Estrella Grand Resort

Un resort perso nell'inferno della decadenza. Un'esperienza inquietante sul filo della scadenza.. [Racconto breve]

Da giovane lavoravo per “Vacanze da Sogno”, una rivista che recensiva alberghi, villaggi turistici e resort.
Venivo inviato presso le strutture che sceglieva la redazione.
Alla fine del soggiorno dovevo scrivere una recensione ed esprimere una valutazione sul livello di ospitalità, efficienza e lusso della struttura.
A sette palmette d’oro corrispondeva un gradimento massimo, ad una sola palmetta, invece, una valutazione assolutamente negativa.
Insomma, niente di così artificioso.

Sennonché, l’agosto di otto anni fa, venni spedito a calci all’ “Estrella Grand Restort”, un mastodontico complesso alberghiero che sorgeva sulla costa orientale di Las Cuentas.
Come noto a tutti, Las Cuentas, all’epoca, era stata da poco vittima di abominevoli bombardamenti cancerogeni.
La guerra aveva ridotto la florida metropoli ad una carcassa acida e buia.
Avevo letto qualche articolo di giornale in proposito: tutte le foto mostravano una città in frantumi, spaventata dagli spettri e dagli incubi che l’avevano violentata qualche mese prima.
Andai di corsa in redazione.
«Capo, mi state mandando in una città fantasma. Lì non c’è anima viva…» dissi al caporedattore.
«Ti sbagli di grosso».
«Non mi sbaglio, dai un’occhiata a queste foto… la città è rasa al suolo, cazzo».
«Ci siamo informati, il resort è sulla costa, a trenta chilometri dalla città. È ancora in buone condizioni, la direzione ha iniziato a fare prezzi stracciati per racimolare clientela».
«Capo, ma siamo sicuri?».
«Ascolta bello, siamo sicuri del fatto che la direzione del Resort ci ha pagato profumatamente per mandare qualcuno a fare una recensione da sei palmette d’oro… quindi tu fai la valigia e vai a Las Cuentas senza fiatare».

L’aeroporto cittadino era stato completamente distrutto, così atterrai a Valende, che distava tre ore e mezza di macchina da Las Cuentas.
Una volta arrivato vidi un uomo che reggeva un foglio di carta sul quale era scritto a stampatello il mio nome.
Si trattava di Joele, la persona che si sarebbe presa cura di me durante il soggiorno, a metà tra una guida turistica e una guardia del corpo.
Era alto e robusto, Joele, aveva non più di quarant’anni e una lunga cicatrice che congiungeva il mento al lobo sinistro.
Sul suo volto erano impressi i lineamenti docili e sinceri di chi si è affezionato a questo mondo e non vuole lasciarlo andare.
Ci mettemmo in macchina e iniziammo il nostro viaggio.
Joele parlava perfettamente la mia lingua, diceva di averla imparata durante un lungo viaggio nel continente.

«La guerra qui la chiamiamo “La morte rossa”, è durata per mesi, le bombe e il gas ci hanno svegliato di notte e hanno portato via quasi tutto», mi raccontò Joele, durante il tragitto.
«Il resort però è ancora in piedi» continuò, «Quello non lo butta giù nemmeno il terremoto».
Ci avvicinammo a Las Cuentas.
Gli chiesi di raccontarmi qualcosa a proposito della struttura.
Lui schiarì la voce, io tirai fuori dallo zaino il mio quaderno e iniziai a prendere appunti.
«L’Estrella lo fece costruire l’Imperatore, più di settant’anni fa, era la sua residenza estiva» disse Joele, «Poi, dopo il colpo di stato, la nuova imprenditoria armata decise di farne un albergo, volevano fosse la più grossa struttura turistica del paese. Effettivamente per una ventina d’anni fu così, venivano da tutto il mondo a soggiornare all’Estrella. Poi lentamente le cose peggiorarono, intere zone del resort sono state smantellate, per ripianare i conti la direzione provò a vendere a degli investitori la grande piscina in marmo bianco, ma poi non se ne fece nulla».
Gli chiesi di come andassero le cose attualmente e se davvero, nonostante gli strascichi della guerra, l’Estrella avesse ancora dei clienti.
Joele accese una sigaretta e si mangiò il fumo, poi cominciò a parlare: «L’attuale direttore ha deciso di giocare al ribasso, oggi con 15 dineri puoi passare una settimana in una suite. L’Estrella non è di certo pieno di clienti, ma se consideri che a qualche chilometro di distanza la gente mangia solo tre volte a settimana, allora sì, le cose non vanno male».
Mentre parlava io scrivevo senza sosta tutto quello che usciva dalla sua bocca sdentata.
Dopo avere rallentato il passo, Joele buttò la cicca di sigaretta dal finestrino e si guardò intorno «Stiamo entrando in città» mi disse, «Questa è Las Cuentas».

La sensazione che provai attraversando Las Cuentas fu quella di una carovana di ragni nello stomaco.
Ogni immagine che mi si proiettava innanzi esalava una strana forma di malessere.
Case senza tetto, completamente scoperchiate, con dentro famiglie ammutolite.
Piazze cieche, straziate dalla polvere, quartieri interi costellati da crateri, pali della luce divelti dal suolo, vetro, ferro e pestilenza.
«Lo vedi quello?» disse Joele, indicandomi un cumulo di macerie, «È quel che resta del Teatro dell’Opera».
Di tanto in tanto ci attraversavano la strada uomini e donne completamente nudi, zoppicanti per via di ferite e fratture scomposte.
«Qui la gente ha perso tutto, è poverissima, vive nella paura. Un paio di volte a settimana arrivano i militari del contingente insurrezionale, stuprano ripetutamente le donne e saccheggiano quel poco che sta ancora in piedi» proseguì la mia guida.
Mentirei se dicessi di non avere avuto la pelle d’oca.
Uscimmo dalla città e percorremmo una strada sterrata.
Davanti a noi si susseguivano gigantesche palme, piene di chiazze bianche, celesti e arancioni.
«Che strana qualità di palma è questa?» gli chiesi incuriosito.
«Sono normalissime palme…» disse, «..Hanno questo colore a causa del cancro, le scorie nucleari vivono avvinghiate alla corteccia».

Dopo quasi quattro ore di viaggio arrivammo all’Estrella Grand Resort.
Il complesso era effettivamente enorme.
Ci venne incontro un signore grasso e baffuto, scortato da quattro energumeni in abito bianco.
Joele mi si avvicinò all’orecchio «Questo è il direttore» disse.
Il pachiderma mi salutò con grande affetto ed una cordialità forse eccessiva «Bienvenido all’Estrella Grand Resort. È una onore averla qui, dottore…».
Ma quale cazzo di dottore, pensai, ho solo un diploma di maturità e la tessera del supermercato sotto casa.
«Voglia seguirci per un breve tour della struttura, dottore» proseguì il direttore, spostandosi poi, con passo sgraziato, verso l’interno del resort.
Di certo questo tizio doveva tenerci proprio tanto a questa recensione.
E lo credo bene, a giudicare dalla situazione generale un po’ di pubblicità positiva gli sarebbe servita come il pane.

«Ebbene, dottore, questa è la celeberrima piscina in marmo bianco, orgoglio dell’Estrella», poi cominciò a farfugliare «Progettata, ehm ehm, da Diego Acasiete circa dieci lustri fa, la piscina, ehm ehm, rappresenta la tensione dell’uomo verso l’abisso, ehm, difatti, come noterete…».
Non stetti più ad ascoltarlo, ma mi concentrai sulla gigantesca vasca.
La piscina era essenzialmente un amaro riassunto di quel che era successo in quei luoghi disgraziati: il marmo bianco era divenuto grigio, a causa della cappa di fumo nero che costantemente avvolgeva il cielo, la splendide statue, emblema dei fasti del passato, erano mutilate, spezzate, irrimediabilmente malinconiche.
L’acqua della vasca era visibilmente sporca, una vera sozzura, tuttavia all’interno di quell’acquitrino sguazzavano una ventina di persone.
Ci facemmo più vicini e osservammo i bagnanti: splendide modelle anoressiche si dimenavano nell’acqua stagnante, i camerieri servivano coppe di frutta andata a male, qualche anziano dormiva anestetizzato, mentre giovani uomini dai tratti mediorientali si passavano a bordo vasca pipette cariche d’oppio.
«Questa è la decadenza» dissi d’istinto a Joele, dopo avere metabolizzato quella scena.
«È quel che rimane dell’Estrella al giorno d’oggi» rispose lui, con un velo di tristezza.

Il resort era diviso in tre grossi agglomerati indipendenti, ognuno di essi contava circa trecento camere da letto e aveva al suo interno campi sportivi, ristorante e centro benessere, mentre nell’area comune si trovavano la grande piscina in marmo bianco, l’anfiteatro e una piccola chiesa dedicata al culto di divinità locali.
La direzione mi consegnò le chiavi di una suite sita nell’agglomerato B, una delle migliori a detta loro.
Il nome della stanza era “Julio Medina Fuentes”, in onore del celebre generale che, a quanto pare, si impiccò al suo interno, alcuni anni addietro.
La stanza era molto ampia, con vetrata e vista panoramica.
Sul muro di fronte al letto era dipinto un affresco, completamente scrostato: raffigurava un angelo inginocchiato innanzi ad una donna in armatura.
Formiche e altri insetti striscianti mi tennero compagnia mentre disfacevo i bagagli.
Più tardi andai a ristorante, la cena fu del seguente tenore: ali di pollo bollite nel miele, contorno di tuberi e, da bere, due bicchieri di vino locale diluiti con acqua salmastra.
Tornai in camera e deposi il mio corpo sul letto. Dormii cinque ore, il sonno fu agitato da incubi sconvolgenti.

Il giorno seguente iniziai a fare le prime interviste ai clienti dell’Estrella.
Si trattava di una serie di domande circa il livello di gradimento degli ospiti della struttura.
Sin da subito la clientela si dimostrò molto ostile nei miei confronti.
Joele mi spiegò che tra i clienti si annoveravano rifugiati politici, fuggitivi, latitanti, mercanti di armi ed in generale personaggi non propensi a rilasciare interviste.
Nel pomeriggio riuscii a fare qualche chiacchiera con un coppia di turisti sui trent’anni, sedicenti imprenditori.
Erano seduti sui gradini dell’anfiteatro.
Si passavano freneticamente il tubo di un grosso narghilè persiano, inalavano il fumo e lo risputavano fuori.
Gli chiesi cosa stessero fumando.
«È un composto tossico di nostra invenzione, ricavato dall’olio di oleandro. Ha un buon sapore, causa lievi tremori e spasmi, sembra di stare al luna park».
Mentre parlavano mi apparivano tristemente come due anime raminghe, magre e perse nei cunicoli di una vita angusta.
Si dicevano soddisfatti del resort, per nulla scossi dallo scenario apocalittico che lo avvolgeva, sarebbero rimasti lì altre tre settimane per poi tornare ai loro affari nel continente.
In generale ogni persona che incontravo sembrava essere in perenne tumulto sensoriale, preda della dissociazione, della dislessia, dei primi sintomi di un precoce distaccamento dalla realtà.
A cena ci venne servito un controfiletto di carne di cane, specialità della regione.
Prima di rientrare in camera venni avvicinato dal direttore.
«Dottore, ho una sorpresa per lei» disse, poi si voltò senza più proferire parola.

Dopo avere fatto la doccia, mi stesi sul letto e cominciai a sfogliare una rivista.
Ad un tratto bussarono alla porta.
Aprii.
Era una donna con l’uniforme da cameriera dell’Estrella.
Uscì dalla penombra ed entrò in camera.
«Non ho ordinato nulla» dissi.
Lei non rispose, lasciò scivolare giù il vestito in una mossa e rimase completamente nuda di fronte a me.
La pelle olivastra, la vita molto stretta, incastonati sul petto due grossi seni bruni.
Fissai costei e vidi la stessa irrefrenabile tristezza degli altri abitanti dell’Estrella.
Prese a baciarmi fra il collo e l’orecchio.
Io assecondai gli impulsi carnivori del mio corpo e la serrai in una stretta calda.
Ci unimmo di fronte alla vetrata, illuminati dalla luce della luna, delle stelle e degli altri corpi bianchi e celesti.
«Sono 4 dineri» mi disse mentre si rivestiva.
Tirai il denaro fuori dallo zaino e le chiesi se avrei potuto farle qualche domanda.
Lei accettò.

Si chiamava Guadalupe, prima della guerra faceva l’insegnante di storia al liceo statale di Las Cuentas.
«Mio marito è morto, i miei figli vivono ancora a Las Cuentas in una baracca di lamiera. Ogni settimana gli mando tutto quello che riesco a guadagnare».
Gli chiesi cosa ne pensasse dell’Estrella.
«Questo è un albergo morto. Qui sono tutti morti. Anche io sono morta, è solo questione di tempo».
Prima di salutarci le chiesi se sarebbe potuta tornare a trovarmi la notte seguente.
«Certamente, posso venire tutte le volte che vuoi, se hai 4 dineri…».

Di lì a poco il sole crebbe claudicante sulla linea dell’alba, scaldando i marmi neri dell’albergo e rimbalzando sulle facce bianche delle anime in pena che in quel luogo sconsolato avevano deciso di trascorrere i giorni di agosto.
Potevi vederli nitidamente i fantasmi leggeri, che con estrema riservatezza si acquattavano dietro le porte, dietro le fronde degli alberi, entravano dentro le colonne e attraverso i muri, con volti dolenti e pensieri forse ancor più mesti.
Non ci volle molto che feci l’abitudine a quel clima insano e surreale.
Dopo i primi due giorni mi stancai di prendere appunti e dimenticai la ragione della mia permanenza al resort.
Procedevo ondeggiando per le strade scheggiate dei tre agglomerati.
Mi sentivo apatico, rabbuiato e al contempo in pace con me stesso.
Joele mi diceva di stare attento: stavo respirando a pieni polmoni l’aria ammalata dell’Estrella, rischiavo di perdermi nell’oblio.
Di notte veniva a trovarmi Guadalupe.
Facevamo sesso, io pagavo i miei 4 dineri e poi parlavamo un po’.
Ma in quelle stanze opache tutto sembrava essere totalmente privo di senso.
La vita procedeva per inerzia.

La mia ultima notte all’Estrella fu certamente indimenticabile.
Tutti venimmo svegliati di soprassalto.
Era accaduto qualcosa.
Joele venne a prendermi di corsa dalla mia stanza, «Vieni a vedere…» mi disse.
«Cos’è successo?» gli chiesi.
«Un suicidio di gruppo, nell’agglomerato A».
Arrivammo sul posto.
Dentro la hall giacevano immobili una quindicina di corpi.
Erano stesi per terra, completamente nudi, sangue e bava alla bocca, chiazze violacee sul petto.
L’aria di morte saturava completamente l’ambiente.
«Si sono avvelenati» disse Joele.
«Ma perché?».
«Chi può dirlo?» rispose.
«Dio mio, Joele, può la vita valere così poco?».
«Amico, non sopravvalutare la vita. Noi non siamo niente, siamo solo arance appese a un ramo, nel vasto agrumeto dell’esistenza».

Il giorno dopo feci i bagagli.
Prima di partire andai a salutare il direttore.
Gli chiesi dove potessi trovare Guadalupe.
Mi disse che era giornata di pulizie all’anfiteatro, doveva essere lì.
Era piegata per terra, con una pezza umida lucidava i gradini.
«Sono venuto a salutarti».
Guadalupe si alzò e lievemente mi baciò sulla bocca.
La fissai negli occhi: erano vuoti come specchi di ossidiana.
Le strinsi le mani, «Guadalupe, vieni con me, ti porto via da questo inferno».
«Non posso, lo sai».
«Sì che puoi, devi solo scegliere…».
«Che cosa vuoi che scelga? Io non esisto più, io sono un fantasma, sono il vuoto che vive nello stomaco».

Tornai a casa e scrissi la mia recensione da sei palmette d’oro, come da accordi.
A poco a poco ripresi in mano la mia vita nella sua tranquillizzante normalità.
Ripenso spesso all’Estrella e a tutto quello che ho visto.
A Las Cuentas le cose, oggi, vanno decisamente meglio: si è insediato un governo provvisorio che si sta occupando del risanamento della città, presto si terranno delle elezioni democratiche per eleggere un parlamento.
Negli anni ho scritto diverse lettere a Guadalupe, senza mai ricevere risposta.
Un giorno tornerò a trovarla, forse.

 

di Giuseppe Catanzaro

 

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