Dunk: l’eterna lotta tra l’uomo e la sua coscienza

Sia che si parli della scrittura che del live, la band è quel livido che, per quanto faccia male, continuiamo a toccare... ed ascoltare!

Nel paese del pop, della canzone d’amore, del trito e ritrito, ogni tanto si affaccia qualche coraggioso. Non di quel coraggio estremo, quel tanto che basta per uscire fuori dal guscio dei Talent, dell’X-Factor, di tutte queste cazzate, si chiamiamole con il nome giusto, che s’inventano per uccidere il talento, quello vero. Nel Paese in cui si pensa che saper cantare è il punto di partenza per avere talento, ogni tanto emergono piccoli miracoli.
Quando uscì tanti anni fa Tricarico io rimasi estasiato. Finalmente uno matto, ma con un messaggio diverso. Un sound diverso. Stonato, ma ben stonato.
Voi direte “ma di cosa stai parlando?”. Sto parlando di musica. E questa premessa è fondamentale quando ti arriva una proposta come quella dei Dunk.

I Dunk nascono dall’incontro tra i fratelli Ettore e Marco Giuradei, protagonisti del mondo indie bresciano, Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi. Ora a me di questi nomi non interessa un granché. Non giudico un progetto dal curriculum. E sono scortese, scontroso. Da musicista amo la musica, e non mi potete chiedere di fare il simpatico con chi non ne fa. Ma per fortuna, e lo dico per me e per Ukizero, i Dunk sono fighi. Si sono fighi.
Mi piacciono i suoni, mi piacciono i testi, mi piace l’idea. Mi piace la potenza e anche la delicatezza. Mi piace quando la cassa della batteria prende un filo di elettronica. Mi piace il coraggio di proporre degli “outro”. Di fare un disco che è pop, poi diventa quasi punk, poi acustico. Poi elettronico. Mi piace il campanaccio. Mi piace la voce dentro che non sovrasta gli altri strumenti.
Mi piace quando i musicisti sono scorretti, quando non ti imboccano con strutture solite. Quando se ne fregano di farti contento. Quando ti aspetti il ritornello e ti trovi un parlato.

Ma torniamo nei ghingheri. Facciamo i seri per qualche secondo.
L’album ha la seguente tracklist.
1. Intro
2. Avevo Voglia
3. Mila
4. È Altro
5. Spino
6. Ballata 1
7. Amore Un’altra
8. Stradina
9. Ballata 2
10. Noi Non Siamo
11. Intermezzo

Come detto, i pezzi si alternano tra vari “generi”. Metto le virgolette perchè il limite è labile, e non è che davvero si salti da un genere ad un altro. Però i pezzi sono fighi. Non perché siano canzoni che rimangono nel cervello, ma perché sono volutamente suonate bene, volutamente scorrette. Si sente tutta l’esperienza musicale, il retaggio, l’obiettivo finale. Non si fa un pezzo per venderlo, si fa per fare arte.
Poi si vuole essere un po’ indie, a volte semplici, ma poi si torna a fare musica. E per me questo è il pregio più grande di questo disco, pieno di suoni, pieno di incastri. Pieno di messaggi nascosti tipo «chissà se sono gay?», «vuoi fare l’amore con i miei occhi» dalla canzone “Amore un’altra”, una delle mie preferite. Anche il chiamare le ballate appunto «Ballata». Finalmente qualcuno che ha il coraggio di smetterla con i titoli del cavolo. È una ballata, parla d’amore, basta con i titoloni. Chiamala “ballata”! C’è genialità anche in questo, come quando i Blur chiamarono “Song 2” una delle loro migliori canzoni. Ecco “Ballata 2” è un altro bel pezzo perché ha scelte coraggiose. Nonostante è una ballata. Perché cambia, evolve, così come l’amore. Diventa criptica, diventa altro. Evolve. L’album poi chiude con intermezzo, il pezzo sperimentale. Suoni confusi, tema labirinto. Ci sta tutto. Ci sta bene.
Insomma dicevo, io le recensioni non le riesco a fare lineari. Io mi sento il disco in loop e scrivo. Trasmetto sensazioni tipo Joyce. Perché la musica è questo. I Dunk poi ne trasmettono, quindi tutto diventa più facile, più diretto.

Mi verrebbe da dire aboliamo la Tv. Perché uno si ascolta dischi belli solo se glieli mandano da recensire, mentre accende la Tv e si trova la banalità. Ecco che allora la mia recensione ha un senso, ed è quello di stimolarvi ad ascoltare buona musica.
I Dunk ne fanno e il disco è bello. Bello non perché vi viene voglia di cantarlo. Pure “Despacito” o come si chiama la cantate… ma per fortuna ve la dimenticherete tra qualche anno. No, un disco è bello quando ve lo sentite tutto. Quando vi dite “oggi ho voglia di sentire…”. Ecco questo è un disco che la voglia ve la fa venire. Nel paese in cui X-Factor vi fa venire la voglia di usare i Cd a mo’ di stellette ninja, la resistenza musicale esiste, e i Dunk ne fanno parte. Viva la musica vera.

 

Matteo Madafferi

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7 Comments

  • ma qui si fa ancora rock! waoooo!!!!
    bellissimi singoli. e sempre grande Madafferi! concordo con te in tutto

  • fare musica con un approccio verso l’ arte, questa e’ la cosa che piu’ mi piace di questa recensione,una cosa mai scontata. il wall of sound dei Dunk e’ potentissimo…lo aspetto qui a Milano,non vedo l ‘ ora . una boccata di ossigeno

  • si tratta di progetti paralleli,quando l’arte di diversi personaggi si fondono e si confrontano. ne sono uscite delle cose splendide. certo,non ci sono i contenuti concettuali di una vera band,con la sua storia e quant’altro (per questo i titoli addirittura diventano cosi’ relativi),pero’ rimane la buona musica,quella suonata da artisti con A maiusola
    gran bei singoli. andro’ certamente a ascoltare l’album intero
    interessante e divertente recensione di Madafferi. adoro questo blog!!!!

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