Faccia a faccia con Paolo Ostorero, autore del libro “Schiavi”

Un romanzo basato su una storia vera: due ragazzi costretti ad abbandonare la loro terra, l’Africa, per inseguire un sogno che possa essere chiamato vita, e cancellare un passato di miseria e disperazione

Felix arriva dal Camerum, Peter viene invece dal Sud Sudan. Lo scrittore Paolo Ostorero ci racconta della genesi e del significato del suo nuovo libro “Schiavi”; un romanzo importante, commovente e sofferto che narra di vicende realmente accadute: empatia e solidarietà per chi soffre quotidianamente, ma non solo

Schiavi. Da cosa, da chi?

Quando parliamo di schiavitù ci vengono alla mente immagini di tempi passati, dell’antica Roma piuttosto che dei campi di cotone della Virginia. In realtà la schiavitù è una condizione assolutamente presente anche oggi nel 2019 in tante parti del mondo, sotto varie forme. Si pensi allo sfruttamento lavorativo o a quello sessuale. Pochi detentori di ricchezza e di potere pensano di poter comprare e possedere altri esseri umani, di usarli per i propri interessi o per il proprio piacere calpestando senza remore la dignità e la libertà altrui.

Felix e Pietro. Parlaci di questi due personaggi del libro.

Il libro racconta le vicende di questi due ragazzi a partire dai loro genitori nei Paesi di origine, la loro infanzia e adolescenza, le motivazioni che li hanno spinti a lasciare la loro terra per cercare una possibilità di vita che per diverse ragioni veniva loro negata.

Come sei entrato in contatto con loro e perché hai deciso di aiutare questi due ragazzi?

Sono venuto in contatto casualmente. Felix era ospite insieme ad altri tre ragazzi in una casa del comune in cui vivo. Essendo lui cattolico, è venuto in chiesa e lì mia moglie ed io lo abbiamo conosciuto. Poi, da allora gli incontri si sono fatti via via più frequenti. Veniva spesso a cena, lo portavamo con noi al cinema piuttosto che a fare qualche camminata, finché a poco a poco si è instaurato in modo del tutto naturale un bellissimo rapporto. Abbiamo coinvolto anche i nostri tre figli ormai grandi ed autonomi e, con il loro consenso, abbiamo deciso di adottarlo legalmente. Ora Felix è il nostro quarto figlio anche per la legge. Pietro l’abbiamo conosciuto qualche mese dopo Felix. Lui ha una storia molto diversa, viene dal Sud Sudan e gli ultimi sedici mesi, prima che noi lo conoscessimo, li aveva passati per strada a Torino. Quando Felix è entrato in famiglia abbiamo lavorato per inserire Pietro al suo posto all’interno della Cooperativa . Ci siamo riusciti e adesso lui è in attesa di essere chiamato dalla Commissione che deve esaminare la sua domanda di protezione internazionale. Abbiamo buone speranze perché viene da uno dei Paesi meno sicuri dell’Africa e inoltre si sta inserendo molto bene nella società. Sul perché abbiamo deciso di aiutare questi ragazzi non c’è molto da dire. Mi sembra che siano molte più le ragioni per aiutarli rispetto a quelle per non farlo. Semplicemente sono dei ragazzi come i nostri figli biologici, solo che hanno sofferto molto perché hanno avuto la sfortuna di nascere nell’emisfero sbagliato, ma questa non è certo una colpa!

Sud Sudan e Camerun: sono due culture e stili di vita molto diversi? Esistono anche altre zone dell’Africa che hai visitato o che ti piacerebbe visitare?

Io non ho una conoscenza diretta di questi Paesi perché non sono mai stato in Africa, ma mesi e mesi di racconti di Felix e Pietro mi han fatto conoscere molto della cultura africana, forse in un modo più profondo di quanto avrei potuto conoscere in dieci viaggi da turista. Ho vissuto emotivamente tutti i passaggi fondamentali delle loro giovani vite, il loro lungo e travagliato viaggio attraverso l’inferno della Libia, la traversata, l’approdo in Europa, le ostilità e l’accoglienza che qui hanno trovato. Tutte queste cose mi hanno talmente preso che non potevo non scriverle. Dovevo assolutamente condividerle e farle conoscere ad altri, in quanto hanno arricchito enormemente da un punto di vista umano me e la mia famiglia.
Un giorno, quando loro saranno autonomi e liberi, magari quando avranno anche il passaporto italiano, mi piacerebbe andare con loro nei loro Paesi. Chissà…

La responsabilità dei paesi sviluppati nei confronti dell’Africa è sicuramente il focus principale di “Schiavi”. Cosa puoi dirci al riguardo? Cosa provi al riguardo?

Anche se il libro è per me più focalizzato sul rapporto umano e sull’empatia e solidarietà verso chi subisce ingiustizia e violenza, è vero che il discorso non può non essere anche politico. E’ innegabile che la causa di queste situazioni di invivibilità in alcune parti del mondo è dovuta esclusivamente all’avidità dell’uomo. Il colonialismo purtroppo non è mai finito. Le ricchezze dell’Africa fanno gola da sempre alle civili e democratiche potenze occidentali così come alla Russia e alla Cina. Tutte queste potenze, attraverso la corruzione dei governanti africani, lottano per accaparrarsi a basso costo le immense risorse di cui l’Africa dispone. Finanziano e armano gruppi ribelli o eserciti regolari, a seconda della convenienza, pur di mantenere una sufficiente instabilità tale da non permettere alle nazioni africane di prendere pienamente in mano il proprio destino.

C’è un passaggio del libro che ti emoziona e al quale sei particolarmente affezionato?

Tutto il libro è per me fonte di emozione perché, aldilà di alcune invenzioni a scopo narrativo, è riferito a cose effettivamente avvenute. Sicuramente la cosa più coinvolgente dal punto di vista emotivo, è stata la decisione e condivisione con mia moglie e i miei figli della scelta dell’adozione di Felix.

Cosa significa scrivere per te? Stai scrivendo altro?

A me piace molto leggere, ma mai fino ad ora mi era passato per la mente l’idea di scrivere un libro. Gli eventi travolgenti che ho vissuto con questi ragazzi mi hanno quasi obbligato a fissare le esperienze vissute nella parola scritta, questo perché occorreva diffondere queste vicende e dare nel mio piccolo un contributo a favore della cultura dell’apertura e della tolleranza, della comprensione e dell’empatia, in una società sempre più ripiegata su sé stessa, arrabbiata, egoista e…triste. Sì, perché alla fine tutti cerchiamo la felicità, solo che la cerchiamo nel posto sbagliato. Nella chiusura e nell’egoismo si è tristi, mentre nell’apertura all’altro si trova la vera felicità. Io e la mia famiglia lo abbiamo sperimentato e questo lo voglio dire a tutti.

Frank Lavorino

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