Effimera Live – Giulio Salvioli / Pierfrau [Live Report – 07/2020]

Il racconto della serata del 23 luglio nel cortile del Festival dell'estate popolare: cose effimere che riempiono il cuore!

Al tramonto la Casilina sembra una lunga strada di sabbia. Il sole radente sull’orizzonte disegna piccole figure nere ai bordi della strada, persone che forse tornano dal mare, da una passeggiata in cerca di un minimo di frescura, magari da un giro in centro. Mentre guardo alcuni pedoni attraversare mi chiedo che volto ha la periferia quando tutti parlano di rilancio di turismo, di località balneari, di rimessa a pieno regime dei centri storici. «Cute new places keep on popping up, since the exodus it’s all getting gentrified», suona dalle casse del mio stereo, proprio all’ultimo incrocio prima del Fusolab. Mi viene da pensare spontaneamente a cosa significa la gentrificazione a Roma, a cosa significa la presenza di tanti luoghi che nel corso degli ultimi anni o dell’ultimo decennio sono nati e morti in questo grande calderone di cemento e Storia. Lascio attraversare l’ultimo pedone, in costume da bagno, zaino, infradito e l’ormai consueta mascherina calata sul volto; scatta il verde, riparto. Emerge un altro pensiero, come se fosse una sorta di deformazione professionale dettata da una mia forse malsana attitudine a simbolizzare e metaforizzare secondo analogie: ripartire dalle periferie è uno slogan che da molti anni viene usato e abusato su più livelli, è una narrazione che può lasciare scettici, soprattutto in tempi di campagna elettorale permanente. Ma bisogna pur ripartire, come il pedone che passa l’ultima striscia e si dirige in un posto che lui sa essere certo. Il lockdown ha sicuramente messo in luce delle domande latenti, dei bisogni che fino alla scorsa stagione potevano benissimo essere interpretati secondo altri paradigmi, con la beffarda insidia di sembrare un delicatissimo fumo negli occhi che, detto in termini più lineari, altro non è se non la tendenza di creare delle situazioni di socialità ad hoc e a forte gradiente di consumo: il luogo diventa un fondale entro il quale celebrare un’esausta ritualità estiva; il suo tessuto sociale rimane comunque sfrangiato.
Mi avvicino all’ingresso del Fusolab e mi accolgono i colori del pannello di Effimera, la rassegna di musica d’autore che, dal primo luglio scorso, sta animando questo luogo in collaborazione con il Poppyficio e la Fucina Alessandrina. Gli artisti ospitati nel cartello della programmazione sono tutti di primo ordine; di per sé è un elemento necessario per la buona riuscita di un Festival, ma non il solo. Mi accoglie subito Francisco di RadioRebel, media partner – insieme a noi di Uki – dell’intera manifestazione: l’atmosfera è sin da subito serena, sembra di stare a casa. Il programma prevede la presentazione del libro di Giulio Salvioli “Bukowski vive a Roma sud” e, a seguire, il concerto del giovanissimo Pierfrau.
Approfitto del momento di tranquillità prima dell’inizio della diretta radio per farmi una chiacchierata con Pierfrau. Noto subito il suo accento leggermente lombardo e gli domando, per semplice curiosità, da quale zona provenga. Mi risponde che viene da Lecco, ma che torna molto volentieri a Roma, quando può. Centro e periferia, di nuovo. Assillato da questa nota di fondo che mi accompagna sin dal viaggio in macchina, iniziamo l’intervista schiarendoci la voce con un Americano.

  • Pierfrau, innanzitutto sei giovanissimo ma sembra che tu abbia già le idee ben chiare sul modo di pensare e fare la musica.

Sì, ho ventitré anni. Sono super giovane ma certe volte mi reputo un po’ “vecchio”, perché voler far musica, o meglio dedicarsi alla musica, ai tempi di oggi, voler arrivare a farla a tempo pieno ha fatto sì che abbia dovuto fare diversi sacrifici. Quindi cosa mi fa sentire “vecchio”: il fatto che presto ho iniziato a responsabilizzarmi, ancor prima a livello familiare e poi dopo a livello professionale. Sostanzialmente ho deciso di rischiare. Questa responsabilità, inoltre, alcune volte mi porta a confrontarmi con i miei coetanei ma a non rispecchiarmici (ma questo non vuol dire svalutare i loro percorsi e le loro scelte), almeno su alcune cose. Ecco, è per questo che mi sento giovane ma anche un pochino “vecchio”.

  • Quindi hai dedicato sin da subito e seriamente tantissimo tempo e tantissime energie alla musica.

Ho capito che volevo questo dal primo concerto che ho fatto. Prima del mio progetto da solista avevo una band messa su tra amici, una situazione della quale molti musicisti penso abbiano esperienza. Ricordo, però, che in quel periodo della mia vita non ero proprio felicissimo; ma la sensazione forte che mi aveva dato lo stare su un palco è stata una sorta di risposta istantanea a tutti i bisogni che avevo. Sono tornato a casa e mi sentivo bene, nulla di più: lì ho capito che quella doveva essere la mia strada.

  • Prima facevi riferimento al tuo trascorso in una band. Come ha avuto origine e come si è sviluppato il tuo percorso da musicista?

Partirei dall’influenza trasmessa dai miei genitori: il cantare sotto la doccia, in macchina, quando si stava insieme. Quindi un’influenza che definirei molto “radiofonica”. Poi, andando avanti, ho scoperto Michael Jackson che per me è stato un impatto fortissimo. In seguito ho virato sull’hard rock di matrice inglese e americana: perciò tutta la scena a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 (in sostanza quello che suonavamo con la prima band che ho avuto). Successivamente ho voluto ampliare i miei orizzonti approfondendo la black music, il soul, il funky e il blues. Ad un certo punto, suonando con la band, ho capito una cosa per me molto importante: vedevo che da parte degli altri c’era una tendenza a complicare eccessivamente l’espressione. Io invece cercavo di semplificare, di essere più diretto. Da lì ho insistito sul pop, pur cercando di contaminarlo con tutti questi altri generi che comunque mi appartenevano.

  • Ecco, parlando della componente radiofonica non si può non tener conto del contesto attuale: penso in particolare all’It-Pop. Molti, però, stigmatizzano questa attitudine radiofonica leggendola come una marca di superficialità, come un sistema che strizza l’occhio solamente al consumo. Da quello che tu mi dici, invece, mi sembra di capire che per te il pop abbia uno spessore più alto.

Quando scrivo mi baso principalmente su me stesso, sulle mie sensazioni; e quando ascolto uguale. Dal mio punto di vista l’It-Pop ha tre elementi forti che non penso siano trascurabili, soprattutto se si pensa a cosa ricerca una persona durante un ascolto immediato, magari per svago: cantare, ballare, divertirsi. Però, se ci pensi bene, sono sensazioni che tendenzialmente noi vogliamo dalla vita normale, cioè uno stare bene “naturale” e immediato. Perciò per me fare It-Pop non è vendersi o adeguarsi al mercato di oggi, ma qualcosa di un po’ più profondo: se penso ad un ascoltatore comune, vorrei che tornasse a casa e dica “cazzo, Pierfrau mi ha fatto stare bene”.

  • In virtù di questo, quali sono le tematiche che senti più nelle tue corde?

Allora, in questo momento il mio modo di scrivere è un po’ cambiato rispetto al passato. All’inizio avevo una tendenza un po’ “sperimentale”, soprattutto nella ricerca di espressioni o parole preziose, direi “poetiche”. Oggi, invece, quello che voglio scrivere è essenzialmente un pensiero “puro”, senza filtri o troppe costruzioni retoriche. Ricerco una spontaneità che sia autentica al cento per cento: se penso una parola o una frase, desidero scrivere esattamente quella parola o quella frase. Per esempio, se voglio scrivere una frase come “quanto cazzo ti voglio bene” mi fisso su quelle parole e non sento più il bisogno di cercarne altre per esprimere lo stesso concetto. Per quanto riguarda le tematiche: amore, amicizia o comunque tutto quello che porta alla compagnia, al non essere soli. A questo aggiungo anche tutto ciò che gira intorno al ricordo, a una sorta di nostalgia “felice e spensierata”: il concetto è ricordo o penso quella cosa, ma la voglio pensare o ricordare in modo positivo, non negativo. Anche la canzone d’amore più triste, in realtà ha in sé il momento che fa parlare non solo di chi ha lasciato, ma anche di chi trova dei modi per ripartire e tornare ad essere felice.

  • Cerchi quindi di creare sinergia tra te e chi ti ascolta.

Certo, per me è importantissimo. Quando sono sul palco penso “la gente mi sta ascoltando e io voglio darle qualcosa, ma perché automaticamente loro lo stanno dando a me”. Tanti rimproverano a molti artisti che scrivono principalmente pensando agli altri, ai gusti del pubblico dettati dalle tendenze. Per me, invece, scrivere, cantare e suonare è comunicazione assoluta, a prescindere da tutte le altre cose.


Pierfrau ha una grande consapevolezza di ciò che fa; il suo darci dentro fino all’ultimo respiro, la sua passione nitida, la sua grande voglia di comunicare e di trasmettere good vibes sono un qualcosa che ti entra dentro e ti fa sentire improvvisamente bene. È uno scambio continuo senza bisogno di chiedersi costantemente perché. Torna la mia strana attitudine a leggere il circostante secondo analogia: ci siamo scambiati gli accendini, senza rendercene conto.

Nel frattempo il cortile del Fusolab comincia a riempirsi. Francisco annuncia la diretta della presentazione del libro di Giulio scegliendo di dedicare a scrittore ed editore (Alter Erebus, nella persona di Matteo Madafferi, che è anche un nostro caro ukiano… eh si, della stessa Casa Editrice che ha avuto l’ardire – e il merito – di aver pubblicato anche l’Antologia di racconti di Uki: “Selenophilia“) un pezzo hip hop da heavy rotation indiscussa: “Bombastic”, che riporta a delle atmosfere di sicura nostalgia, fa un po’ tamarro e alleggerisce la possibile seriosità molte volte richiesta per una presentazione di un libro. Insomma, fa molto Roma sud, oltre ad accendere un mood sempre più conviviale e sereno.
Giulio e Matteo iniziano la loro chiacchierata con un tono molto informale: i personaggi di Giulio iniziano a prendere vita tra le strade di Roma sud e le vicende un po’ grottesche e un po’ tragiche di queste “piccole” vite che però riflettono l’intera complessità del mondo. Non è una presentazione come si è abituati a pensarla: tra autore e ascoltatori c’è subito feeling («Nella mia vita faccio anche altro, sono archeologo…» aspetta, aspetta, sei archeologo pure te? Ah, te capisco!”) e sembra di stare proprio tra le pagine dei racconti. La sensazione è quella di essere proprio dentro una storia di Giulio, una storia che ci riguarda tutti, una storia che parte dalla periferia, dal contatto umano e dal bisogno di sentirsi vicini e in qualche modo connessi. Giulio va a ruota libera, ride, ci fa entrare nella sua officina creativa fino a leggerci un paio di brevissimi racconti: un dialogo e un monologo che, partendo da due elementi molto concreti – la fica e la corsetta al parco – riescono a far sorridere ma anche a farci vedere che dietro le pieghe dell’ironia si annidano delle verità e dei livelli profondi di pensiero che talvolta sono un vero e proprio pugno allo stomaco. Conclusa la presentazione, ne approfitto per fare i complimenti a Giulio per il suo lavoro e gli chiedo se gli va di farci una chiacchierata sul suo libro. Accetta di buon grado e condividiamo la cena: sembra sempre più di essere tra le pagine dei suoi racconti. «Ma prima de iniza’ me posso accende ‘na sigaretta?», lo invito a farlo senza problemi, permettendomi di ordinare anche da bere.

  • Giulio, intanto complimenti per questa tua prima opera, “Bukowski vive a Roma sud”, edito da Alter Erebus. Ti va di raccontarmi come è nata?

Allora la storia in realtà non è troppo rocambolesca, ma come tutte le storie migliori nasce “a buffo”. All’inizio scrivevo per me e poi piano piano tutto ha preso forma, prima come poesie e poi come racconti. Ad un certo momento ho iniziato a scrivere per un gruppo facebook che si chiama Pressapochismo is the way e lì sono stato notato dall’editore, ma per testi che con questi c’entrano ben poco: si trattava di rivisitazioni in romanesco di miti greci e latini, miti collegati al tema amoroso, per lo più mutuati dalle Metamorfosi di Ovidio, che oltre ad essere uno dei libri più belli della storia è anche un bel ricettacolo per spunti che definirei “trash” (in senso buono). Tuttavia, in quel momento non avevo abbastanza materiale, ma avevo altre cose che avevo scritto parallelamente a queste. Gli ho proposto quest’altro materiale, gli è piaciuto e abbiamo iniziato così questa avventura.

  • Cosa ti ha spinto a scegliere la forma del racconto?

È una forma che a me piace moltissimo e poi delle volte riesce a dare degli scorci immediati che mi portano a non dovermi fossilizzare necessariamente su una storia dalla lunga durata, come può essere quella di un romanzo. Il racconto è relativo al massimo, nel senso è un punto di vista dato da un certo momento, da un frangente che però racchiude in sé diverse cose.

  • “Bukowski vive a Roma sud” è pieno di persone abbastanza particolari: cosa esprimono questi tipi, quasi come se fossero dei personaggi da Antologia di Spoon River?

Esiste un macrotipo per questi personaggi, cioè persone sole che cercano di ottenere il meglio dalla vita sulla base del poco che hanno. Poi ci sono gli operai che sono una cosa a sé. Nel loro caso c’è poca invenzione, dal momento che, facendo dei sopralluoghi da archeologo, spesso mi ritrovo a lavorare dentro alcuni cantieri. Lì ho modo di osservare e noto che loro riescono a comunicare in maniera spontanea e genuina, senza filtri, a volte anche col silenzio. Hanno un vissuto avventuroso e danno degli spaccati di vita interessanti ma a volte anche drammatici. Forse non sono degli stinchi di santo, ma cercano sempre di non morire schiacciati dal peso della vita.

  • Quindi si può dire che esiste una sorta di tragedia latente alla vita. Però c’è anche un altro elemento che salva, ovvero quello dell’ironia: che ruolo ha nei tuoi racconti?

L’ironia ti salva sempre, ma questo è un pensiero generale che applico anche alla vita. Il libro ha un doppio livello, c’è tutta una superficie di ironia anche quando si dicono cose tremende: ti tiene a galla e ti salva. A volte è la pura gioia, il puro scherzo. Altre volte, invece, è quel cazzotto allo stomaco che ti arriva quando meno te lo aspetti. Alcuni lettori mi hanno detto che è come viaggiare su montagne russe che oscillano costantemente su questi diversi poli.

  • Un altro elemento a “montagna russa” che si ravvisa nel libro è certamente la figura della donna, del femminile: è anch’essa, come l’ironia, un qualcosa che ti dà il cazzotto allo stomaco ma allo stesso tempo ti salva anche da un certo piattume?

Ho preferito non fossilizzarmi su diverse tipologie di donne, ma concentrarmi sulle diverse esperienze che le donne possono dare. Spesso si tratta di affrontare una sorta di maschera, un attrito iniziale. Ma poi, piano piano, si scava e si scopre qualcos’altro: paradossalmente, anche l’esperienza effimera può lasciare qualcosa, un tesoro del quale si scopre il valore forse dopo molto tempo o cercando altro.

  • Come emerge, invece, Roma dai tuoi racconti? È solo uno sfondo o ha anche un’anima propria?

Roma c’è, ma non in tutti i racconti. Ho preferito concentrarmi non sui classici luoghi della città, ma su luoghi nei quali avvengono le situazioni: le strade, i pub ecc. Certamente l’essenza di alcuni di questi luoghi si avvera anche considerandoli in rapporto con Roma. Ed è per questo che per me, nei miei racconti, è importante il mood che trasmette Roma, in un certo senso la sua anima. E per affinità posso dire che l’anima che sento appartenere di più è quella di Roma sud, della periferia: un po’ lenta, densa di contraddizioni, ma estremamente vera e vitale.


La chiacchierata con Giulio mi fa capire ad un altro livello di quanto sia importante questa benedetta periferia. Qui la vita è autentica, sfacciata, a tratti anche crudele. È un fermento che chiede di essere canalizzato, valorizzato, e non sfruttato o imbavagliato. Giulio me lo fa capire con la sua attitudine, con i suoi personaggi e con il coraggio del suo editore che ha deciso di puntare su un’opera con una voglia ed un entusiasmo quasi mai riscontrabili in un contesto editoriale che sta diventando sempre più orientato all’assoluta commerciabilità del prodotto, perdendo così di vista l’elemento più genuino che la letteratura possa offrire: l’autenticità di una persona e delle sue storie da raccontare. La stessa autenticità che mi ha fatto respirare poco prima Pierfrau.

Il cortile del Fusolab è ormai pieno, si abbassano le luci, un momento di silenzio e parte la musica: voce, chitarra acustica e cori. Pierfrau sceglie un set essenziale, un set che forse meglio di ogni altro riesce ad esprimere quanta sincerità si possa trovare dentro i pezzi che si compongono. L’inizio del concerto volge un po’ lo sguardo all’indietro: Pierfrau inizia con tre brani provenienti dal suo primo lavoro “Ma dove vai?” per poi mettere in scaletta il frutto del suo nuovo lavoro e della sua attuale ricerca musicale ed espressiva. «E tu, tu che accendi le tue luci, le tue luci pornosoft, fa’ che il viaggio sia al mattino, tu sei la mia canzone pop, un uragano che mi sveglia e la mia stanza sembra Abbey Road» canta il ritornello di “Pornosoft” e già si intuisce quale sarà il tiro dell’atmosfera: sentimenti spontanei, un’io che cerca un tu, cultura pop e un velato senso di nostalgia per un tempo ricordato (il tempo delle proprie esperienze passate) e un tempo vissuto solo di riflesso attraverso il racconto deipiù grandi”. Come già anticipato nella nostra chiacchierata, Pierfrau non disdegna l’orizzonte It-Pop e questo brano, molto diretto e azzeccatissimo nell’incastro melodico del ritornello, fa capire quanto questo ragazzo di 23 anni abbia chiaro quali siano i mezzi più sinceri per esprimere le proprie emozioni mettendole in sinergia con quelle degli altri. Il pubblico si sente coinvolto perché quelle frasi parlano anche delle loro vite, delle loro impressioni, dei loro dubbi, delle loro gioie piccole e grandi, dei loro dolori. L’infanzia, l’estate italiana, le corse in riva al mare e i piccoli amori tra le parole di Pierfrau non diventano luoghi comuni, ma il ricordo di una felicità che la frenesia contemporanea e le cortine di cemento delle città sembrano soffocare. È così che le piccole cose del quotidiano si fanno cassa di risonanza di un’anima grande e sincera. Il pubblico lo percepisce e comincia a canticchiare i ritornelli indovinando le parole e le melodie. Una coppia si prende per mano, l’uno appoggia la testa su quella dell’altro, seguono le onde morbide degli stacchi e dei ritornelli: le canzoni cominciano a diventare colonna sonora, atmosfera. È un crescendo soft, e se per un attimo si chiudono gli occhi, si riescono a vedere le immagini che Pierfrau di volta in volta tocca: la sua capacità di arrivare al cuore senza vie traverse è sensazionale. Tra noi e lui si respira un’armonia e una complicità tangibile, come quando ci chiede di seguirlo sul vocalizzo del ritornello, tutti insieme, di “Quanto cazzo ti voglio bene” (un brano che non si vergogna – come altri suonati fino a quel momento – di mostrare gli spunti e le influenze che gli hanno dato vita: un tanto di Tommaso Paradiso, un pizzico di Luca Carboni, Cesare Cremonini quanto basta e, all’occorrenza ma con saggia sobrietà, Lucio Dalla). Pierfrau ha cantato, saltato ed emozionato per circa 75 minuti (coverizzando anche “Blue Suede Shoes” di Elvis). Dopo il bis si spengono le luci ed inizia di nuovo la diretta radio; Pierfrau e la sua corista intonano un fuori programma decisamente al di là di ogni schema e previsione: un canto di chiesa sulla Madonna. Ascoltata avulsa dal contesto che l’ha prodotta, la si potrebbe scambiare per una canzone d’amore potentissima. È un fuori programma strano e mi fa pensare ad una cosa che forse non avevo mai realizzato: probabilmente il pop è essenzialmente questo, amore verso le piccole cose, che però hanno un peso grande perché le viviamo costantemente sulla pelle.

Mentre torno a casa, la stanchezza accumulata nel corso della giornata si fa sentire. Ma sono felice. L’Appia mi sembra una distesa di vinile sulla quale ognuno di noi è una puntina che a proprio modo genera musica. Fa ancora caldo, nonostante la notte. Respiro l’aria che entra dal finestrino, in fondo basta così poco per sentirsi leggeri, leggeri senza essere necessariamente banali, proprio come quel vocalizzo che mi suona ancora in testa: «Oh, ma che oh».

Mario Cianfoni

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5 Comments

  • interessante il libro. se poi e’ bello come quello di Uki e’ da averlo sicuramente… vi adoro!
    grazie Mario per questo bel report. un festival a cui dovro’ passare al piu’ presto,mi avete convinto …
    non conoscevo questo cantautore….assolutamente da approfondire

  • Adoro il vostro modo di raccontare le ‘’cose’’
    <3
    Mi piace la canzone! :)))
    Passerò a trovarvi. Grazie Mario Cianfoni

  • Mi avete fatto respirare l aria di una splendida serata. Complimenti Cianfoni,qui su Uki siete tutti meravigliosi.
    Se scendo a Roma una sera di queste sapro’ dove andare per riascoltare finalmente ottima musica

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