Effimera Live: Giorgio Canali (& Andrea Ruggiero) [Live Report 08/2020]

Un poderoso pezzo di storia della nostra musica e della nostra Anima all'alba di una "rivoluzione che non ci piacerà”!

Per ogni poesia che nasce c’è un poeta che può vivere o morire: sembra che la falce di luna, con il suo sorriso tra dolce e misterioso, voglia dirmi questo mentre mi accingo a svoltare l’ultimo angolo tra i palazzi lungo la Casilina, un angolo che nella mia mente si fa sempre più giro di boa, come se eseguire quella semplice e consueta manovra ormai abbia assunto il significato di approdare in una dimensione altra che si conferma essere sempre più genuina, stimolante, piena di vita. Un evento che la luna di Uki ormai vi racconta da diversi episodi, orgogliosi di farne parte e felici di diffondere questa “resistenza culturale”.
Stavolta arrivo al Fusolab con più anticipo del solito. Il cortile è praticamente vuoto e sembra essere una grande istantanea rubata ad un tempo che scorre inesorabile. Tutto è fermo, tranne per il via vai dei ragazzi della Fucina Alessandrina che si apprestano a sistemare gli ultimi dettagli per la consueta accoglienza che riservano, di Francisco di Radio Rebel che sta sistemando le ultime cose per lo streaming radio di questa sera e di Saro del Poppyficio che dà una mano agli ultimi aggiustamenti alla fonia. Guardo da un angolo questo piccolo ma benefico brulicare e mi rendo conto della differenza tra il vuoto e il pieno, di tutte quelle sfumature di passaggio che portano uno spazio dall’essere un semplice cortile di cemento ad un’oasi di calore umano, di socialità, di storie da raccontare, di visioni e sogni da condividere.
L’ospite di questa serata di Effimera sarà Giorgio Canali: il suo bagaglio è incredibilmente pieno di storie, visioni e sogni; molto spesso è un bagaglio caustico e infranto, ma non per questo meno vitale o schietto di qualsiasi altra cosa. Chiedo se possiamo scambiare due chiacchiere. I suoi occhi sono di un colore quasi irreale e mi ricordano quei lembi di cielo che contornano le nuvole – nere e cariche di pioggia – basse prima dello scoppio di un temporale. La calma e l’esplosione, l’impatto violento della forza e l’introspezione della poesia: sono queste le coordinate entro cui si muove Canali, nella musica così come nella vita e nel pensiero.

  • Ciao Giorgio, vorrei iniziare questa intervista facendoti una domanda un po’ generale sul panorama musicale di oggi: sembra che attualmente le grandi produzioni, specialmente in alcuni contesti (penso alla trap o all’it-pop), abbiano un po’ “appiattito” l’originalità dell’espressione. Come leggi questa situazione?

Se parliamo di quei contesti è come parlare di Mon Chéri quando si parla di cucina. È una tendenza, come ce ne sono state altre nella storia: alla fine degli anni ’70 abbiamo avuto il punk, però non sono rimaste solo le creste. Il contesto di oggi è vuoto, quindi ho l’impressione che passi e non lasci nulla. E credo anche che siano un po’ il sintomo di un incretinimento generale.

  • Per quanto riguarda il panorama underground, invece, nel corso degli anni tu sei stato protagonista di produzioni importanti, come ad esempio quelle relative all’esordio dei Verdena o de Le luci della Centrale Elettrica: in quel caso il fermento era autentico e c’era molto da dire.

Certamente, ma questo dimostra che le parole sono sempre importanti, quando queste sono un contenuto e non un meccanismo che gira a vuoto su sé stesso. Se ci sono delle parole che restano, nonostante non siamo più nel 2009 (anno in cui è uscito il primo album de Le luci della Centrale Elettrica, n.d.r.), e se ci sono ancora persone molto legate a quei lavori vuol dire che qualcosa è rimasto e rimarrà a lungo. Qui sta la differenza tra una moda passeggera e un qualcosa che sedimenta nella coscienza delle persone. Così come continuano a sedimentare artisti come Guccini o De Gregori: se ci pensi sono lontanissimi nel tempo, eppure dicono sempre qualcosa.

  • Ma l’ago della bilancia sta solo in mano agli artisti o anche al contesto? Nel senso, perché dieci anni fa queste cose funzionavano mentre oggi sembra che stentino ad emergere?

Be’, forse penso perché c’era anche una maniera di controllo (e quindi anche una sorta di omogeneizzazione) un po’ più blanda. Adesso circolano molti più stilemi e se ti poni come voce fuori dal coro vieni additato in maniera negativa, fino alla stigmatizzazione. Non è difficile capire che ad oggi siamo più controllati, più programmati: e una situazione come quella esplosa a partire da marzo può concorrere a dimostrare questo stato di cose. Ma questo è un aspetto che ovviamente va al di là del solo fatto musicale: è un aspetto pervasivo a più livelli, e – sinceramente – una delle cose che mi preoccupano di più è che sono le destre radicali ad avere maggiore consapevolezza di questo. E tornando sul fatto musicale, quei generi prima citati si pongono pienamente sul solco di questa società: ne sono un’evidenza culturale, un’evidenza che implica la costante cancellazione di valore.

  • Pensi che una mancanza così forte di valore possa dipendere anche dall’assenza di uno o più gruppi “grandi” (che non siano quelli appartenenti ad una o più generazioni precedenti rispetto a quella che adesso fa musica) sulla scena attuale? Nel senso, un gruppo “grande” che possa porsi come catalizzatore.

Secondo me non servono i catalizzatori: servono le cose belle che possano dire qualcosa, anche se sono contorte. Ma deve essere un contorto fertile, un contorto che riesca a toccare le interiorità delle persone. Per esempio, se anche solo una persona riesce a percepire il contorto che ho in testa, significa che ho vinto io. Per me questo è lasciare qualcosa.

  • Su un contesto più ampio, invece, come pensi si possa far fronte ad una società che sembra voglia sempre più promuovere una totale assenza di valore a favore di un taglio omogeneizzante?

È difficile pensare che non possa esserci qualcosa di totalmente violento e sconvolgente: pensa a tutta la destra radicale (qui come altrove) che si agita se gli viene toccato ciò in cui crede, e gli altri tutti zitti. Temo una rivoluzione di ignoranti con la falce senza martello: la stanno ritardando, ma vedrai che arriva. E se si incazzano sul serio, gli ignoranti col martello in mano non li tieni.

  • Secondo te hanno davvero tutta questa forza per fare una cosa del genere?

Sì, perché si sentono toccati: non dico nei privilegi, ma nelle finte libertà. E le soluzioni che qualche benpensante crede siano congeniali per farli rabbonire, al contrario li fa solo incazzare. Sta arrivando “la rivoluzione che non ti piacerà”: è dura da mandar giù, ma è così.

  • E da parte nostra non pensi si possa mettere in campo qualcosa di altrettanto forte per contrastarli?

Farli fuori tutti è un’idea, ma non la soluzione: si farebbe soltanto il loro gioco, e sarebbe inutile. Ma resta il fatto che sono incazzatissimo, lo sono almeno da inizio marzo. Per esempio mi sono incazzato molto con tutta quella roba dello streaming consolatorio: cioè, cazzo, o ci volete veramente davanti o sennò andate a cagare tutti. Ma muovetevi! E invece no, alle sei del pomeriggio tutti con la chitarrina sul balcone: mi hanno dato del radical chic per aver rifiutato tutti gli inviti a fare dirette o a mandare saluti e salutini qua e là. Forse il mio tipo di reazione non arriverà da nessuna parte, ma neanche tutte queste cose da salotto.

  • Quindi anche il rock come attitudine, al di là del fatto musicale vero e proprio, ormai si può considerare insufficiente?

Il rock c’è ma ormai non interessa più a nessuno: cinquant’anni fa dava fastidio ai vecchi di allora, così come oggi dà fastidio ai vecchi che cinquant’anni fa erano giovanissimi. Però, se guardi ad un panorama come quello Rap o Hip Hop ti rendi conto che girano parecchie cose interessanti che hanno qualcosa da dire. Prendi Mezzosangue, prendi Rancore: cazzo, scrivono delle cose magnifiche! Come sai, anche lì c’è – almeno a livello musicale – un continuo gioco di ricicli, non sono creativissimi, ma è nella natura del genere. Però hanno dei contenuti, hanno qualcosa che rimane.

  • Quindi l’hip hop ha effettivamente sostituito il rock?

Non proprio, sono due cose che stanno lì. Faccio un esempio: i Public Enemy non hanno mai sostituito i Rolling Stones, ma viaggiano paralleli. Bisogna poi vedere quale delle due attitudini viene seguita di più.


La chiacchierata mi lascia un po’ come un pugile all’angolo: le parole di Giorgio sono delle mani che smuovono le viscere e mi pongono di fronte ad un livello di pensiero che è a suo modo molto stravagante. D’altra parte, è quello che mi aspettavo e nonostante tutto rimango piacevolmente colpito dalla chiacchierata.
Adesso il Fusolab comincia a riempirsi: ogni persona mi sembra la sillaba di un verso che trova la giusta posizione nell’accento e nello spazio semantico ad essa riservato. Ne approfitto per bere qualcosa e mi tornano ancora in mente quelle parole che avevano accompagnato, qualche ora prima, il mio ultimo tratto di strada: per ogni poesia che nasce, un poeta può vivere o morire. Mi fermo un attimo a pensare cosa voglia dire poeta, cosa voglia dire poesia, cosa vivere e cosa morire. Il tempo si dilata e soltanto l’abbassarsi delle luci e il primo accordo di chitarra (“M.me et Mr. Curie“, da “Nostra signora della dinamite” del 2009, scelto come brano di apertura) interrompono il filo di questi pensieri dei quali ho perso la linearità consequenziale. È un’interruzione in punta di piedi, soffice, quasi malinconica: la voce dal timbro leggermente rauco si adagia su un tappeto sonoro etereo (merito anche della collaborazione di Andrea Ruggiero al violino), un tappeto che viene tessuto su accordi tremolanti ma decisi, su note sospese nelle ripetizioni di delay e su loop armonici sui quali Canali danza come se fosse un Pierrot che canta alla luna il suo universo interiore.
Ma è un incedere che non è soltanto ripiegamento in sé stessi: nei versi di Canali, allora, può capitare di incontrare il Montale di Satura che parodizzava D’Annunzio a sua volta riscritto con un taglio che esprime dissenso e rabbia sociale verso la banalità dei piccoli uomini che giocano al ribasso sulla politica (“Piove, finalmente piove“, dall’ultimo lavoro del 2018 “Undici canzoni di merda con la pioggia dentro”). E allora, come una scarica iconoclasta sul perbenismo borghese, piove sui “segreti di stato”, sulle “riforme anticostituzionali”, sui “cerimoniali”, sulle “bicamerali”, su “mille spose fortunate / bagnate e poi prese a legnate / e sbattute in tv”, sui “vuoti di potere”, sulla “Legnano da bere”, su “stendardi e bandiere / sulle nuove frontiere, blindate”, sulla “bassa finanza”. Ed è una pioggia che si vuole non finisca mai, così da travolgere e spazzare quanto di più deleterio imbruttisce la società e l’animo umano.
L’amore, la perdita, la realtà circostante scheggiata, straniante e conformistica, dipinta da “Nuvole senza Messico“, quasi sussurrata – fino al ritornello – tra il pizzicato di violino e una chitarra appena accennata, come se il tutto fosse una piccola confessione tra intimi. Qualcuno segue con le labbra le geografie intimiste che Canali ci offre, altri intrecciano le loro mani come a volersi sentire più uniti nella bufera, nella pioggia che costantemente cade tra le pieghe dei versi del musicista emiliano. È un riconoscersi e un resistere insieme, proprio come resistere e riconoscere sono le due gambe che fanno camminare il corpo della poesia. Tra le due parti del palco si è creata finalmente confidenza (complice anche la scelta di pezzi ormai “classici”, come “Falso bolero“) e il silenzio che accarezzava le prime esplosioni di intimismo si fa via via più diluito, ma non per questo meno intenso: la malinconia dal sapore dolce di “Messaggi a nessuno” è come un pugno allo stomaco che risveglia dai torpori da romanticismo di cliché, da un sentimentalismo che ci vorrebbe sempre buoni e privi di crepe («Poi riderò di me / perché ho finito le lacrime / come sempre farò del mio peggio perché / è quello che ti aspetti da me»).
Come un contraccolpo, adesso Canali gioca d’ironia (“adesso un pezzo vecchio, lo cantavo quando andavo alle elementari”), ma continua comunque a metterci di fronte ai mostri sotto il letto che ognuno di noi coltiva, accarezzandoli un po’ come se fosse un esorcismo. Lo stesso che porta all’immancabile testata al microfono a conclusione del pezzo, un gesto che tutti vorremmo fare quando l’esistenza ci prende a schiaffi mostrandoci il ghigno peggiore che possa fare, un ghigno che sa di beffa ma anche di sprone, come l’urlato di “Ci sarà” ci invita a fare: «Ci sarà una terra promessa / ci sarà una riscossa / ci sarà un’uscita di sicurezza / un’alternativa alla pizza. / Ci sarà una storia d’amore che non mi faccia sanguinare / ci sarà uno stimolo speciale / per non mandare tutto a puttane». Perché si sa, come inizia a cantare poco dopo, «che il mondo vive il suo miraggio / di essere reale» e perciò a noi resta soltanto una dinamite che possa farlo deflagrare una volta per sempre, insieme ad “angeli autistici” che “rompono i coglioni”, il che altro non vuol dire se non mettere a tacere quei fantasmi che funzionano come un buco nero che risucchia tutto quanto.
In questo panorama di smarrimento, dove sarebbe sin troppo facile precipitare come delle supernove (“Precipito“), l’appiglio più sicuro rimane ancora una volta quello dell’interiorità condivisa, quello cioè che porta un dialogo e una sinergia di anime anche al di là delle parole, le quali spesso sono soltanto dei grumi di violenza e di banalità che ci trapassano da parte a parte lasciando terra bruciata e scie tossiche. È suggestivo trovarsi immersi in un’atmosfera che è allo stesso tempo elettrica e delicata, tesa sul filo della rabbia e morbida su quello del solipsismo amoroso: qualcuno direbbe che è démodè, novecentismo ormai trapassato (e Canali si diverte sulle increspature di questo sali e scendi: “Bene, adesso posso avere una Tassoni? Una bella bevanda da vecchio!”).
Ma di quella stagione Canali rappresenta ancora la forza ostinata di chi cerca di trovare le risposte dentro un vento che può essere anche dislessico, dentro cuori che altri vorrebbero anoressici, ma che invece continuano a resistere cercando il senso nel circostante, la scintilla salvifica nei marosi delle contraddizioni. La “Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio” chiude con un’esplosione di rabbia e di forza gli 80 minuti del concerto, uno spazio temporale nel quale Canali ci ha posto davanti una tavolozza molto ricca di suoni ed emozioni, un dipinto che nel corso delle scansioni è diventato anche uno specchio nel quale riflettersi.

Mentre il Fusolab lentamente si svuota, mi tornano ancora in mente le parole che mi avevano accompagnato all’inizio: per ogni poesia che nasce c’è un poeta che può vivere o morire. Mi incammino verso un tratto di strada buio, non illuminato dai lampioni e penso che il morire vuol dire anche nascere o rinascere, come spesso ci suggerisce Canali tra le pieghe delle sue canzoni. Guardo allora quella mia frase come se fosse una sfera di vetro, la rigiro tra le mani e ne correggo il tiro: per ogni poesia che nasce c’è un poeta che vive e che fa vivere.

Mario Cianfoni

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5 Comments

  • Canali su Uki tra le righe di Cianfoni… qui tanta roba, tanta roba davvero… e quindi non si può mancare a questo festival
    Complimenti a tutti e attenzione alla prossima rivoluzione…

  • pensiero tagliente quello di Canali, ma come dargli torto??? e’ un grande, non c’e’ un cazzo da fare!
    interessantissima intervista e bel report per un festival davvero sorprendente

  • Grandi e importanti parole di Canali. Nel mezzo di musica e testi da sempre sul pezzo. Fantastico personaggio!
    Complimenti a tutti per quello che state facendo, per la sensibilazione con cui state portando avanti questo festival oltre la musica

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