Effimera Live – Lucio Leoni [Live Report – 08/2020]

Un insieme che naviga unendo le forze affinché altri riconoscano i relativi "loro", in modo che tutti insieme si possa cambiare ciò che ci circonda

“Witness the man who raves at the wall, making the shape of his question to heaven. Whether the sun will fall in the evening, will he remember the lesson of giving?”. Percorro – proprio mentre il sole tramonta – di nuovo la Casilina in direzione Fusolab e poco prima dell’ultima svolta mi accompagnano queste parole di “Set the controls for the heart of the sun”. Mi accendono un pensiero che si incunea sul significato del donare: Effimera riesce a donare sempre qualcosa, mi dico, che va al di là del semplice fatto musicale. È una produzione del Fusolab con la direzione artistica di Poppyficio, con l’arte culinaria della Fucina Alessandrina, insieme a noi di UkiRadioRebel a raccontarvi di questa connessione… di un risuonare in sinergia con un’idea o con un feeling: insomma, si tratta di vicinanza e calore umano, proprio come il sole. Ed è sorprendente pensare che una cosa del genere si senta così viva in un periodo segnato da una paura latente di contatto, la quale è in primo luogo fisica, ma inevitabilmente finisce per precipitare anche su un piano emotivo e mentale. Effimera connette, crea dei ponti, intreccia tessuti, fa emergere un senso da un panorama circostante che sembra fatto soltanto di rassegnazione e cemento.

Gli ultimi aggiustamenti del sound check accompagnano in sottofondo questi miei pensieri e poco alla volta comincio ad avere la sensazione che anche stasera ci sarà una risonanza molto forte. In una sua poesia Montale scriveva che ognuno riconosce i suoi: mi sono sempre interrogato sul senso più profondo di queste parole chiedendomi se fossero solo un’altezzosa pretesa di esclusività oppure altro. Lascio cadere questa riflessione e mi accingo a fare due chiacchiere con l’ospite di questa sera, Lucio Leoni.

  • Ciao Lucio, intanto complimenti per il tuo ultimo lavoro appena uscito (“Dove sei, pt. 1”). Ci vuoi raccontare un po’ come nasce e come si è sviluppata la tua carriera da musicista?

Carriera da musicista è una parolona (ride n.d.r.)! Beh, credo che la partenza sia quella comune a tutti i ragazzi che hanno voglia di stare con gli amici in maniera un po’ diversa rispetto a quello che facevano tutti. Quando ho iniziato i pomeriggi si vivevano tendenzialmente in discoteca e noi che vivevamo il mondo “alternativo” eravamo appassionati ad altre forme, per esempio il grunge, quindi ci rintanavamo – come ci consigliavano le riviste di settore dell’epoca – nelle cantine, prima cimentandoci in cover, poi cercando di creare qualcosa di originale che dicesse qualcosa di noi. Prima di questa fase, c’è stata quella canonica “dell’imposizione” da parte dei genitori, perciò ho studiato per anni chitarra classica, salvo poi mollarla perché quel tipo di imposizione mal si adattava al mio essere adolescente. Durante il penultimo anno di liceo ho fatto un periodo negli Stati Uniti come exchange student e lì qualcosa è cambiato: mi ricordo che vidi un concerto dei Faith No More con l’apertura data ai System Of A Down, allora praticamente sconosciuti. Quell’esperienza mi ha letteralmente travolto, perciò una volta tornato in Italia riprendo in mano lo studio dello strumento, inizio a suonare con diversi amici e mi cimento in generi come il punk, lo ska-punk e l’hardcore. Questo ci dà la possibilità di emergere nel panorama dei centri sociali e abbiamo anche occasione di aprire a dei gruppi importanti come i 24 Grana. C’era gran fermento, ma poi allento un pochino e inizio a studiare teatro. Anche quella, però, è un’esperienza che a suo modo esplode, trovandomi di nuovo catapultato nel mondo della musica: inizio un percorso di studio in composizione elettro-acustica in conservatorio e questa esperienza mi apre un mondo del tutto nuovo, soprattutto sull’idea di approccio della musica. Da lì capisco che ho tra le mani un nuovo modo di agire che mi permette di sintetizzare tutte le diverse esperienze che avevo accumulato fino a quel momento: realizzo che posso trovare una forma che vada al di là della semplice “canzonetta”.

  • Invece, per quanto riguarda “Dove sei”, vuoi raccontarci come è nato quest’album? È molto particolare anche il titolo: sembra essere sia una domanda che un’affermazione, come se il lavoro fosse un po’ un punto di approdo ma anche un qualcosa che fa interrogare sulla direzione nella quale si andrà o che si sta percorrendo.

Il disco è un unicum, nel senso la parte 1 è un preludio verso la parte 2. Abbiamo scelto di dividere l’uscita del lavoro in coerenza con le logiche di produzione e di diffusione contemporanea. Il lavoro è stato scritto e registrato in maniera unitaria, ma far uscire 16 canzoni tutte in una volta ci sembrava una soluzione che non sarebbe riuscita a dare “aria” ai diversi pezzi. L’idea di fondo che c’è nel disco è quella di fare i conti con il rito di passaggio dell’età adulta, cioè scoprirsi non più ragazzi – almeno anagraficamente. Si parla di responsabilità, di scelte e a volte di cambi di direzione, senza però scadere nel didascalico, ovvero in quello che sarebbe opportuno fare o non fare a quarant’anni (talvolta anche suggestionati o condizionati dal contesto sociale in cui viviamo). È, invece, un cercarsi di capire, di interrogarsi come e quanto le cose sono cambiate, anche in relazione a quelle che erano le proprie aspettative giovanili.

  • Ascoltando alcuni tuo brani si nota una certa influenza di un modulo che fin dalla sua nascita è stato fortemente legato alla realtà a questo circostante: mi riferisco al Rap. Per quanto riguarda il tuo caso, però, si nota anche un certo livello di contaminazione, soprattutto con un altro modulo espressivo molto vicino alla profondità e alla tridimensionalità della parola: il teatro. Come entrano in rapporto questi due moduli per i quali la parola è un cardine di non poco conto?

La forma del Rap è una forma che mi interessa e che ho sempre seguito molto da ascoltatore: in un certo senso mi ha formato. Poi, a livello formale, suscita su di me un grande interesse: cercare di capire alcuni “trucchetti” o “esercizi letterari” mi ha aiutato a capire anche diversi aspetti dei miei moduli espressivi. Un altro aspetto che mi interessa molto è il fatto che il Rap ha tenuto, nel corso del tempo, una costanza per quel che riguarda il suo centro tematico e la sua aderenza al contemporaneo tramite una narrazione “ininterrotta”. E questo punto, se guardo al mio percorso, entra molto in risonanza con i miei studi in drammaturgia. Perciò, tornando al rapporto rap-teatro, più della pura forma mi interessa l’attitudine che riesce a veicolare, un po’ come succede con un altro panorama a me molto presente come quello dello spoken word poetry.

  • Ecco, rimanendo sul fatto dell’aderenza al contemporaneo, ascoltando alcuni brani di “Dove sei” si può notare una certa rabbia sociale che però non si configura come una cieca onda nichilista. Sembra sia piuttosto una rabbia dalla doppia natura: una rabbia che canta per cambiare, ma anche una rabbia che nasce dalla constatazione che si è in un pantano che va al di là del postmoderno dal quale diventa sempre più difficile uscire.

È un’osservazione che mi pone davanti ad un interrogativo bello grande. Posso dire che naturalmente, quando scrivo o compongo, mi trovo sempre davanti ad una constatazione di quello che ho di fronte e per questo c’è sempre uno slancio in quello che scrivo. Sono molto legato ad un determinato pensiero politico e per buona parte della mia vita ho anche partecipato. Ma al di là di questo non ti saprei dire in maniera troppo precisa qual è il meccanismo che si innesca: so, però, che parte da una mia constatazione per poi innescare una serie di reazioni di analisi critica anche nell’orecchio di chi ascolta.

  • Tornando sull’aspetto tecnico-musicale, considerando la tua esperienza teatrale, come entrano in contatto tra loro parola e musica?

Qui c’è una sorta di sguardo che io ho imparato seguendo il percorso di studi in conservatorio: mi riferisco alla distinzione tra gesto e tessitura. Questa distinzione per me ha svelato delle meccaniche sia di composizione che d’ascolto in ambito musicale. E da quando ho iniziato a tradurre il mio modo autoriale su forme musicali mi sono accorto che tutto ciò avrebbe avuto poco mercato, poca spendibilità. Quello che mi convince sempre, però, è la giustapposizione tra parola e musica, una compresenza tra le due componenti espressive: la parola è musicale e gestuale in sé, perciò le sue dinamiche, lo schiaffo in faccia che può dare, entra in una tessitura che ha un valore omologo. Perciò c’è un dialogo stretto tra le due componenti, un dialogo che è di senso ma anche di portamento.

  • Ancora sul piano musicale, dato il tuo percorso in conservatorio, nel tuo lavoro c’è anche un forte orientamento verso la sperimentazione sonora: vuoi dirci qualcosa in merito?

Come vedi, sul palco c’è uno strumento particolare (una tromba con incorporati diversi midi controller e sintetizzatori, n.d.r.): appartiene a Giorgio Distante, musicista che ho conosciuto proprio in conservatorio. Ecco, da parte nostra c’è una piena appartenenza al mondo della sperimentazione, ma cerchiamo anche di “poppizzarlo” un po’, di renderlo una forma espressiva non “respingente”. Un altro punto fondamentale della nostra ricerca musicale, inoltre, è scambiare sempre quello che stiamo ascoltando in un dato periodo: in questo modo riusciamo ad inglobare e poi restituire passando anche attraverso un nostro filtro.

Nel frattempo il Fusolab comincia a riempirsi, ognuno prende il suo posto tra tavoli e spalti. Si abbassano le luci ed è come sentirsi nel cuore di una piccola marea: Lucio Leoni, come un dio del mare seriamente allegro, inizia a mescolare i flutti, tasta il polso e gli umori di chi è pronto ad ascoltare e guardare; in altre parole partecipa essendo partecipato, così come noi partecipiamo essendo partecipati.
L’orizzonte del possibile viene immediatamente squarciato chiedendo se si può pensare un femminile di “può”, uno strampalato quanto significativo “puà”: il botta e risposta tra il dentro e il fuori del palco, se ad occhi distratti può sembrare un esercizio retorico strambo, diventa un primo momento di connessione intima: la voce che parla e le voci di rimando iniziano ad impastare un’alchimia connotata dalla familiarità, che altro non è se non il camminare su un orizzonte comune, sul filo del rasoio disegnato dalle parole che spesso vogliono o non vogliono dire. È un colpo di gesto su una tessitura che si sta costruendo attimo dopo attimo, minuto dopo minuto.
Quella stessa tessitura che fa da sfondo a “Il fraintendimento di John Cage“, primo vero e proprio brano che apre il concerto. Come un baleno mi tornano in mente i versi montaliani e di nuovo: che cosa significa “ognuno riconosce i suoi”? Forse una parte di risposta è anche chiedersi “dove sei”, riservandosi sempre il beneficio del dubbio se sia una constatazione o una domanda che pone sempre confini da oltrepassare. «Come si raggiunge il meglio, sono veramente felice, ti sei accorta che non hai più vent’anni, ti sei accorta che hai perso tempo nel dare quello che non sei e non vuoi»: le parole di Leoni sono come una sassata che arriva dritta in fronte, un “fermo immagine” che orienta e disorienta allo stesso tempo. Sta parlando ad una generazione e chi sta ascoltando se ne rende conto: vive sulla pelle quelle frasi, quei “paroloni” che a volte si dicono perché ci si sente esausti di essere esposti ad un gioco al massacro che sembra non finire mai, quei fraintendimenti dei silenzi, dei rapporti tra il pieno e il vuoto. Leoni canta tutto d’un fiato, adagiandosi su dei moduli abbastanza vicini al Rap ma, se visti più da vicino, assomigliano di più alla concitazione di un monologo teatrale, alla voglia di dire tutto quello che si ha in testa, un torrente di parole da esprimere nel più breve tempo possibile, perché questo inevitabilmente sfugge e dietro di sé lascia solo frantumi.
L’attitudine teatrale emerge ancor più chiaramente in “San Gennaro“, brano giocato su una sottile ironia del quotidiano dalla quale nessuno di noi è esente. La fila in una sala d’aspetto, il luogo, comune, la distrazione diventano piccoli squarci di pensiero che portano a chiedersi che cosa significa vivere (o soltanto immaginare) una vita straordinaria capace di improvvisarsi, di essere libera da vincoli e costrizioni altrui, che sia capace di conversare nei momenti di attesa non cedendo il passo alle crisi del silenzio. Quelle stesse crisi accarezzate da “Dedica“, nella quale è apprezzabile la citazione – testuale e musicale – di un brano culto dei Bluvertigo. Ancora una volta, le parole di Leoni sembrano appartenere a tutti noi, ad una fetta generazionale che con un senso di necessaria prospettività mista a nostalgia si ripete (o si autoconvince) che «Adesso che siamo fuori pericolo guardiamo indietro cercando il futuro». Leoni, con una delicatezza sorprendente, mette a nudo quanto di più lacerante viene vissuto da una generazione di transizione, una generazione che ha attraversato un cambiamento di paradigma socio-culturale (nonché economico) bruciante, talvolta senza aver avuto il tempo ed il fiato di capire cosa stesse effettivamente accadendo sulla loro pelle; ma nonostante questo è stata costretta a correre, a saltare, a sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto del divenire.
Con “Treno” si chiude la primissima parte del concerto dedicata ai brani presenti sul nuovo disco “Dove sei (pt.1)“, una parte segnata da un intimismo molto profondo: è come se Leoni avesse voluto intrecciare i fili di un dialogo stretto prima di poter dire “adesso saltiamo tutti insieme”. E infatti il momento non tarda ad arrivare: “Le interiora di Filippo” sono un vortice coinvolgente, un diluvio di parole e ritmi dal tiro elettropop (anche qui molto à la Bluvertigo di “Zero”) trascinanti. Sarebbe stato bello mescolare le proprie energie e i propri umori su questo tiro veemente che corre quasi sul filo della rabbia, rabbia verso le parole che ‘non dicono’ preferite a quelle che vanno in profondità (le “parole-frattaglie” che danno la vita), verso le parole abusate e chieste come trofeo di scambio. Sebbene il distanziamento ha scomodamente tenuto tutti quanti seduti, questo non ha impedito che arrivasse un impatto energetico potentissimo. L’atmosfera è decisamente calda, si respira un’aria densa di vibrazioni ed elettricità: uno scambio continuo attraversa lo spazio del Fusolab e si ha come la sensazione di essere in un magma di suoni, di parole, di senso.
La ripresa dei brani del nuovo disco fa chiamare sul palco una featuring d’eccezione: Marco Colonna. “Mongolfiere” apre questa terza parte di concerto nella quale l’atmosfera si fa più ariosa: un tappeto di suoni fa da sfondo a parole sempre più acuminate, a parole che non smettono mai di porci di fronte a noi stessi e al mondo che viviamo, così come riesce a fare “Mi dai dei soldi“, brano creato su un monologo teatrale di Andrea Cosentino. Il refrain ostinato, quasi come se fosse un’interferenza nel piano del linguaggio, “mi dai dei soldi” è una lama che squarcia facendoci chiedere cos’è valore di scambio, cos’è un senso di colpa, cos’è un senso di responsabilità, cos’è la fantasmaticità dell’essere tu e dell’essere io, cos’è e dove arriva una narrazione. Lucio Leoni riesce anche in questo, creare un piano non trascurabile di senso su un tessuto musicale fruibile e coinvolgente: è come se la densità della parola scivolasse su binari comodi, ma questo non per banalizzarla, bensì per renderla più diretta ed efficace.
Un’altra onda fortissima di marea si ha con “Atomizzazione“, un vero e proprio terremoto verbale su scosse heavy: è la voce di un atomo che la società vorrebbe zerovalente e omologato, è la rabbia di chi cerca ancora un contatto vivo di scambio dentro un panorama asettico e normativizzato. Atomizzazione (così come la successiva “A me mi“) è un inno verso la riscoperta del potere sovversivo del carnevale, della voglia di interrogarsi sul presente, di oltrepassare la disillusione che ha portato “dal novecento al due volte mille”, di essere un qualcosa che emerga dal fluido indistinto delle cose. Anche in questo caso, verrebbe voglia di scatenarsi sotto il palco, di scambiare un contatto vivo, materico, come a voler dire “ci siamo tutti dentro”. È la scarica finale prima della fine del concerto, una scarica che non è solo individuale, ma generazionale. Una generazione (quella degli anni ’80) che è stata messa alla luce in quello che si credeva – forse troppo ingenuamente e frettolosamente – il migliore dei mondi possibili. Ad un certo punto la macchina si è incrinata e sono emerse le contraddizioni, così come succede in una mattina o in un pomeriggio domenicale, nel quale ci si trova ad essere sovrappensiero su quello che ci è circostante e sempre ci tocca, anche quando non ce ne accorgiamo. Ed è proprio “Domenica“, con i suoi andamenti che quasi strizzano l’occhio alla tradizione dello stornello o della canzone popolare, che chiude questa immersione totale in un prisma fatto di senso, divertimento, leggerezza, sfogo, confronto, sinergia.

Si riaccendono le luci, riprende la selezione musicale in sottofondo: c’è chi saluta Leoni, chi lo abbraccia, chi semplicemente da un angolo di spalto gli dice grazie seguendo uno sguardo. Mentre si serve l’ultimo giro, riprendo quel pensiero caduto poco prima dell’inizio della serata: ognuno riconosce i suoi è un’altezzosa pretesa di esclusività o altro? Immagino questa mia domanda come una stella cadente, un qualcosa che accende un punto di cielo per un attimo disegnando dietro di sé una scia che, dopo essere diventata invisibile, lascia comunque un residuo di pensiero che ne immagina ancora la traiettoria e la luminescenza. Questa sera ognuno di noi si è riconosciuto tra i suoi e la sensazione non è quella di altezzosità o di esclusività: ognuno riconosce i suoi significa creare una comunità, una rete, un tessuto che però non si isola in sé stesso. È un insieme che naviga unendo le forze affinché altri riconoscano i relativi loro, potendo così tutti insieme cambiare quello che ci circonda.

Mario Cianfoni

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6 Comments

  • Quanto siete forti! Rivivere i vostri report e’ come ritornare a quei momenti ma dentro altri punto di vista emozionanti…
    Grazie Uki!
    Leoni e’ un portento! Ormai una garanzia di qualita’…. il festival ci sta dentro alla grande!!!

  • Bella intervista da cui traspare la preparazione di un musicista originale e molto accattivante. Tanta roba, tanti contenuti… splendidi i due brani di Leoni…
    bravissimo Mario Cianfoni,grazie per farci rivivere questi eventi anche per chi non è potuto esserci..
    Verrò sicuramente a trovarvi

  • fenomenale lucio leoni
    davvero uno degli artisti migliori del panorama
    l intervista e’ fantastica. perfetta per capire a fondo il personaggio
    l atmosfera che trapela dalle parole di cianfoni fanno rivivere una serata speciale

    grazie uki

  • da “Witness the man who raves at the wall, making the shape of his question to heaven. Whether the sun will fall in the evening, will he remember the lesson of giving?” a Come si raggiunge il meglio, sono veramente felice, ti sei accorta che non hai più vent’anni, ti sei accorta che hai perso tempo nel dare quello che non sei e non vuoi…… è stato un attimo! Ah ah ah ah
    Bellissima intervista ad un grande musicista! Sempre sul pezzo e denso di contenuti !!!

  • Sempre più convinto che Lucio Leoni sia un personaggio fantastico e originale. E’ veramente forte! Molto interessante l’ intervista.
    Deve essere stata tra l’ altro un concerto bellissimo. Passerò presto!!!

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