Effimera Live – Francesco Di Bella [Live Report – 07/2020]

Il racconto di un filo comunitario creatosi tra spettatori, musicisti e una fucina culturale oltretutto capace di una proposta gastronomica sociale di alta qualità! Il guest star della serata è stata un astro eccezionale in un firmamento a dir poco entusiasmante

Stasera l’asfalto sembra odorare di terra e la mezzaluna alta sui palazzi della Casilina dà l’impressione di trovarsi in un altrove. Per un attimo il cemento diventa invisibile e mi accarezza il pensiero che alla svolta dell’angolo possa trovarsi il mare.
Entrando al Fusolab trovo la consueta atmosfera calda e familiare: i ragazzi e le ragazze della Fucina Alessandrina e di Poppyficio mi accolgono facendomi sentire a casa, mentre la selezione di RadioRebel fa da sfondo sonoro prima dell’esibizione in programma: l’ospite di questa serata dell’Effimera Festival è Francesco Di Bella, un nome che sicuramente non ha bisogno di presentazioni.

Nel cortile del Fusolab si comincia a percepire una certa energia, come se dei fili ci unissero gli uni agli altri: è una sensazione piacevole ma allo stesso tempo misteriosa, simile a quella di un rito ancestrale al quale ci accingiamo a prendere parte non come singoli bensì come coralità. Forse la mezzaluna tra i palazzi mi ha suggestionato, o forse no.

Mentre mi perdo in questo vortice di pensiero, la musica di sottofondo va lentamente in fade e sale sul palco l’artista di apertura: Simone Mi Odia. Sale in punta di piedi, come se anche lui avesse percepito questa atmosfera quasi sacrale, tanto da non volerla turbare. Ma sa anche che la musica non può rompere una sinergia, semmai amplificarla. Parte il primo accordo pieno, poi una scansione che, nell’intenzione, ha un sapore lievemente grunge ma riesce a conservare una dolcezza che quasi gela il sangue: cuori, quadri, fiori, picche ci fa entrare nell’intimità più profonda del cantautore, toccando un tema sicuramente non facile come la depressione. Ne “I consigli del ragno“, l’intimismo e un certo piano di riflessione sulle contraddizioni umane viene espresso dalla voce immaginata di un ragno: il suo essere minuscolo riesce ad amplificare e a relativizzare allo stesso tempo gli affanni, molto spesso dettati da cattivi sentimenti o da una perdita di vista dell’interiorità più sincera, che si provano nel quotidiano.
Il cantato di Simone Mi Odia si colloca su una scia ben visibile di cantautoratoromano”, sia per la scelta di timbriche vocali quasi soffuse, gentili, che di un songwriting sempre molto diretto che però non disdegna la ricerca della parola preziosa. Mi guardo intorno e percepisco ancora una volta quella connessione che ci ha legati gli uni agli altri già prima dell’inizio del concerto: Simone Mi Odia, pur affrontando tematiche da non prendere a cuor leggero, è riuscito a tenere viva questa atmosfera di condivisione emotiva. Un’atmosfera che viene definitivamente saldata con la scelta dell’ultimo brano, cantato insieme a Francesca Dragoni: “L’animale” di Franco Battiato. Simone Mi Odia raccoglie i suoi meritati applausi.

Il cambio palco è veloce e nel brusio del pubblico si intuisce già un certo fremito di attesa. Francesco Di Bella, accompagnato da Alfonso Bruno alla chitarra acustica, raccoglie gli applausi di benvenuto, ride con gli occhi, fa un leggero inchino di ringraziamento e dopo un «prego maestro» inizia: l’intreccio tra italiano e dialetto napoletano crea sin da subito un’alchimia densissima. Le due lingue che parlano dello e allo stesso cuore sono come l’ondosità del mare, sinuose nel loro perpetuo dare e avere, lucide nel creare delle immagini che esprimono l’intero magma della vita.
Francesco Di Bella ci accompagna in un viaggio fatto di resistenze, di isole mentali nelle quali cercare una piccola serenità, di desideri di fuga, di amori vissuti visceralmente, della crudeltà della periferia e delle zone marginali che, chiedendo sempre il prezzo più alto, non fanno mai sconti. Ma la dolcezza cullante delle melodie, se da una parte disegna un soffuso senso di malinconia e di perdita, dall’altra non esprime mai un’arresa: la vita si dispiega come una rivelazione da accogliere sempre a piene mani, «pure si nun ‘o sai».
Andando avanti con i brani, Di Bella comincia a muoversi sulle timbriche agrodolci del cantato reggae, inizia a cantare col corpo, seguendo con braccia e mani i sali e scendi del ritmo. Mentre siamo avvolti da questa forza a metà strada tra sciamanica e ipnotica, scambio due parole sottovoce con Francisco (RadioRebel) ed entrambi notiamo la matrice quasi ancestrale di quei movimenti, l’energia che trasmettono alla musica e, di rimando, quella che la musica trasmette a questi: è uno scambio circolare, un respiro senza fine che si rinnova ad ogni battito, è il passo «d’o diavolo» che «sona ‘na musica antica, sona ‘na musica nova» – lo intervistai per l’album qui. La scaletta ben calibrata crea un vortice dove appunto nuovo e antico si mescolano: il nuovo dell’ibridazione, della musica oltreoceano, l’antico della tradizione folk e popolare. L’antico che si respira si dalle prime note di “Carcere“, un brano che, pur parlando del contemporaneo, mi ricorda in maniera molto spontanea e suggestiva il classico “Brigante se more“: due canti sull’ingiustizia, due canti su un certo abuso di potere e su una certa connivenza. Un applauso accompagna «E niente le dicono ‘e marescialli, marescialli e guapparia fanno una sola cunsurtaria», è un applauso spontaneo, un applauso che forse esce dal cortile del Fusolab arrivando a toccare Piacenza, Roma, Bologna e Genova.
In una calda serata di luglio, la voce di Francesco Di Bella è – sostanzialmente – un bradisismo emotivo, un fenomeno tellurico che fa salire e scendere le placche delle nostre anime, portandoci fino alla commozione. Cerco di tastare questo stato emotivo nel mio circostante: vedo occhi assorti, coppie che si abbracciano, genitori che cullano un neonato, corpi che oscillano lasciandosi trasportare dal mood; vedo persino una ragazza vestita di nero, con le gambe rannicchiate nelle braccia, quasi un po’ in disparte: anche lei guarda assorta e sillaba piano piano la melodia, probabilmente muovendo solo le labbra, senza un filo di voce perché forse in quel momento sta cantando la sua parte più profonda e invisibile: «Ma po’ che fa? Dimane ce penso… ca nun me saccio accuntentà, vaco luntano pe’ capì. Chello ca’ cerco nun se sa, ma po’ fernì… Me sbattono ‘e diente!».
In questo giro di sguardi colpisce il silenzio assorto che fa da contorno all’esibizione. Nessun brusio, nessun rumore di fondo: il pubblico ascolta con un’attenzione e un coinvolgimento emotivo che è a tutti gli effetti sacrale. Tuttavia non è un sacro che trasmette un senso di soggezione, bensì di dialogo, di scambio alla pari. Così come quando a mezzanotte esatta, sulle ultime note di “Cardillo“, è il pubblico a cantare qualcosa per Francesco: viene intonato il classico jingle di buon compleanno, Saro (uno dei promotori dell’Effimera) sale sul palco e fa spegnere le candeline su una torta un po’ improvvisata ma spontaneamente autentica, un po’ come le storie di difficoltà, emarginazione, dolore e speranza cantate da Di Bella, molto come Saro stesso. Adesso è Francesco ad essere visibilmente emozionato, come qualche minuto prima poteva esserlo ognuno di noi al di qua del palco.
Dopo questa sorpresa il concerto procede ancora con qualche bis, anche se nessuno vorrebbe che Francesco e Alfonso smettessero di suonare: sono riusciti a creare una connessione così intima e delicata dalla quale risulta difficile fuoriuscirne, anche solo per riprendere fiato, per ordinare un altro drink che magari stempererebbe il fortissimo e bellissimo carico emotivo che il concerto ha fatto accumulare. Capisco perché: Francesco dice «canto pè nun soffrì», e noi vorremmo che non smettesse mai perché sentendolo cantare un pochino smettiamo di soffrire anche noi. Nonostante attraversiamo le sue storie intessute di malinconia, ci svuotiamo e riempiamo in maniera armonica; ci perdiamo in una vertigine emotiva che diventa un rito catartico fatto di parole, suoni, melodie, gesti, sguardi, silenzi di complicità. Proprio come due persone che si amano e si scoprono giorno dopo giorno.

Il Fusolab inizia piano piano a svuotarsi, c’è chi si intrattiene con le ultime chiacchiere, chi prova timidamente ad abbracciarsi come può, chi si raccoglie intorno a Francesco (in fondo è il suo compleanno, e adesso il concerto è finito), chi ordina ancora qualcosa da bere. La mezzaluna è ancora alta tra i palazzi e adesso una leggerissima bava di vento rende tutto ancora più gradevole. Anche stavolta si è compiuto per davvero questa sorta di rito magico e sciamanico che è la musica. Mi torna in mente la ragazza vestita di nero, con quelle scarpe così particolari (almeno per i miei gusti) e seduta in un angolo, quasi come se non volesse disturbare. Chissà se è rimasta in quella sua posizione tutta rannicchiata per il resto del concerto, chissà quali altre canzoni avrà sussurrato tra sé e sé, chissà se avrebbe accettato di fare due chiacchiere e di prendere qualcosa da bere. Provo a cercarla tra gli ultimi volti rimasti. Niente. Accendo una sigaretta, bevo l’ultimo sorso, mi giro verso quell’angolo defilato e…

Mario Cianfoni

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4 Comments

  • Complimenti Mario, eravamo lì con te tra suggestioni cantautorali e alla ricerca di un amore perduto. Grazie Uki per farci emozionare ogni volta…siete tutti speciali per ogni genere di articolo!
    E’ chiaro quanto questo festival sia riuscito a ricreare dei momenti comunitari speciali. Ottimo cartellone, momenti intensi corali , assolutamente da vivere al piu’ presto …

  • GRANDISSIMO FRANCESCO DI BELLA. UN PEZZO DI STORIA DELLA MUSICA D AUTORE
    SEMPRE EMOZIONANTE
    MI PIACE ANCHE QUESTO BRANO RECENTE
    TUTTO MOLTO BELLO ! GRANDE SQUADRA!

  • caro Uki mi avevi già convinto dalla prima volta
    infatti caro Mario, ero li tra quella gente, a tessere quel filo

    Francesco Di Bella un musicista e animo immenso

  • sulla strada della capitale romana in alcuni momenti mi sono ritrovato nei profumi della mia citta’ natale napoletana. sempre grazie a di bella. musiche come non se ne fanno piu’

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