i tuoi sigari puzzolenti e la tua cravatta sgargiante!” penso tra me e me.

-Vuole un whisky? O per caso preferisce un gin-lemon? Il mio mini-bar è ben fornito, sa?- spiega Mr Brillantina, lasciandosi sfuggire un grugnito soddisfatto.

-Beh… No, grazie. Preferirei parlare di quello per cui sono qui, se non le dispiace- gli rispondo. –Sa, questo libro mi è costato molta fatica, per cui ci tengo molto. Ho dovuto fare numerose ricerche, al fine di renderlo il più “realistico” possibile; per non parlare della revisione e delle migliaia di correzioni, che mi hanno portato via quasi due mesi. Per cui…

Cravatta Sgargiante alza entrambe le braccia e sorride, annuendo.

-Lei ha ragione, sig. Latini. Lei ha perfettamente ragione. Mi perdoni se l’ho tenuta sulle spine e se ha dovuto aspettare più di un’ora prima che potessi riceverla. Dimentico sempre che a voi scrittori non piacciono le chiacchiere; il che, se ci pensa, è assurdo, visto che è proprio il vostro lavoro- Altro grugnito.

-Il lavoro dello scrittore non consiste nel chiacchierare, bensì nel raccontare. La differenza fra questi due verbi è ben evidente- gli faccio notare, mantenendo un tono il più neutro possibile. –Anzi, oserei dire che è abissale, signore.

Mr Brillantina mi fissa per qualche secondo con aria stupita e alquanto offesa.

-Beh, ad ogni modo…- esordisce, sorseggiando il suo drink.

Io attendo che continui, che finisca il discorso, che abbatta la ghigliottina sul mio collo, così almeno sarò morto e non dovrò più preoccuparmi di nulla. Cravatta Sgargiante, invece, non sembra voler andare oltre quel “ad ogni modo…”: si rigira il bicchiere tra le mani, giocando con il riflesso del sole che il vetro proietta sulle pareti bianche, e mordicchia il sigaro.

-Ad ogni modo…?- cerco di spronarlo, temendo che, se non arriverà al dunque entro i prossimi venti secondi, potrebbe venirmi un infarto.

“E’ proprio quello che sta cercando di fare, amico” mi sussurra una voce nel cervello. “Non vedi quanto cazzo si sta divertendo a tenerti sulle spine? Sta giocando con te, scribacchino da due soldi, possibile che tu non te ne renda conto? Vuole vedere fino a che punto sei capace di resistere senza dare di matto, e a quanto pare ci sei molto, mooolto vicino. Non è da escludere che ci sia una telecamera, in questa stanza, e che tutti gli altri editor di questa merdosissima casa editrice siano seduti ad un tavolo a godersi la scena, bevendo una birra e sgranocchiando pop-corn, proprio come al cinema”.

Per un attimo, nella mia mente, mi vedo lanciarmi su Cravatta Sgargiante e stringergli il collo con entrambe le mani fino a farlo diventare blu; la mia fantasia omicida, però, viene interrotta proprio sul più bello dalla sua voce.

-Sig. Latini, come posso spiegarglielo senza sembrare scortese? La SugarBooks non è interessata ad opere di fiction, ecco; noi prediligiamo la narrativa “realistica”, specialmente se incentrata su temi attuali: organizzazioni criminali, questioni ambientali, antiche civiltà ormai estinte… Cose così- mi spiega con calma melliflua l’editor, ormai avvolto in una fitta nebbia di tabacco bruciato.

“Narrativa realistica?! Fiction?! Ma di che diavolo parli, lardoso figlio di puttana? Tutta la narrativa, romanzi e racconti, è fiction” grida la vocina dentro la mia testa.  “Joyce scriveva della fiction, lo sai? E anche Virginia Woolf, Charles Dickens, Francis Scott Fitzgerald. Persino il fottutissimo Verga scriveva fiction, perdio! E’ mai possibile che tu sia così idiota eppure ti facciano lavorare in una casa editrice fra le più importanti del Paese?! Ora ti darò una grande lezione di letteratura, stronzo supponente in giacca e cravatta: tutta la narrativa è fiction! Tutta, tutta, tutta! Persino la Bibbia e la Divina Commedia non sono altro che un’ accozzaglia di fiction, nemmeno troppo originale, se proprio vogliamo dirla tutta!”.

Mr Brillantina sembra quasi leggere sul mio volto quello che sto pensando; in ogni caso, comunque, pare che ciò non lo turbi affatto.

-Vede, sig. Latini, la critica non ha mai visto di buon occhio entità maligne provenienti da altre dimensioni, o tematiche altrettanto… Bizzarre, ecco. Ha sempre stroncato autori tutto sommato validi, come Stoker, Poe o Lovecraft, per il semplice fatto che furono bollati come scrittori dell’orrore; non sta a me dire se questo sia stato giusto o meno, fatto sta che tutti e tre sono morti senza il becco di un quattrino.

“Oooh, finalmente l’ha detto!” penso, tra l’amareggiato ed il divertito. “Perché, quando è la fine, a questo si riduce l’arte della scrittura: ai quattrini. Come tutto, del resto. Si tratta sempre e solo di quattrini. Non contano le idee, l’originalità, la capacità di cogliere stati d’animo ed emozioni per renderli immortali su un foglio di carta bianco; ‘fanculo, ‘fanculo tutto! Noi vogliamo i quattrini, non delle fottute storie!”.

-Capisco- è il massimo che riesco a far spiccicare alla mia bocca.

-Lei avrà di certo letto Alessio Barocco, l’autore di autentici capolavori come “Il bambino che correva sulla spiaggia” e “Profumo di rosa appassita”, solo per citarne un paio- dice Cravatta Sgargiante.

-Sì, ho letto quasi tutte le sue opere, anche “Morte di un capitalista qualunque” e “Dolore all’ennesima potenza”…- bisbiglio, vergognandomi della mia affermazione.

-Ah, bene!- esulta l’editor. –E mi dica: le sono piaciuti?

-Sì, abbastanza- gli rispondo.

“No, non è vero: mi hanno fatto letteralmente cagare! Odio quel ruffiano figlio di troia e qualsiasi pagina abbia scritto in tutta la sua misera ed inutile esistenza: la sua prosa è piacevole come un attacco improvviso di diarrea, e affronta delle tematiche talmente trite e banali che mi ricordano i temi che ci davano da fare in quinta elementare. Non ha talento, cazzo! Anche il mio gatto saprebbe fare di meglio, con un minimo di impegno!” rifletto dentro di me.

-Bene, bene. Quello che sto cercando di spiegarle, sig. Latini, è che Barocco ha venduto otto, dico otto milioni di libri solo in Italia. Ora stiamo lavorando alla pubblicazione di tutte le sue opere in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Contiamo di sfondare la quota di quindici milioni di copie vendute entro la fine dell’anno, quando uscirà il film tratto da “Il bambino che correva sulla spiaggia”- mi spiega Mr Brillantina.

-Mi fa piacere- mento io.

-Comunque, il punto è che attualmente non siamo interessati alla sua opera “Rito Oscuro”, ma se in futuro dovesse scrivere un romanzo… un romanzo… Non sovrannaturale, ecco, saremo lieti di prenderlo in considerazione e, perché no?, di pubblicarlo. Ma per quanto riguarda questo libro, beh…- si interrompe l’editor, accennando un sorriso di circostanza. –Scriva qualcosa di mainstream, alla maniera di Barocco, e allora ne riparleremo, ok?

Sento centinaia di mostri sacri della letteratura mettersi in marcia per venire in mio soccorso e dare una lezione a quell’ignorante pallone gonfiato: gente che, tra le altre cose, ha scritto di fantasmi, vampiri, viaggi nel tempo e draghi e mostri e chissà che altro; scrittori che hanno fatto sognare generazioni e generazioni di lettori, impedendo che la loro fantasia si atrofizzasse come un muscolo mai utilizzato. Ci sono (ovviamente!) Poe e Lovecraft, c’è Mary Shelley e Henry James; ci sono James Ballard, Kurt Vonnegut e Philip K. Dick che discorrono amenamente sul concetto di “realtà oggettiva”; intravedo Bradbury, Lewis Carroll e Borges; dietro di loro avanzano Stevenson e Verne, tenendosi per mano come due vecchi amici; persino Ariosto, Sheherazade e Boccaccio stanno venendo a darmi una mano, cazzo!

Scoppio in una risata isterica che fa trasalire Cravatta Sgargiante. La mia mano destra va meccanicamente alla tasca del mio impermeabile, afferra un oggetto di una quindicina di centimetri e lo estrae. L’editor all’inizio sembra non capire di cosa si tratti, ma quando con un’abile mossa faccio scattare la lama del coltello, sul suo volto si dipinge un’espressione di terrorizzata consapevolezza.

-Che diavolo…?- comincia Mr Brillantina, ma non riuscirà mai a concludere la frase, perché io agisco in un lampo.

Con la mano sinistra gli afferro il mento e lo spingo all’indietro, mentre con la destra gli taglio la gola, affondando nella carne morbida, da un orecchio all’altro. Il sangue sprizza ovunque nella stanza, imbrattando la scrivania e la moquette costosa. L’editor si alza in piedi e muove un paio di passi incerti, prima di crollare a terra con un singhiozzo strozzato. Morto stecchito.

-Adesso stai zitto, eh, stronzo?- gli sussurro, chinandomi, in un orecchio.

Prendo il manoscritto del mio romanzo, macchiato dal sangue scuro di Cravatta Sgargiante, e mi avvio verso la porta.

Uscendo, penso: “Vaffanculo tu, Barocco, i quattrini e la fottutissima SugarBooks!”.

Nascondo le trecentoquarantadue pagine di “Rito Oscuro” (che mi sono costate circa otto mesi di fatica) sotto l’impermeabile. Passo davanti alla segretaria che mi guarda scioccata, e la saluto con un sorriso maligno. Lei sviene e crolla per terra.

“Mi è venuta un’idea per un nuovo racconto!” rifletto, raggiante di gioia, mentre abbandono una volta per tutte quell’edificio ripugnante. “Sarà una vera bomba! Niente mostri, sedute spiritiche o cose del genere, per una volta; solo un po’ di sangue, reale e terreno. Potrei intitolarlo: “Assassinio di un Editor Incompetente”. Niente male, vero?”.

 

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